Libertà di pensiero, di parola e di cura innanzi tutto

L’articolo di Antonio Polito uscito sul Corriere della Sera dal titolo “Covid, il modello etico dei no vax? Non può esistere”, è emblematico del crinale scivoloso che l’Italia ha imboccato. Chi scrive non è contrario alla vaccinazione, che ha praticato fin da quando era bambino continuando anche oggi con Astrazeneca, ma riconosco il diritto di chi la pensa in maniera totalmente diversa dalla mia a poter liberamente discutere delle proprie convinzioni e ad agire di conseguenza senza essere messo all’indice e prendendosi le relative responsabilità anche quelle estreme. Non mi scandalizzo, come fa il giornalista che “oggi è richiesto il «consenso informato» per ogni intervento; e anche quando è in gioco la vita, dalla procreazione assistita fino all’eutanasia, si ritiene che la scelta spetti solo alla persona” perché la penso proprio così: spetta solo al singolo decidere sulla propria esistenza.

Rifiuto l’idea di uno stato “etico” che possa operare per il “bene” dell’individuo come sostenevano Hegel e i sui epigoni Marx, Mao e soci e tutti i teorici dei totalitarismi del novecento. E’ la persona che è responsabile delle proprie azioni, difronte a Dio per chi è credente come me, e/o alla propria coscienza, il sovrano interiore, “l’egemonikòn” di cui parlava l’imperatore romano Marco Aurelio, per chi ha un approccio laico.

Meno male che, come lo stesso Polito scrive, “nelle democrazie europee, a differenza dei totalitarismi, esiste ormai un certo consenso sul principio liberale che non si possa costringere nessuno a fare qualcosa sulla base del fatto che gli gioverebbe, ma si possono usare tutte le buone ragioni e tutti gli strumenti per persuaderlo nell’interesse della comunità.”

Mi preoccupa invece leggere di aperture “consentite” e di “ampliamento delle libertà”, con tutte le criticità del caso la Libertà è una sola.

A proposito di green pass, libertà, proprietà ed autosovranità

Premetto a scanso di equivoci che mi sono vaccinato con due dosi di Astrazeneca e sono qua a scrivervi qualche considerazione sull’ attuale polemica sul green pass.

Credo nella libertà individuale e nella proprietà privata e ancor di più nell’autosovranità. Ognuno ha il diritto di scegliere se vaccinarsi o meno, ma assumendosi la responsabilità delle proprie azioni in un senso o in un’altro. Recentemente Alessandro De Nicola, autorevole presidente della Adam Smith Society, ha chiarito in un articolo, che in un sistema assolutamente libertario le misure potrebbero addirittura essere più restrittive di quelle vigenti, perché frutto della contrattazione tra parti che si accordano in un modo piuttosto che in un altro accettando rischi secondo le proprie convenienze. E allora per risolvere il problema della legittimità e ancor di più della utilità del green pass basterebbe lasciare che i luoghi pubblici ma di proprietà privata, come ristoranti, cinema e bar, possano scegliere che clientela accogliere senza criminalizzazioni, e alle persone se andare in un locale “Vax” o “No Vax”.
Ognuno è autosovrano, sovrano di se stesso, determini allora autonomamente se recarsi in un posto piuttosto che in un altro. Perché lo stato dovrebbe limitarlo nelle sue decisioni? La persona dovrebbe essere l’unica responsabile di se stessa e delle proprie azioni, e così finirebbero le polemiche sul cosiddetto lasciapassare.
Per quanto riguarda gli uffici pubblici, lì la questione si fa ancora più complicata, perché si è vero che la libertà dell’individuo va tutelata ma anche la salute di tutti gli altri. Come? procedendo per tentativi, nessuno ha la soluzione in tasca, adottando iniziative sempre più calibrate. Allora andiamo passo passo a vedere quali misure siano state, numeri alla mano, più efficaci per contenere contagi e decessi ed applichiamole con fermezza, cautela e massimo rispetto per le libertà individuali, e di volta in volta modifichiamole con raziocinio senza estremismi incapacitanti. Forse troveremo un modo meno invasivo e più efficace per le nostre vite di ridurre rischi. E se poi gli scienziati non sapessero darci una spiegazione del calo dei contagi avvenuto repentinamente nella patria delle libertà concrete, l’Inghilterra, nell’ultima settimana? Meglio vuol dire che ancora una volta il nostro destino non è deterministicamente determinato e che l’azzardo di vivere esiste ancora, nonostante tutto.

Francesco Ferrara: l’economista, il politico ed il liberista siciliano da riscoprire

Francesco Ferrara
(Palermo 1810 – Venezia 1900)

Autorevole economista e uomo politico di forti convinzioni liberali. Ricoprì diversi incarichi sia accademici che politici, tra cui: professore di Economia politica all’Università di Torino e di Pisa (novembre 1859-agosto 1860); deputato alla Camera dei Comuni (Sicilia) (1848-1849); socio nazionale dell’Accademia dei Lincei di Roma (26 ottobre 1876); prima deputato e poi senatore del Regno d’Italia e ministro delle Finanze nel 1867.
Fu fondatore nel 1874 della Società Adamo Smith insieme a Pareto ed Ubaldino Peruzzi che la presiedette, ad alcuni uomini della destra come Carlo Alfieri, Giovanni Arrivabene, Gino Capponi, Francesco Genala, Bettino Ricasoli, Guglielmo de Cambray Digny ed alcuni della sinistra come Salvatore Majorana Calatabiano, Agostino Magliani; ai banchieri e uomini di finanza come Pietro Bastogi e Carlo De Fenzi; ai professori e grandi notabili come Angelo Marescotti, Pietro Torrigiani, Francesco Protonotari, Francesco Carrara e Sidney Sonnino.
Nel 1848, durante i moti siciliani fu inviato a Torino per proporre al secondogenito di Carlo Alberto di Savoia la nomina a re di Sicilia. Il suo nome è legato ad una nuova definizione del costo di riproduzione, che è considerato il passaggio dalla teoria classica del valore, basata sull’effettivo costo di produzione, a quella soggettivistica fondata sull’utilità marginale tipica della scuola austriaca.
Ferrara, come già aveva fatto Henry Carey (il principale economista della scuola americana del XIX secolo e capo consigliere economico del presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln), che lui stesso aveva fatto conoscere in Italia attraverso la Biblioteca dell’economista, collega il fatto economico a un approccio dichiaratamente individualista, superando la teoria di stampo marxista del valore-lavoro. Il valore, da fatto accertabile mediante il conteggio delle ore di lavoro necessario per la produzione, diventa il risultato di un giudizio dei soggetti sulle alternative al ricorso a quel bene, alternative che passano per i surrogati di esso. La conclusione è che tanto più elevato è il numero dei surrogati, tanto più ci si avvicina alla concorrenza perfetta. Il prezzo di un bene inoltre, secondo il palermitano, non è influenzato, come per esempio nel caso di un’opera d’arte, dal costo di produzione espresso in unità orarie.
Così per lui il processo di formazione del valore di un bene passa per tre momenti: il giudizio di ‘utilità’ da parte di chi ricerca quel bene; il giudizio di ‘costo’ per chi lo produce; il giudizio di ‘merito’ da parte di chi confronta l’utilità con il costo. Ferrara afferma “quando dunque si abbiano de’ mezzi materiali di misurare con l’intensità del bisogno proprio l’utilità d’un oggetto, colla pena del travaglio proprio il suo costo, si avrà il mezzo di misurare il valor di cambio, il quale non si riduce che ad affermare la convenienza reciproca di questi elementi già noti.” Il mercato poi fa il resto trasponendo in termini monetari queste valutazioni. Ecco la vicinanza al marginalismo. Inoltre egli postula la negazione che si possa trovare una classe sociale, la borghesia, che si sia appropriata di un sovrappiù indebitamente.
Ferrara ritiene inoltre inutile aumentare la quantità circolante di moneta quando la fiducia degli operatori economici è debole, anticipando di fatto la cosiddetta trappola della liquidità di Keynes, secondo cui l’offerta di moneta è sterile quando le aspettative degli imprenditori sono negative, poiché l’immissione nel mercato di denaro verrebbe depositata invece di essere utilizzata in investimenti produttivi.
Dal punto di vista strettamente politico, le istituzioni, nella sua visione, sono tanto più forti ed onorate quanto più sono il frutto di una contrapposizione politica trasparente, con partiti che sono portatori di idee alternative. E per questo si schiera contro ogni ipotesi terzopolista, diremmo oggi, tant’è che scrisse “il ludibrio de’ terzi partiti è sempre pronto a mostrarsi colla pretesa di far consistere la verità in una transazione qualunque, e sciogliere il problema insolubile di un giusto mezzo a scoprirsi fra una verità e un errore.”
Nel 1851 citando l’aforisma di Bastiat per cui lo Stato […] è “la gran finzione per mezzo della quale tutti si sforzano di vivere a spese di tutti”, aggiungeva “i protezionisti non sono che una frazione di questo tutti. Essi voglion la legge, ma in tutto ciò che favorisca l’interesse della loro casta. I comunisti e i socialisti […] sono un’altra frazione del medesimo tutti.”
Per l’economista siciliano poi lo Stato quando viene occupato da una fazione in maniera stabile diventa strumento del governo e nel 1858 scriveva “cos’è infatti un governo? […] Nulla è di ciò che certe nebulose filosofie, o le velleità del socialismo o del comunismo, pretenderebbero di darci ad intendere; non è un essere a parte, superiore, staccato, diverso da ciò che noi stessi siamo. È una frazione di noi medesimi […] In fin dei conti ogni governo è una minoranza […].” Ecco il motivo per cui credeva nel fatto che tutti i governi dovessero avere dei limiti fissati dalla legge proprio per evitare derive pericolose per la libertà.
Nel 1884 il nostro autore esprime quale secondo lui è la forma ideale di governo e di stato “l’ufficio del governare una fra le migliaia di occupazioni, una delle tante industrie, uno de’ tanti mestieri che, prendendoli nel loro insieme, danno l’idea dell’attività sociale. Tutti quanti siamo, […] produciamo permutiamo, consumiamo utilità più o meno incarnate in una materia[…] Da ciò, una classe di produttori, addetti a procurare quella tale utilità, che si chiama giustizia, ordine, tutela, in una parola governo.
Se governare è produrre, le innate leggi della produzione devono inesorabilmente regnare nel mestiere de’ governanti, quanto e come regnano su chi coltiva la terra e ne porta i frutti al mercato. L’utilità sociale che il Governo produca non può, da lui medesimo o da lui solo, estimarsi; chi può misurarla, gradirla o rifiutarla, attribuirle un valore, sarà colui che la compri e la consumi, la nazione. Sì, noi, nazione-governata, siamo i soli a cui spetti il decidere se ella meriti quel prezzo che il produttore-governo, per mezzo delle imposte di cui ci aggrava, pretenda di farcela costare […]. Tale è la portata dell’espressione che noi usiamo, libertà economica […].”
“Il cittadino si identifica con il consumatore dei servizi pubblici, valutati secondo la loro utilità (anche se all’economista siciliano manca la nozione di incremento al margine); la società civile coincide con il mercato dei produttori e dei consumatori; il governo stesso nasce da un processo di divisione del lavoro. Luigi Einaudi, riportando questo brano (Einaudi 1953a, 28), osserva che l’essenza del ragionamento non sta tanto nel contrattualismo politico, quanto nell’estensione del calcolo economico all’operatore pubblico. A noi oggi l’articolo di Ferrara appare soprattutto una sorprendente anticipazione delle concezioni neo-liberali della public choice.
In questo modo infatti Ferrara riteneva di aver definitivamente saldato fra loro insieme liberalismo politico e liberismo economico. L’assimilazione dell’economia pubblica a quella privata, entrambe soggette alla medesima legge del valore come costo di riproduzione (calcolato sullo sforzo di ottenere il surrogato più prossimo), consentiva all’economista siciliano – rilevava ancora Einaudi – di definire a contrario i casi in cui fra prelievo e spesa non vi è perfetta corrispondenza, in quanto il primo risulta per i contribuenti più oneroso di quanto non sia vantaggiosa la seconda. Casi, questi ultimi, che un altro grande economista liberale, Antonio de Viti de Marco, avrebbe poi fatto rientrare nel suo schema dello Stato ‘assoluto’ o monopolista, e che lo stesso Einaudi avrebbe identificato nei due profili dell’imposta grandine e dell’imposta taglia.
Einaudi poteva ben concludere che Ferrara aveva fondato, si può dire in un colpo solo, i due indirizzi principali della cosiddetta Tradizione finanziaria italiana, attenta alla patologia oltre che alla fisiologia del rapporto Stato-contribuente. Scriveva infatti nel 1872 l’economista siciliano “Il sistema rappresentativo ha questo grave difetto, che può facilmente convertirsi in uno strumento di illusione (corsivo aggiunto) […]. Un gran numero di esempi ci offre la storia moderna per insegnarci come sia facile abusare della buona fede dei popoli e ci spiega il segreto per cui vi furono dei governi che, tutto calcolato, trovarono il loro conto a soffrire le assemblee deliberanti, come mezzo per liberarsi dalla odiosità del sovraimporre i popoli, e di riservarsi il piacere delle grandi spese […]. Quando l’amministrazione ha reso inevitabile una spesa, le maggioranze si sentono trascinate a consentirla. È così che la rappresentanza del popolo diviene la più difficile e delicata delle funzioni sociali. (Ferrara 1934; riportato in Einaudi 1953a)[1]”
Ferrara fu un fiero oppositore del socialismo e dello storicismo marxista, e un propugnatore di un idea di progresso che si dipana senza un percorso definito e pianificato al di fuori di una via obbligata. Per lui un economista dovrebbe ispirarsi al pensiero di Adam Smith per indagare le condizioni concrete che permettono lo sviluppo di una nazione e per individuare la presenza o meno di quegli elementi dinamici, come li avrebbe poi chiamati Maffeo Pantaleoni, che sono il vero motore di ogni avanzamento economico.
“Indubbiamente Ferrara anticipò quest’ultimo nel ritenere che l’ineguaglianza dei punti di partenza – fra gli Stati come fra gli individui – è di per sé un fattore di progresso. È un fatto positivo per lui che gli uomini non nascano tutti uguali, né per doti naturali né per risorse economiche. Il processo di divisione del lavoro ha il suo motore in questa naturale ineguaglianza. Lo scambio stesso ha origine dalla diversa dotazione di risorse, come insegna la teoria ricardiana dei vantaggi comparati, di cui Ferrara vede giustamente l’applicabilità (Perri 1984). (….) La ineguale distribuzione delle risorse materiali e intellettuali fra gli uomini, così come la diversa attitudine alla procreazione (Ferrara segue Malthus), sono i più potenti motori del progresso umano.”[2]
Scrive Ferrara “nulla quaggiù ci è dato godere se non comperandolo per via di travagli e di dolori […]“.
Si oppose ad ogni forma di posizioni dominanti, anche a quelle bancarie, perché riteneva che “privilegi di corpo, monopoli, coalizioni, limiti alle ore di lavoro […] han provato […] che quando con artifici estrinseci si vuol deviare l’industria dal suo corso naturale, il lavoro non regge alle sproporzionate condizioni che gli s’impongono, cede, si dissipa […] e l’operaio non avrà sospeso lo stato della sua penuria che per toccare i limiti della fame.”
“Coerentemente, afferma Riccardo Faucci, Ferrara evita di indicare verso quale settore indirizzare di preferenza i fattori produttivi per avvicinare l’economia italiana a quella europea più avanzata. Egli non sembra suggerire, come invece aveva fatto Smith (1922, II, cap. 5), di puntare anzitutto sullo sviluppo dell’agricoltura, per poi passare gradatamente alla manifattura, al commercio interno e finalmente a quello estero. Qui, oltre che da Smith, il nostro economista si discosta dall’insegnamento dei principali scrittori italiani di economia del suo tempo, da Lambruschini a Ridolfi a Jacini, non a caso tutti ‘agraristi’.
Coerente con la sua concezione del sistema economico come sistema globale, Ferrara tace sulla questione, allora al centro del dibattito, sulle migliori forme di conduzione dell’impresa agricola. Questa voluta assenza di una qualsiasi strategia di sviluppo gli deriva dal condividere il liberismo assoluto di Bastiat. Non è quindi da sorprendersi se Ferrara, che per amicizie personali e per non breve residenza a Firenze potrebbe essere considerato un toscano ad honorem, non spende una parola a favore della mezzadria.
Per la medesima ragione il suo liberismo è diverso da quello della generazione successiva dei De Viti De Marco, dei Giretti e dei Salvemini, che indicavano nelle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli, oltre che nell’agricoltura di qualità (uva, olio, agrumi), la fonte principale dello sviluppo che il Mezzogiorno – e con esso l’Italia intera – avrebbe potuto conseguire. In questo senso, si potrebbe osservare che il maggiore economista meridionale dell’Ottocento non è stato un meridionalista.”
Certamente fu federalista ma mai localista né un rivendicazionista piagnone che tanto vanno di moda oggi.
In buona sostanza un personaggio eclettico ma scomodo, che non le mandava a dire, dalla visione chiara dei problemi economici, critico della superficialità di alcune posizioni del suo tempo che gli facevano apparire come “in economia, le teorie son tronche, le loro applicazioni rischiano di fallire, ed è impossibile di vederne i limiti, l’estensibilità, i pericoli, i tarli, se si trascuri di studiarne la storia.”
Un pensatore attuale, sicuramente da leggere e riscoprire come economista e come politico, da collocare in compagnia di Carl Menger ed Eugen von Böhm-Bawerk nel pantheon della libertà.

________________
[1] Riccardo Faucci, Francesco Ferrara, il primo degli economisti cafoscarini, in Le discipline economiche e aziendali nei 150 anni di storia di Ca’ Foscari a cura di Monica Billio, Stefano Coronella, Chiara Mio e Ugo Sostero, 2018.
[2] idem.

 

Per un disincantato e realistico ecologismo. E se Leopardi avesse capito tutto?

L’ecologia e la sua derivata prima, l’ecologismo di destra e di sinistra, stanno modificando e per lo più hanno già modificato il procedere della nostra vita imponendoci radicali cambiamenti nel modo di consumare e quindi di produrre i beni di cui abbiamo necessità. E questo è “naturale” perchè l’animo umano sente, come una spinta interiore, l’esigenza di rinnovare, trasformare, riorganizzare il sistema sociale ed economico in cui è immerso, come quella che subisce un pendolo generando un un moto armonico perenne.
Non foss’altro per provare l’ebbrezza inebriante ed ubriacante della rivoluzione, anche se poi dovesse rivelarsi un ennesima ed effimera lotta contro se stesso. Ma siamo fatti così ed è una legge della fisica che ogni qual volta in un fenomeno si raggiunge l’equilibrio all’apice, si cominciano a determinare le condizione per la modifica dello stesso e del successivo passaggio ad uno nuovo stadio di equipollenza. L’energia potenziale accumulata fa il resto e la caduta è repentina e nessuno può opporvisi. Ed è quello che sta avvenendo con la “transizione ecologica” da cui siamo travolti.
Nessuno può modificare questo processo, nessuno sembra nemmeno volerlo fare, e chi lo ha pensato né è stato annientato, tutti sono concordi che per salvare la “madre terra” sia urgente passare dai combustibili fossili all’energia “pulita” elettrica, che però in gran parte dipende dagli stessi tanto deprecati idrocarburi fossili. Già perché in qualche modo bisogna produrla e quello più efficace è bruciare i derivati del petrolio, anche se questo non ha rilevanza mediatica, ma “madre natura” va tutelata dall’invadenza di un essere quasi insignificante per lei, l’uomo, che da 18 mesi però è in preda all’angoscia generata da un microscopico virus, il covid19, da cui non sembra potersi liberare a breve.
Ma siamo così sicuri che la salvezza, ammesso che sia così, del creato dipenda da noi? e la Natura, se interrogata cosa risponderebbe sull’argomento?
Bene. Consiglio allora ai più assennati, per gli altri è inutile, di leggere Dialogo della Natura e di un Islandese di Giacomo Leopardi composto a Recanati, tra il 21 e il 30 maggio 1824.
In cui il protagonista, un islandese, dopo un lungo peregrinare incontra una donna di forma smisurata, dal volto bello e terribile che gli domanda chi sia e che cosa stia cercando, e alla quale dice “sono un povero Islandese che vo fuggendo la Natura”, “arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove; Molte bestie salvatiche mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa.” Non sono mancate neppure le malattie, nonostante la sua vita morigerata.
Appena però l’Islandese tace, ella svela la sua identità: “io sono la Natura, quella che tu fuggi” “Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.”
“Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.”
La superbia dell’uomo, che osa pensarsi così potente da distruggere il creato stesso, è pari solo alla sua incommensurabile miseria rispetto alla dimensione dei fenomeni naturali.
Credo corretto cercare il modo di non inquinare e di non disturbare troppo la Natura ma senza l’albagia di pensarsi onnipotenti.
Teniamo invece presente che questa transizione ci costerà ed anche parecchio sia in termini economici che sociali, come ogni altra passata rivoluzione industriale. Penso agli esclusi dai nuovi processi produttivi che non sapranno adattarsi e alla ricerca di nuove fonti di approvvigionamento per di materie prime, che inevitabilmente, come fu per gli idrocarburi, produrrà lo sfruttamento senza limiti dei territori in cui si trovano, probabilmente la ricchissima Africa, l’Australia, e l’America latina, in cui abbiamo le più grandi miniere di Litio l’elemento essenziale per la costruzione delle batterie.
Tutto questo con il plauso degli ecologisti di tutto il mondo, anche di quelli che in buona fede, avranno creduto di salvare il mondo dalla distruzione.
Purtroppo non sarà così e a questo bisogna prepararsi. Solo grazie a un ennesimo cambio di equilibrio, dovuto all’instabilità umana, troveremo un’altra armonia dinamica sempre però pronta a mutare rapidamente.
Sperando che un giorno, come scrisse l’amato Leopardi, non accada che “mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno.
Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa.”
Il saggio poeta di Recanati aveva già capito tutto.

La fine delle privatizzazioni e il ritorno delle statalizzazioni? Meglio liberalizzare!

Con l’acquisizione definitiva di Autostrade per l’Italia da parte di Cassa depositi e prestiti, possiamo dichiarare la fine delle privatizzazioni delle grandi imprese pubbliche. Termina ingloriosamente il tentativo di far nascere e crescere una imprenditoria non legata alle aziende di stato. Non mi dilungherò nelle varie operazioni e norme che hanno permesso di trasformare le aziende statali in società per azioni, ma alcune considerazioni voglio affrontate. 

Certamente la fase di uscita dal mercato dello stato, e quindi dei partiti e dei loro accoliti, la reputo una buona iniziativa, perché credo che al pubblico vadano assegnate pochi e importanti ruoli, e tra questi non dovrebbe esserci il suo intervento diretto nell’economia. Innanzi tutto perché il suo potere economico e legislativo praticamente senza limiti, fa si che di determini anche e soprattutto il suo monopolio nel settore oggetto di intervento e di conseguenza la impossibilità da parte di altri soggetti privati di competere, e senza una sana concorrenza vengono a mancare i presupposti sia per l’innovazione tecnologica che per la concorrenzialità dei prezzi.

Lo stato dovrebbe fare in modo che nessun soggetto diventi monopolista e a maggior ragione neanche lui dovrebbe di fatto esserlo.

Altro aggravante per la sua presenza e che le nomine degli amministratori di queste imprese sono politiche anzi partitiche, magari anche molto professionali, ma purtroppo fuori dalla logica del mercato che premia chi fa meglio gli interessi del consumatore finale. Questo poi determina che le scelte e gli impegni finanziari che ne susseguono non sono direttamente addebitabili agli stessi amministratori, che nel frattempo potrebbero anche essere sostituiti, ma alla collettività e quindi sostanzialmente la deresponsabilizzazione delle azioni intraprese fa si che le ricadute siano solo sulle spalle del nostro erario. 

Infine l’idea che solo attraverso un’azienda pubblica in Italia si può fare impresa ad un certo livello, come nel settore della difesa, demotiva sia i giovani, che coloro che avrebbero voglia di costruirsi da soli il proprio futuro. 

Con tutte le criticità anche di tipo procedurale, che nel tempo si sono evidenziate, i benefici delle privatizzazioni sono stati evidenti a chi ha voluto vederli. Infatti se andiamo a leggere bene i dati pubblicati nel Libro bianco sulle privatizzazioni dell’aprile 2001, salta agli occhi la riduzione del rapporto debito/pil che nel 1993 era del 115,66% passando nel 2001 al 108,32% e con un rapporto deficit/pil dal 10,03 sempre nel 1993,  al 3,40 nel 2001. 

“Inoltre, il risanamento delle imprese controllate dallo Stato, prodromico alla loro successiva privatizzazione, ha consentito alla finanza pubblica di beneficiare anche dei dividendi da esse distribuiti. In tale periodo si sono generati risparmi correnti e futuri per lo Stato, in termini di interessi passivi evitati, stimabili in circa 18.500 miliardi di lire (su un totale di circa 19.500 miliardi se si considera anche il risparmio interessi derivante dalle prime due aste di riacquisto titoli a valere sul Fondo del 1995). In altre parole, tale ordine di grandezza è l’ammontare nominale complessivo dato dal flusso di interessi cedolari che il Tesoro avrebbe dovuto corrispondere ai sottoscrittori sino alla scadenza naturale dei titoli oggetto di riacquisto. Le privatizzazioni, contribuendo in misura rilevante al percorso di risanamento della finanza pubblica dell’ultimo quinquennio, hanno permesso di aumentare la credibilità dell’Italia sui mercati finanziari internazionali. Questo è dimostrato anche dal progressivo assottigliarsi dello spread del BTP decennale sul rendimento degli analoghi titoli di Stato tedeschi”.

Dai dati del Database AMECO della Commissione Europea si rileva come il rapporto debito/pil continua a scendere fino al 2007 arrivando a 99,70 ed quello debito/pil a 1,50 per poi bruscamente iniziare una risalita senza freno fino al 153,6% alla fine del 2021 il primo e di 9,5 il secondo.

Certo in mezzo ci sono state due crisi devastanti: quella finanziaria del 2008 e quella della pandemia del 2020 ma il dato resta. Ha influito il passo indietro sulla via delle privatizzazioni ed una accelerazione delle nazionalizzazioni attraverso vari salvataggi a spese del contribuente. Prima fra tutte quelle ripetute di Alitalia, a cui siamo talmente abituati che non ci facciamo nemmeno più caso, per passare all’ILVA, ed in ultimo ad Autostrade per l’Italia.

Lo stato salvatore che risana, acquista e riacquista. 

Ma siamo sicuri che questa fosse l’unica via? La più rapida indubbiamente! anche se la più dispendiosa e a lungo termine anche la meno efficace per i motivi prima esposti. E allora che avremmo dovuto fare? Aprire al mercato libero, ai fondi di investimento, anche alle venture capital, in maniera che chi detiene ingenti quantità di capitali avrebbe potuto investirli in queste aziende con la speranza di ottenerne un beneficio di plusvalenza a rischio suo. Ed anche perché, come sostiene Eugene Fama premio Nobel per l’economia  2013, i mercati sono “efficienti”, anche se con diverse gradualità, ed in grado di agire attraverso l’accomodamento dei prezzi, difficilmente prevedibili e battibili anche se con diverse eccezioni. 

Infine la presenza di un investitore privato, che come obiettivo si pone il suo utile da reinvestire successivamente in altro affare, avrebbe sicuramente abbreviato il tempo di permanenza dell’investitore all’interno dell’azienda oggetto dell’intervento di salvataggio proprio per passare, risanata la stessa e ottenuto il profitto, alla prossima avventura. 

Invece quando entra un investitore pubblico, il meno che pensa è quello di uscire al più presto da un consiglio di amministrazione, avendo magari anche le migliori intenzioni, come quelle di preservare “posti di lavoro”, perché per sua natura la politica ha bisogno della gestione del potere che la partecipazione all’economia genera, questo lo dico senza nessuna acrimonia nei confronti dei partiti, a cui riconosco il loro ruolo fondamentale in una democrazia liberale, ma con la stessa determinazione penso che essi non debbano occuparsi delle nomine di aziende o imprese, semplicemente perchè gli obbiettivi degli uni e delle altre sono diversi. I primi lavorano per il consenso elettorale, le seconde per generare profitti per i loro soci. E quasi mai le due cose coincidono e quando vanno in conflitto, per esempio per la chiusura di uno stabilimento non produttivo, la seconda soccombe miseramente avendo il primo il monopolio del potere, con aggravio del pubblico erario.

Il mio ragionamento è suffragato anche dalla recente polemica per le nomine in cda della Rai, il partito che attualmente è all’opposizione, Fratelli d’Italia, si è risentito per la propria esclusione dal giro delle nomine, invece di aprire un serio e qualificato dibattito se è utile e corretto, che i partiti politici detengano la quasi totalità dell’offerta televisiva in chiaro. Nessun accenno a privatizzazioni o pluralità di posizioni, anzi proprio loro solo gli alfieri delle nazionalizzazioni, diverso e più retorico, modo di chiamare le statalizzazioni, purtroppo retaggio inconfessato di ideologie socialisteggianti dipinte con una mano tricolore.

Il rischio dell’impresa pubblica è bassissimo per chi le amministra in nome del partito, ma è elevatissimo per il contribuente che vede investire le proprie tasse in operazioni anche a perdere in nome di principi come “equità”, “italianità”, “solidarietà” senza mai però “responsabilità”. 

Il futuro che vedo? purtroppo, non roseo, storie già viste e vissute che mi inducono a credere che ben presto pagheremo lo scotto della mancanza di un ceto imprenditoriale libero ed indipendente, capace di innovare come in passato per generare quella ricchezza di cui abbiamo goduto ed in parte godiamo ancora, che voglia rischiare di suo nella sfida del libero mercato. 

La mia proposta? lasciamo che quell’ imperscrutabile variabile che è l’estro umano agisca liberamente, in maniera ateleologica, perché sostiene Eugene Fama “… ci sono delle eccezioni, e questo dipende dalla fortuna, ma molto più spesso dall’abilità personale… Sono quasi sempre gli stessi che riescono a battere il mercato…”.

A proposito di classe dirigente e “carta dei valori” dell’eurodestra 2021. L’eterno ritorno all’uguale?

A proposito di classe dirigente e “carta dei valori” dell’eurodestra 2021. L’eterno ritorno all’uguale?

Quando si afferma che a destra non è presente una classe dirigente oltre ai leader si dice una mezza verità perché in effetti c’è una, ed quella che proprio loro hanno accuratamente selezionato. Il tipo umano che essa rappresenta è più o meno quello che vediamo anche in altri partiti: ossequioso con il capo, sempre d’accordo con la “comunità che si organizza”, pienamente convinto dell’opinione ufficiale espressa via social, acritico e forse anche sinceramente certo di essere nel giusto (questa è la cosa che più mi preoccupa), semplicemente perfetta per chi pensa che governare sia comandare dimenticandosi che questo, come ci insegna la storia, è il miglior modo di andare a sbattere il grugno contro la realtà che, essendo complessa ha bisogno di risposte complesse, e prima o poi ti riporta sulla terra facendoci scendere bruscamente dallo shuttle dei sondaggisti, dove qualcuno ti ha messo per convenienza accidentale.
E pure in tutta l’Italia c’è una presenza diffusa di intelligenze plurime, non allineate al pensiero unico, libere, magari anche libertarie, forse anche scapigliate, un po’ dannunziane, anticonformiste e a loro modo patriottiche senza essere coccardiere e certamente difficile da omologare ed ingabbiare, a cui non piace la vita semplice del funzionario di partito a cui è chiesto solo di eseguire gli ordini del capo. Insomma un patrimonio di persone e idee che sono state volutamente messe da parte, con le quali non si vuole ragionare e discutere.
Comprendo il rischio di farlo: comporterebbe il mettere in controversia le proprie certezze ed aprirsi all’analisi dura della realtà mettendo a nudo tutte le proprie debolezze culturali e le incrostazioni incapacitanti del passato, che si “consegnano alla storia” come si ripone un vecchio arnese nell’armadio, senza mai però gettarlo veramente, pronto per essere tirato fuori all’occorrenza o come si fa con un motore usato riverniciandolo, modificandone o togliendone solo qualche parte più malandata, ma sostanzialmente lasciandolo così per come è stato progettato. Nessuna parola chiara e definitiva. Un esempio? le ordinanze degli amministratori locali del cosiddetto centrodestra nella fattispecie della pandemia, sono state in molti casi semplicemente più restrittive di quelle del governo nazionale. E che dire del plauso generalizzato, prima tra tutti Giorgia Meloni, alla teoria Biden sulla Global Tax?
Queste criticità esistono e si vedono tutte, soprattutto in politica economica. Infatti che differenza c’è tra le proposte dirigiste e stataliste del PD e dei M5S, rispetto alle altre di centrodestra? quali sono sul prossimo, temo, incremento dell’inflazione? sul debito pubblico, ridurlo o aumentarlo? sulle assunzioni negli uffici dello stato? sulla massa monetaria circolante? sui mercati finanziari? Quasi nessun distinguo, salvo qualche accenno propagandistico come la flat tax, infatti due dei tre partiti che compongono il cdx attualmente governano assieme ai primi, e quello che è all’opposizione dice che serve ancora più stato in tutto, dalla finanza alla formazione. Immaginano tutti comunque un ordine pianificato dall’alto. Solo che i fratelli “conservatori” lo giudicano auspicabile, quasi un “ottimo paretiano”, perché sperano di realizzarlo loro. Tutto qua.
L’ultima impresa, poi, in campo internazionale, la Carta dei Valori firmata da Salvini, Meloni, Orban e Le Pen ancora oggi denota come si giri intorno al tavolo senza mai cambiare realmente prospettiva. Non siete d’accordo? la pensate come Marco Gervasoni sul Il Giornale, che pure stimo, che sia la naturale rivendicazione di un’identità comune? Allora vi consiglio di leggere “Intervista sull’Eurodestra, Thule, Palermo (1978)”, in cui l’allora segretario del Movimento Sociale Italiano Giorgio Almirante, chiariva i connotati dell’operazione che aveva portato al patto tra il Movimento Sociale Italiano – Destra Nazionale ed altri tre partiti di destra europei, lo spagnolo Fuerza Nueva, i francesi di Parti des Forces Nouvelles e i greci dell’EPEN, in previsione delle prime elezioni del parlamento europeo del 1979, firmato dallo stesso Almirante, da Blas Piñar e da Jean-Louis Tixier-Vignancour, che poi si sciolse nel 1984 portando i missini insieme ai greci dell’EPEN a far nascere il Gruppo delle Destre Europee con il partito di Jean-Marie Le Pen il papà proprio di Marine. Niente di nuovo sotto il sole: identità europea, terza via tra socialismo e capitalismo etc, etc…
Ma si può veramente pensare a costruire il futuro con la testa rivolta a proposte e prospettive che forse andavano bene 43 anni fa? Basta leggere l’intervista ad Almirante per capire di cosa stiamo parlando. Eppure anche se sono un critico del segretario missino, gli riconosco i tentativi, anche se poi non portati fino in fondo, di allargare il campo per esempio nella cultura con il coinvolgimento del filosofo ex marxista Armando Plebe, o la nascita della destra nazionale con i monarchici o l’avvicinamento a Craxi, ma la tragica vicenda di Democrazia Nazionale, con la relativa inevitabile scissione, testimonia però come quella mentalità da caserma abbia poi disperso energie ed esperienze che sarebbero state essenziali per uscire dalle secche di un opposizione permanente al sistema democratico da cui si era però emarginati.
Solo con Alleanza Nazionale si pensò veramente di fare i conti con il passato, ed il viaggio di Gianfranco Fini in Israele e le sue parole definitive sul razzismo, avevano aperto le porte ad un diverso orizzonte. Peccato che i pretoriani della “purezza” con l’ausilio di interessati “amici” le abbiano chiuse rapidamente per evitare che fuggissero i cavalli e siamo, caro Gervasoni, tornati all’Eurodestra di 43 anni fa, con le solite frasi fatte sull’identità cristiana e classica, che si rivendicano ma non si perseguono fino in fondo, e con un atteggiamento anti capitalistico in cerca di una terza, improbabile ed inapplicabile, via al socialismo, sinonimo di interventismo di stato che invece si invoca con ardore.
Ricordo infine a me stesso, a proposito di classicità e tradizione, che il primo imperatore romano cristiano fu il siriano Marco Giulio Filippo Augusto meglio noto come Filippo l’Arabo nel 244 d.C. Mi chiedo: la nuova “eurodestra” del 2021 è pronta ad acclamarne uno così come presidente della commissione europea o invece siamo sempre all’eterno ritorno all’uguale?

Il moto armonico smorzato sovranista

Oscillare come un pendolo o una molla intorno all’asse del potere, tra un massimo di populismo ed un minimo di responsabilità, per poi a lungo termine, esaurita la spinta iniziale e per effetto delle forze dissipative del sistema, ricadere sull’equilibrio dell’autorità mi pare che sia il destino infausto del sovranismo. Nessuna vera alternativa a quella statalista, assistenzialista e dirigista della sinistra, l’unica differenza sono le facce che lo rappresentano, ma il rumore di fondo è lo stesso. Un vicolo cieco in cui tutto il centrodestra rischia di ficcarsi. A parte qualche vaga difesa di alcuni principi, come famiglia e patria, non vedo grandi prospettive per un’area che è, almeno nei sondaggi, maggioritaria in Italia, ma che rimane impastoiata in discussioni da bar ed intrappolata nei miti, anche quelli funesti, del passato. Viene stravolto anche quello del Risorgimento, che fu liberale e unitarista, senza mai pensarsi conservatore, anche perché questo avrebbe significato il permanere dell’assetto del congresso di Vienna con un territorio italiano diviso in stati con sovrani e tradizioni diverse e spesso avverse. 

Il Risorgimento fu sforzo unificante, tentativo di oltrepassare le diversità per creare un’omogeneità, almeno istituzionale, in nome di un’unità che dai tempi di Dante si invocava per l’Italia. Oggi non credo che Cavour si sarebbe mai iscritto a gruppi parlamentari che di questo processo non né hanno nemmeno capito lo spirito parlamentarista, e che di contro anzi hanno sostenuto in blocco il ridimensionamento del numero dei parlamentari per saziare la bramosia della plebe urlante alle porte di Roma. Figuratevi se uno come lui che scriveva che con un Parlamento si possono fare molte cose che sarebbero impossibili al potere assoluto. Una esperienza di tredici anni mi ha convinto che un ministero onesto ed energico […] ha tutto da guadagnare dalle lotte parlamentari. Non mi sono mai sentito così debole come quando le Camere erano chiuse. D’altronde io non potrei tradire la mia origine, rinnegare i princìpi di tutta la mia vita. Io sono figlio della libertà, è ad essa che devo tutto ciò che io sono. Se fosse necessario mettere un velo sulla sua statua, non sarei io a farlo. Se si giungesse a persuadere gli Italiani che essi hanno bisogno di un dittatore, essi sceglierebbero Garibaldi e non me. Ed essi avrebbero ragione. La via parlamentare è più lunga, ma è più sicura, si sarebbe mai accodato a certe impostazioni, o avrebbe mai accettato i cosiddetti “pieni poteri” invocati ora da questo ora da quello secondo il momento. 

Recentemente Marcello Veneziani, che apprezzo come intellettuale libero e anticonformista, ha rilevato che in alcuni di questi partiti c’è un deficit di classe dirigente e che sarebbe l’ora di oltrepassare il sovranismo, il vecchio adagio dell’andare oltre che rispunta. In verità per questa volta non la penso come lui, perché il problema non è nella classe dirigente che in qualche caso c’è pure, ma nel tipo di mentalità e di idee che essa evoca ed il fatto che comunque, a prescindere dall’età, non ha voluto fare i conti pienamente con il passato, come fece invece coraggiosamente Gianfranco Fini. Fin quando non sarà fatto questo sforzo per chiarire definitivamente se si preferisce il governo dei “forti” a quello della legge, quello un pò coccardiero e non quello della responsabilità, il rischio è elevato e l’elettorato avrà ben donde a scegliere altro, come in Francia dove la Le Pen continua a mietere consensi e a perdere ripetutamente nei momenti topici. Il vero coraggio sarebbe dire chiaramente come fece Margaret Thatcher, se si vuole costruire una società libera o no, fondata sul diritto naturale, uno stato essenziale e un governo limitato dalla legge. Lo capisco un rischio enorme per chi oggi guarda solo ai sondaggi quello del confronto su questi temi, ma è un passo necessario per aprire all’Italia un futuro di prosperità. Anche perché per me, non è per niente una bella prospettiva rinunciare ad un’Unione Europea, forsanche troppo burocratica ed oligarchica, ma al contempo fautrice di un lungo periodo di pace e di controllo della spesa pubblica cosa molto rilevante, per poi ritrovarci uno stato ancora più dirigista, invasivo, iperprotezionista, interventista economicamente e propenso all’assistenzialismo, sostituendo al burocratismo continentale quello nostrano. Il fatto che eventualmente ci sarebbero a gestirlo brave persone, animate da buoni propositi e anche simpatiche, non mi rassicura per niente. 

Speriamo che più che ad andare oltre, ci si fermi a pensare che strada imboccare prima che sia troppo tardi.

Sicurezza e dignità anche per i detenuti

Dopo avere visto il video sconvolgente pubblicato dal giornale Domani, sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020 vi consegno una mia riflessione che trova spazio in “L’Alleanza Etica” il volume di cui sono autore che è stato pubblicato nel 2010.

“Tutto deve concorrere alla elevazione della condizione degli uomini, anche di coloro i quali per gli errori commessi in libertà si trovano nelle carceri che come dice Lino Buscemi dirigente dell’ufficio del garante regionale per la Sicilia dei diritti fondamentali dei detenuti e presidente della ANDCI (Associazione Nazionale difensori civici italiani) sono diventate “discariche umane dove avviene di tutto”. Non è accettabile che la vita all’interno di questi istituti sia un inferno in terra poiché oltre all’aspetto della pena e della neutralizzazione della pericolosità del soggetto lo Stato deve impegnarsi soprattutto per il recupero e per la rieducazione dei detenuti, che nonostante il loro passato debbono essere considerati redimibili, come ci insegna Gesù il quale nell’ora della sua passione in croce decide di portare con sé nel regno dei cieli il ladrone che chiedeva il suo aiuto, lasciando invece l’altro lì dove stava poiché rifiutava la sua misericordia, lui sì veramente irredimibile. La dignità della persona non può e non deve essere mortificata in nessuna maniera.”

Questo per testimoniare come 11 anni fa come adesso, per molti di noi stato di diritto, governo limitato e dignità dell’individuo, sono auspicio, garanzia e fondamento per una società libera e aperta. In ogni struttura pubblica poi dovrebbe essere la legge a regnare e non l’arbitrio di qualche funzionario.
Allo stesso modo condivido le parole del ministro della giustizia Prof.ssa Marta Cartabia che ha dichiarato che quanto accaduto è “un’offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti e anche a quella divisa che ogni donna e ogni uomo della polizia penitenziaria deve portare con onore, per il difficile, fondamentale e delicato compito che è chiamato a svolgere.”

“La Politeia Elachista (lo stato essenziale e del governo limitato) è custode della sicurezza privata e pubblica e al contempo garante dei diritti naturali di cui è portatrice la persona.”

Difendiamo il libero pensiero e la democrazia dal rischio della pianificazione dell’economia!

L’ennesimo articolo uscito sul Fatto Quotidiano sulla nomina di alcuni componenti del Nucleo tecnico per il coordinamento della politica economica presso il Dipartimento di Programmazione Economica del Governo Draghi, per la precisione Carlo Cambini, Francesco Filippucci, Marco Percoco, Riccardo Puglisi e Carlo Stagnaro, nel quale si sottolinea la loro impostazione culturale antistatalista e liberista e la contestuale lettera al presidente Draghi sullo stesso argomento firmata da alcuni tra economisti, docenti universitari, ricercatori ed altri, testimonia come una certa cultura non riesce proprio ad immaginare che forse in un momento in cui abbiamo le risorse sarebbe meglio ascoltare proprio chi ha sempre teorizzato il risparmio di denaro pubblico e il razionamento della spesa statale a favore di investimenti effettivamente produttivi.
Il tono poi è particolarmente aspro, per essere benevoli, quando si fa riferimento all’Istituto Bruno Leoni, insinuando persino il sostegno di finanziatori” privati dell’istituzione (cosa poi ci sia di male lo sanno solo loro), senza però entrare mai nel merito delle prospettive e delle idee proposte dal think tank liberale. Vengono tirati dentro gli autori della scuola austriaca di economia come von Hayek e della scuola di Chicago come Friedman senza però mai parlare compiutamente né delle loro idee né di qualche libro degli stessi autori né dei loro premi Nobel.
Certo sarebbe meglio pensare come arrestare la crescita del debito pubblico, quello italiano è arrivato a 2700 miliardi di euro, piuttosto che aumentarlo, ma la logica purtroppo che ci sta dietro è quella di fare intervenire sempre lo stato a ripianare tutto, per poi colpire con la tassazione la proprieta privata quando il livello di indebitamento diventa insostenibile.
Rilevo che i firmatari sono quasi tutti docenti delle università statali, sarà un caso ed è un fatto. Sarebbe invece utile aprire un serio dibattito sul modello di istruzione e ricerca che abbiamo in Italia e capire se forse non sarebbe anche il caso di ripensare anche quello su basi alternative ispirate alla libertà d’insegnamento concreta, in cui è il docente a scegliere l’istituzione dove insegnare e la stessa a valutarne il rendimento.
In ogni caso ben vengano gli Istituti, come quello intestato al grande economista Bruno Leoni, e tutte le altre fondazioni, che credono nella libertà personale e d’impresa che si autosostengono con donazioni private e così facendo non gravano, come tante altre di opposta ispirazione, sul pubblico erario costituito dalle tasse e dai tributi versati dai cittadini.
Infine ricordo ai succitati, che saranno di sicura fede democratica, che quando interviene lo stato in economia si determinano tre conseguenze: si dilata il suo potere, amministrato dai partiti e gestito dalla burocrazia; si stabilisce il suo monopolio vista la sua assoluta posizione dominante; si indebolisce velocemente l’intera democrazia liberale, grazie anche alla deresponsabilizzazione delle persone.

Un pericolo ben più grave rispetto a tutti gli altri ed una lezione che abbiamo imparato dagli insuccessi dell’economia pianificata come quella dei regimi del  socialismo reale come l’URSS.


AS

Complimenti al presidente Mario Draghi per avere scelto due liberisti come Carlo Stagnaro e Serena Sileoni

Esprimo al presidente Mario Draghi i miei complimenti per avere nominato l’ingegnere Carlo Stagnaro, direttore della ricerca e tra i fondatori dell’Istituto Bruno Leoni e la dott.ssa Serena Sileoni Fellow onoraria dello stesso IBL come suoi consulenti per le politiche legate al Recovery plan.

Ringrazio inoltre il Fatto Quotidiano, per avere segnalato la notizia definendoli dei liberisti sostenitori delle teorie di Friedrich von Hayek (Premio Nobel 1974 per l’economia), Milton Friedman (Premio Nobel 1976 per l’economia),  Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Io tra questi avrei aggiunto anche Ludwig von Mises e James McGill Buchanan Jr. (Premio Nobel 1976 per l’economia) così il quadro era più completo.

Sottolineo infine che l’alternativa all’economia di libero mercato e quella pianificata tipica degli ex paesi del “socialismo reale” come l’URSS o l’attuale Cina. Ovviamente io preferisco la prima.

Lineamenti per una “Politeia Elachista”: lo stato essenziale e del governo limitato

Uno stato, senza i necessari limiti dettati dalle legge, dilatata il proprio potere, senza quasi opposizione, attraverso la sua burocrazia che la politica ha tutto l’interesse ad aumentare, e così facendo parallelamente alla crescita dell’ambito di competenza di essa lievita anche la spesa pubblica, quella italiana ormai senza freno sfiora i 2700 miliardi di euro, non tagliando i rami secchi che generano solo stipendi per i dipendenti e nessun o quasi beneficio per i contribuenti che ne pagano il costo con le tasse.

Il premio Nobel, padre della Teoria della scelta pubblica, James M. Buchanan sosteneva che “basandosi sulla riluttanza del pubblico ad agire in linea di principio a sostegno di soluzioni di mercato a problemi apparenti, reali o immaginari, questi gruppi di interesse assicurano restrizioni arbitrarie agli scambi volontari e, nel processo, assicurano rendite per i loro membri riducendo riducendo sia le libertà che il benessere economico degli altri membri del nesso economico, sia a livello nazionale che internazionale”.

Questa affermazione pone interrogativi ancora aperti, su quale tipo di società ci troviamo di fronte e quali correttivi è possibile operare, e in che settori prioritariamente, per rendere più facile la vita al povero uomo del nostro tempo che si vede invaso nella sua vita privata, quanto in quella pubblica, dal funzionario a cui la politica ha delegato il compito di misurare anche i metri quadrati del suo piccolo garage.

La strada verso la libertà passa dalla rimodellazione della “Politeia”, lo stato, nel senso di una restrizione dei suoi poteri: specialmente per quello che riguarda la possibilità di esercitare il monopolio della forza nei confronti dei suoi cittadini attraverso un approccio completamente diverso ed alternativo ad esso basato, su tre tre presupposti, come sosteneva James M. Buchanan, “individualismo metodologico, scelta razionale e politica come scambio”. Più semplicemente ogni azione è riconducibile ad un’azione individuale, come scrive Ludwig von Mises “solo l’individuo pensa, solo l’individuo ragiona, solo l’individuo agisce” e le sue scelte sono razionali nel senso di una massimizzazione del proprio interesse, che ovviamente non necessariamente è l’arricchimento personale, perché i fini sono molteplici e personali. La politica poi è la capacità di cooperazione e co adattazione tra soggetti diversi per raggiungere obiettivi che il singolo si pone ma che diventano comuni quando sono convergenti e ritenuti utili, cosicché i fenomeni macrosociali diventano il risultato non intenzionale di azioni individuali intenzionali.

La società o la comunità non può avere un punto di vista autonomo rispetto a quello dei singoli altrimenti diverrebbe il suo quello privilegiato e pericoloso per la libertà della persona che si vedrebbe schiacciata rispetto alla visione generale del mondo.

Ritengo che la “Politeia” sia l’organizzazione istituzionale della società/comunità storicamente affermata che esercita la propria sovranità su un territorio e un popolo che lo occupa, attraverso un ordinamento giuridico. Nel tempo l’interrogativo su quale tipo di stato garantisce meglio le libertà concrete è sempre vivo e pressante.

La mia personale risposta, anche grazie agli studi di diversi autori come quelli della scuola austriaca di economia Carl Menger, Eugen von Böhm-Bawerk, Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises e della cosiddetta Scuola di Chicago Milton Friedman e James Eugene F. Fama, M. Buchanan senza però dimenticare Robert Nozick, unitamente agli italiani del Risorgimento come il Beato Antonio Rosmini Serbati, Marco Minghetti, Camillo Benso di Cavour, Padre Gioacchino Ventura, Raffaello Lambruschini, Alessandro Manzoni, Luigi Tapparelli d’Azeglio e il “principe degli economisti italiani del Risorgimento” (così lo definiva Vilfredo Pareto) il siciliano Francesco Ferrara, passando poi per lo stesso Pareto, don Luigi Sturzo, Maffeo Pantaleoni, Gaetano Mosca fino ad arrivare ai giorni nostri con Dario Antiseri, Lorenzo Infantino, Raimondo Cubeddu, Franco De Benedetti, Carlo Lottieri, Davide Giacalone, Antonio Martino, Giancristiano Desiderio, Alessandro De Nicola, Corrado Sforza Fogliani per citarne solo alcuni, è quella per cui le caratteristiche fondamentali di un’organizzazione statuale efficiente e non oppressiva debbano essere: una legislazione snella, chiara e coerente ed avere un corpo proporzionato e reattivo per salvaguardare diritti e libertà.

Questo modello è la “Politeia Elachista o Elaxista” (in greco ελάχιστo significa minimo) uno stato essenziale e del governo limitato.

AS

Global tax e il governo mondiale dell’economia

L’accordo raggiunto dai paesi al G7 del 5 giugno 2021 per una tassazione globale del 15% alle cosiddette multinazionali è stato salutato da quasi tutti gli osservatori come un grande risultato contro l’elusione fiscale, cosa peraltro asserita in pompa magna dal ministro delle Finanze del Regno Unito, Rishi Sunak, nel comunicato ufficiale così “dopo anni di discussioni sono lieto di annunciare che il G7 ha raggiunto un accordo storico per la riforma della tassazione globale” in cui spiega che l’intesa prevede un’aliquota minima di “almeno il 15%” in ogni Paese, con riferimento alle mega imprese con margini superiori al 10%. Secondo il ministro britannico, il 20% dei profitti superiori a questo 10% di margini sarà riallocato nei Paesi dove vengono realizzate le vendite. “Dopo anni di discussioni, i ministri delle Finanze del G7 hanno raggiunto un accordo storico per riformare il sistema fiscale globale per adattarlo all’era digitale globale”, “ci impegniamo – si legge nel comunicato finale – a raggiungere una soluzione equa sull’assegnazione dei diritti di imposizione”. 

Risuonano in tutti gli enfatici comunicati ufficiali le parole “equità”, “giustizia sociale”, “tassazione solidale” etc.. insomma tutto l’armamentario classico “pauperista e/o assistenzialista” di stampo marxista a cui plaudono giustamente anche i “conservatori”, in cui la soluzione ai mali del mondo e “all’ingiustizia” sociale è da un lato la colpevolizzazione della libera impresa, che si permette di avere successo, fare utili, creare ricchezza, fornire servizi impensabili solo 100 anni fa e di dare occupazione e benessere a milioni di esseri umani nel mondo, e dall’altro il ridimensionamento della proprietà privata attraverso una tassazione mondiale. 

Un coro unanime ha salutato con favore l’iniziativa del G7: da Joe Biden, a Boris Johnson, da Mario Draghi a Ursula von der Leyen, passando per il ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire che ha dichiarato “questo è un punto di partenza e nei prossimi mesi lotteremo per garantire che questa aliquota minima dell’imposta sulle società sia la più alta possibile”, anche i grandi colossi come Amazon, Google e Facebook si sono detti favorevoli all’accordo, tranne la piccola Irlanda che ovviamente ha un regime fiscale del 12,5% e teme una ripercussione negativa sulla propria economia ben foraggiata dalle big tech. Nemmeno gli autodefiniti “liberali” al governo e all’opposizione hanno fiatato.

Ma siamo sicuri che vada tutto bene? Che questo sia finalmente il paradiso o quanto meno la panacea dei nostri attuali mali?

Non lo so, o meglio non lo credo. Un mondo in cui la tassazione della libera impresa e della proprietà privata, sono sempre l’oggetto delle proposte di rilancio dell’economia in crisi, è purtroppo l’anticamera di un aggravamento della crisi stessa, perché con questo modo di operare si tolgono capitali ulteriormente reinvestibili, dalle big tech ma penso anche all’industria dell’auto (forse la prossima della lista), nella stessa attività per destinarli magari ad un reddito minimo mondializzato per tutti, un luogo in cui la produttività e la creatività non saranno il motore della crescita. Siamo alle solite politiche del tipo “anche i ricchi piangano”. In tutto questo, chiedo ai vari “complottisti” attivissimi sul web, che ruolo hanno avuto i grandi capitalisti cioè quelli “dell’utile a tutti i costi” in questa storia? Stanno semplicemente subendo una decisione che per portanza e potenza forse ridefinirà in maniera radicale i rapporti tra gli stati e le economie nazionali, smentendo la vulgata che i capitali dominano il mondo e non la politica. Sempre più il ”grande legislatore”, come lo definisce Lorenzo Infantino, impone la sua visione dell’uomo in nome dell’equità e della giustizia sociale, livellando verso il basso la “società”, limitando le possibilità di manovra alle imprese e ai singoli individui. Io continuo per parte mia a credere nel valore della Libertà, garantita principalmente dalla proprietà privata sia materiale che intellettuale, declinata in tutte le sue accezioni, da quella economica a quella religiosa, di ricerca e insegnamento, unico metodo per lo sviluppo e per l’avanzamento. La tassazione globale non è la soluzione anzi potrebbe essere una delle cause di una crisi ben più profonda da cui sarebbe difficile uscire. E se sommiamo la global tax alle tasse nazionali che continuano a permanere, siamo ben oltre il punto massimo della curva di Laffer, che permette di visualizzare la correlazione tra pressione fiscale e gettito fiscale.

Infatti lo studioso statunitense dimostrò come l’aumento della tassazione oltre un certo limite causa una diminuzione delle entrate fiscali perché esiste un livello di tassazione ottimale che garantisce di massimizzare le entrate derivate dalla riscossione dei tributi, e come il gettito proveniente dalla tassazione diventa nullo in due casi: se non è presente tassazione e se si raggiunge il 100%. Teoria che in parte applicata durante la presidenza Reagan permise un grande livello di sviluppo economico mai più verificatosi.

Invito inoltre chi a destra gioisce di questo accordo di andarsi a studiare sia Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith, sia qualche bella pagina di Filosofia del diritto del beato Antonio Rosmini Serbati, sia qualche discorso parlamentare di Camillo Benso Conte di Cavour, sia qualche articolo di don Luigi Sturzo, sia L’ordine senza piano: le ragioni dell’individualismo metodologico di Lorenzo Infantino che Perché non sono un conservatore di Friedrich A. von Hayek”, così tanto per sapere di cosa stiamo parlando e scrivendo, agli altri invece non consiglio nulla visto che hanno capito “tutto” a loro modo, grazie all’idea della repubblica mondiale di Immanuel Kant e a Il Capitale di Marx di cui sono fieri e alcuni per certi versi inconsapevoli vessilliferi. 

Aspettiamo infine cosa farà l’altra metà del mondo che ancora non si è espresso e magari, speriamo, scopriremo che l’Africa o chi sa chi ci salverà.

Antonino Sala

Libera concorrenza e ricerca scientifica

La sospensione da parte della Corte dei Conti dei finanziamenti per la ricerca di un vaccino “italiano” progettato e realizzato da una società privata, Reithera, che opera nel campo della biomedicina, apre diversi interrogativi sul futuro della nostra industria farmaceutica in particolare ma anche degli altri settori produttivi. Non conosco, anche perchè non sono state ancora pubblicate, le motivazioni che hanno portato i magistrati contabili a bloccare il finanziamento già deliberato di 81 milioni di fondi pubblici a favore dell’impresa privata, e credo che sia stata certamente una decisione comunque difficile vista l’attuale situazione emergenziale determinata dal Covid 19 e quindi non entro minimamente nel merito della sentenza, ma invece è opportuno fare qualche considerazione sul fatto che si versino soldi pubblici nelle casse di aziende private. Ritengo infatti che questa modalità, seppur giustificabile dall’emergenza sanitaria, sia in linea di principio discutibile per due motivi essenziali: il primo perché il pubblico interviene nel mercato privato creando potenzialmente una posizione dominante di un soggetto su tutti gli altri e la seconda perché si vincola anche la stessa impresa destinataria ad una ricerca specifica andando così a limitare la libertà della stessa, sia di ricerca che di investimento, e alla fine si ritrova obbligata da un contratto di servizio a dover concedere il risultato delle proprie ricerche non al miglior “prezzo” senza massimizzare gli utili che potrebbero essere reinvestiti per migliorare il prodotto finale, ma a quello predeterminato da un accordo di massima.
Questo produce l’effetto opposto a quello che si voleva ottenere: deprime l’iniziativa privata, colpendo la libera concorrenza tra soggetti che avrebbero più benefici dalla competitività che da un monopolio. Abbiamo già avuto modo di sperimentare queste pratiche, ricordo solo per esempio cosa è avvenuto negli anni passati con l’industria dell’auto, se avevamo in Italia una serie di marchi autorevoli ed indipendenti come Alfa Romeo, Maserati, Ferrari, Fiat, Lancia, Autobianchi, De Tommaso, ed altri, ci siamo poi ritrovati, proprio per le politiche assistenziali ed unidirezionali volute dai governi italiani nell’arco di pochi decenni, un solo gruppo industriale che via via ha assorbito tutti gli altri, con il risultato di arrivare quasi a vendere tutto per la perdita costante di quote di mercato per lo scarso gradimento dei consumatori se Sergio Marchionne non avesse aperto la Fiat alle fusioni e al mercato internazionale, investendo in innovazione e qualità dei prodotti, tagliando i rami improduttivi e gettando le premesse perché oggi si è potuto occupare un posto di tutto rispetto nel monto dell’automotive con la nuova società Stellantis nata dall’unione di PSA e Fiat Chrysler Automobiles.
Tutto questo testimonia che al genio umano non possono né debbono porsi freni, diretti o indiretti, ma anzi andrebbe stimolato con la sana competizione che solo la concorrenza leale può garantire unitamente al soddisfacimento dei bisogni degli individui, con tutti i rischi del caso.
La stessa filosofia andrebbe applicata alla ricerca scientifica: libera concorrenza alla conquista del utile necessario e tutela della proprietà privata dei brevetti. Solo così si può garantire la libertà dell’iniziativa privata, la sostenibilità economica di un’impresa ed il progresso e non con il dirigismo statalista fatto di burocrazia e partitocrazia.
L’effetto sarebbe anche di un risparmio per il nostro già ultra indebitato erario, di conseguenza quello di un abbassamento della tassazione, di una progressiva riduzione di una serie di apparati inefficacemente dispendiosi e di un miglioramento della vita delle persone.

Super League e Libertà: arriva la burrasca.

Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni nel mondo del calcio europeo, la creazione di una lega alternativa gestita direttamente dai grandi club europei, appunto la Super League, è un fenomeno molto interessante sia dal punto di vista economico, vista la mole di finanziamenti che smuovono le società coinvolte, sia da quello prettamente politico sociale per le evidenti conseguenze che ne deriveranno, la separazione delle sorti di Juventus, Milan ed Inter dalle altre squadre del campionato italiano; ovviamente la stessa situazione si riverbera nella Premier League inglese e nella Liga spagnola con le loro maggiori squadre aderenti alla super league.
Allora proviamo a porre alcune questioni: siamo sicuri che i soggetti interessati di questa scissione siano in torto assoluto? siamo certi che per giocare al calcio ci sia bisogno di una struttura burocratica terza che regola ma non contribuisce economicamente? siamo tranquilli che l’eventuale prodotto sportivo sia peggiore dell’attuale? ed ammesso che lo sia, che gli appassionati non lo premierebbero? chi decide poi che questa formula sia una formula mai sperimentata e troppo spregiudicata? è pacifico che gli imprenditori del settore non abbiano il diritto di ricercare il proprio utile e quindi di aggregarsi liberamente? tutto questo è un nuovo inizio post covid?
Ho letto l’intervista di Andrea Agnelli in un articolo ospitato da Linkiesta nella quale afferma “FIFA e confederazioni, la più importante delle quali è quella europea, la UEFA, sono regolatori, organizzatori, broker e distributori del prodotto principale, sia esso il Campionato del Mondo o la Champions League. Lo schema degli ultimi decenni ha alimentato un’asimmetria che il Covid ha messo drasticamente in discussione: i calciatori sono protagonisti, ma non hanno quasi nessun potere decisionale rispetto a impegni e calendari. Gli imprenditori o gli investitori si assumono il rischio, ma non possono determinare formati e regole d’accesso e incassano proventi tramite l’intermediazione di autorità terze. Gli organizzatori/regolatori non sono né protagonisti né imprenditori, ma gestiscono, incassano e determinano. Quando la crescita è costante, i problemi si nascondono, quando la disruption arriva, il cambiamento è inesorabile.”
Come dargli torto? Gli imprenditori spendono milioni di euro per investire nei loro club ma non hanno voce in capitolo sull’organizzazione dei campionati e devono costantemente subire le decisioni di una burocrazia che regola e come dice lui “incassa”.
Penso che la libertà d’impresa, come la legittima proprietà, vada tutelata sempre perchè un diritto naturale della persona, anche nel calcio, che infatti è fatto da società private e pertanto credo che abbiano tutto il diritto di indirizzare i propri interessi nella direzione che meglio credono, senza interferenze alcuna da parte della burocrazia o peggio della politica. Tra l’altro in un momento come quello che viviamo pensare che i capi di governo, così come parlamentari e segretari di partito abbiano il tempo e la voglia di mettere il naso negli affari tra privati, ancorché rilevanti come quelli del calcio, invece di dedicarsi anima e corpo per farci uscire da questa situazione pandemica, mi sembra quanto meno stucchevole per essere teneri.
Ma andiamo al sodo: la riuscita di questa eventuale operazione sta nella qualità che riuscirà ad esprimere sul piano dello spettacolo calcistico e dal contestuale gradimento del pubblico, che è libero di finanziarlo come meglio crede: andando allo stadio, abbonandosi alla squadra o comprando azioni o vogliamo aprioristicamente, magari per decreto legge, sancirne l’insuccesso? Oppure vogliamo che qualcuno decida anche i gusti calcistici di quelli che la domenica si dilettano con una birra in mano, una grappa, un caffè e un sigaro, a vedere una partita di pallone? Perchè questo sarebbe l’orizzonte che si profilerebbe se accettassimo come principio l’interferenza del pubblico nel privato.
Quello che sta succedendo oggi è già accaduto nel calcio italiano tant’è che nel luglio 1921 nacque, quasi per le stesse ragioni, la Confederazione Calcistica Italiana (C.C.I.) che organizzò un campionato parallelo tra le allora maggiori squadre a quello della Federazione Italiana Giuoco Calcio, per poi arrivare ad una riappacificazione nel 1922 sulla base delle proposte delle CCI. Quindi niente di nuovo sotto il sole. E poi chi vieta al tifoso del Palermo o della Roma di seguirne le partite nella propria categoria? Nessuno.
In una società libera gli investitori, i creatori di ricchezza, le company, così come le singole persone hanno il diritto di associarsi per perseguire ognuno i propri fini ed il proprio utile e facendolo faranno il bene anche di altri che non partecipano direttamente alle loro scelte o imprese. La società è frutto di azioni e relazioni intenzionali che producono effetti inintenzionali, limitare tali scelte significa mortificare la creatività dell’uomo ed impedirle di operare in nome di un utopistico bene superiore deciso da qualcun’altro, con un unico risultato come affermava Antonio Rosmini «lo spedente comune ai nostri utopisti si è quello di spegnere la libertà personale, condizione e fonte della libertà civile e politica, siccome di ogni altra libertà. […] Promettesi pubblica felicità; ma questa poscia si ripone nella massima schiavitù».
Fortunatamente però la realtà è più dura dell’utopia, e come rileva Andrea Agnelli quando le mucche sono grasse i problemi vengono sottaciuti, quando invece, anche a causa della crisi sanitaria che stiamo vivendo, la situazione si fa critica ecco che le contraddizioni del sistema fanno saltare tutto.
Ritengo che la questione della Super League sia solo il paradigma di una burrasca che potrebbe avvenire in larghi ed ampi settori dell’economia e della società: la secessione da un sistema burocratico che si auto legittima con la pretesa di regolamentare e che si espande quotidianamente invadendo la vita privata delle persone con atteggiamento paternalistico come se ognuno non sapesse cosa è meglio per se.
Liberiamo allora la creatività e la fantasia di chi vuole mettersi in gioco e lasciamo che le persone scelgano su cosa investire denaro e tempo ed il resto verrà da solo, anche se dovesse essere la Juventus in Super League o come nel caso della mia squadra del cuore, il Palermo, in serie C.

Il mio vaccino contro covid e ignoranza. Per una scienza tra tentativi razionali, errori significativi, “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”.

Il mio vaccino contro covid e ignoranza. Per una scienza tra tentativi razionali, errori significativi, “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”.
Cari amici, anche io ho deciso liberamente di vaccinarmi contro il Covid19 utilizzando il siero che mi è stato messo a disposizione dalle autorità statali: Oxford Astrazeneca.
Ho deciso di farlo perché da uomo di studi sia classici che scientifici, sono arrivato, certamente non da ora, alla convinzione che l’umanità proceda nel suo percorso di crescita ed avanzamento per tentativi razionali, errori significativi, “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”, come ebbe a dire qualche secolo fa Galileo Galilei, e quindi anche io ho deciso di far parte di questa storia di lotta, sia contro l’oscurantismo di talune obbiezioni non suffragate da dati certificabili, che contro un morbo letale che in Italia ha mietuto più di centomila vittime, pari ad un’intera città o a un’intera piccola provincia italiana scomparse in un anno: una tragedia senza pari che ci ha segnati per la vita.
Aggiungo anche che mi è sembrato un atto di salvaguardia, per quello che vale, verso le persone che in qualche modo vengono in contatto con me, a cominciare dai miei alunni e colleghi a cui sono legato da sinceri sentimenti, e a finire a tutti i miei affetti, giovani e anziani, sia familiari che amicali.
Detto questo però voglio anche chiarire che non credo nella scienza come nuova religione, fonte di salvezza, per quanto mi riguarda come cristiano cattolico ho la mia fede nell’Onnipotente e questo mi basta e mi avanza, ma la vedo come la capacità che ha l’umanità di reagire alle difficoltà più atroci utilizzando la ragione, mettendo in campo strategie ed elaborazioni concettuali che ci hanno portato nel 2021 ad avere, qui nel libero occidente, il più basso tasso di mortalità infantile della storia grazie proprio ai vaccini e contemporaneamente una popolazione molto anziana per numeri ed età, e che Dio c’è la preservi.
La scienza ha i suoi limiti costituiti da errori ed aggiustamenti, proprio perché frutto dell’umana condizione, ma essa, la scienza, se vista nella giusta ottica diventa una grande opportunità, che è necessario cogliere, anche tenendo presente gli eventuali rischi da cui noi tutti non siamo esenti nemmeno quando prendiamo un’aspirina.
Condivido l’impostazione di Karl Popper secondo il quale la scienza non è “un sistema di asserzioni certe o stabilite una volta per tutte”, bensì un insieme di tentativi, “di ipotesi azzardate, di anticipazioni affrettate e premature, di pregiudizi”, che l’uomo tenta di cogliere in fallo cercando di farli collidere con la realtà, mediante l’osservazione e l’esperimento. Come scrive Dario Antiseri è un “modello interpretativo della scienza (quello poppereiano) basato sull’errore: quanto più si sbaglia, quanto più si elaborano nuove teorie che si rivelano fallaci, tanto più è possibile circoscrivere l’orizzonte della verità. Il progresso, secondo Popper, non consiste nell’accumulo di certezze, bensì nella progressiva eliminazione degli errori, in maniera analoga all’evoluzione biologica.”
Ma d’altronde la nostra stessa libertà di scelta è un rischio. Per conto mio avrei preferito che si lasciasse alle persone la decisione di che tipo di vaccino farsi inoculare, cosicché la responsabilità sarebbe ricaduta sugli individui e non sullo Stato, preservando l’autodeterminazione dei primi e la neutralità del secondo, fornendo però prima ovviamente tutte le informazioni e le controindicazioni del caso, considerando l’uomo ormai “adulto” e capace di poter disporre completamente del proprio corpo senza indebite interferenze. Ma così non è stato, purtroppo.
L’errore comunicativo che è stato commesso, inoltre, che è anche un modo di pensare, è quello di avere rassicurato la popolazione dell’assenza proprio di rischi, quello di avere disegnato utopisticamente, questo il vero pericolo, una ipotetica panacea nei vaccini, tralasciando anche di parlare delle possibili cure anti covid. Ovviamente un atteggiamento antiscientifico, che ha prodotto l’effetto opposto al primo evento negativo, seppur statisticamente poco significativo. Come sostiene Lorenzo Infantino infatti il vero sviluppo lo si ottiene quando si rinuncia “ad un punto di vista privilegiato sul mondo” consapevoli della propria ignoranza e fallibilità.
Rispetto la decisione di tutti coloro che altrettanto liberamente hanno preferito non farsi vaccinare, anche quella è una scelta, ma nel contempo a loro ricordo le parole di Bernard de Mandeville “chi vuole far tornare l’età dell’oro, deve tenersi pronto per le ghiande come per l’onestà”.
Poi, amici miei, sarà per i patri sentimenti che sempre mi animano, io degli alpini mi fido, hanno difeso i nostri confini montani dal 15 ottobre 1872, anno dello loro fondazione, e l’immagine del generale Francesco Paolo Figliolo che si sottopone alla vaccinazione con Astrazeneca, debbo confessarvi, mi ha rassicurato, come se in questa occasione si stesse proteggendo, in qualche modo ed ancora una volta, la frontiera della nostra civiltà. E speriamo che quest’ennesimo tentativo di avanzamento riesca, anche parzialmente! E che Dio c’è la mandi buona.
Antonino Sala.

Ps: un ringraziamento a tutti gli operatori che in questo momento stanno lavorando alacremente e che ho visto all’opera durante la vaccinazione. Anche questa è una nota di speranza per il futuro.

Ripensare Fini

Ho letto con attenzione gli articoli recenti di Mario Landolfi su Il Foglio e Gianfranco Rotondi su https://www.huffingtonpost.it/ su Gianfranco Fini e la sua svolta, che credo, testimonino come ancora la cosiddetta destra italiana debba fare un lungo percorso prima di potersi presentare epurata da tutte quelle incrostazioni vetero estremiste che l’hanno sempre contraddistinta a causa della sua atavica  caccia al traditore di turno, un retaggio culturale che viene da lontano, da quando si urlava nelle piazze alla vittoria “mutilata” nel 1918; al complotto “giudaico demo pluto massonico”; alle accuse alla monarchia e agli ambienti “reazionari” che sarebbero stati responsabili, a loro modo di vedere, della sconfitta in una tragica e rovinosa II guerra mondiale in cui proprio estremisti, affaristi, irrealisti, utopisti e militaristi avevano trascinato l’Italia;  agli strali indirizzati verso sia il governo Badoglio, il Re Vittorio Emanuele III e suo figlio Umberto II che tentarono di evitare ulteriori lutti alla patria che verso la resistenza antitedesca che era in larga parte fatta da anticomunisti, monarchici, liberali e popolari che lottavano per la libertà dai nazisti; per poi con lo stesso atteggiamento trasmigrare in tempi di repubblica, ricominciando a mettere all’indice i soliti “Giuda”, questa volta gli artefici della ricostruzione post bellica su cui comunque non do in questo testo nessun giudizio di merito o di valore (solo per esempio uno di questi era ed è nell’immaginario destrorso Amintore Fanfani che era stato fascista, ed aveva formulato il primo articolo della costituzione repubblicana ed aveva dato vita al centrosinistra con i “cugini” socialisti, dando impulso alla politica assistenziale e statalista del periodo); contro i “venduti” di Democrazia Nazionale che però avevano anticipato i tempi di Fiuggi anche con molta generosità ed ingenuità; ed infine verso Gianfranco Fini e la sua politica aperturista. 

Per inciso ancora oggi continua la ricerca del nemico interno da parte di chi di quel mondo si dice erede o prosecutore, principalmente perchè è più facile dare colpe a qualcuno  piuttosto che mettersi difronte allo specchio della propria coscienza e cercare soluzioni credibili, coraggiose e praticabili, a questo si unisce un endemico carattere “perfettista” dell’ambiente, pronto a dare “patenti morali” a chiunque esca dalla “comarca” nella convinzione di essere diversi o peggio superiori eticamente.

Incontrai il presidente Gianfranco Fini a Roma nel 2015 quando ormai era fuori dall’agone politico e sulla via del tramonto e debbo dire che trovai un uomo ancora brillante, certamente riflessivo su i suoi errori, ma una persona che era stata coraggiosa, forse anche troppo, che, come un giorno molti anni prima quando era in auge ebbe a dirmi, aveva “cercato di svuotare il mare con un cucchiaino”, e ovviamente non solo non ci era riuscito ma ne era rimasto travolto. Ancora oggi lo ringrazio della sua affabilità e di quell’incontro a cui ne seguirono altri.

Ma da cosa voleva svuotare il mare Fini? Bene credo che dopo tanti anni si possa fare un’analisi più attenta e profonda e soprattutto senza acrimonia, su quale era stata la svolta giusta di Fiuggi, pensata da Domenico Fisichella, voluta da Pinuccio Tatarella ed interpretata da Gianfranco Fini. Ci si voleva liberare dalla zavorra neofascista, che aveva messo nell’angolo la destra italiana nella prima epoca della repubblica, emarginata dagli altri partiti che non esitavano a disdegnare ogni aiuto parlamentare proveniente dal MSI, e senza una vera possibilità di incidere sulla vita politica italiana. 

Quella coraggiosa posizione che vide Gianfranco Fini protagonista della stagione della destra di governo, che ad oggi non si è più ripetuta, fece sì che in tanti ex missini divennero ministri, sottosegretari, presidenti di commissioni parlamentari e in molti casi manager e consiglieri di amministrazioni dei grandi gruppi statali: oggi quasi tutti muti sul loro ex capo nel migliore dei casi o irriconoscenti nella peggiore. Fini mi consegnò una massima di Seneca che spesso mi sovviene in mente, nell’occasione del nostro incontro “la riconoscenza è il sentimento della vigilia”, verissimo.

Inoltre lo storico viaggio di Gianfranco Fini ad Israele la ritengo una delle azioni più importanti con la quale ruppe definitivamente con uno strisciante antisemitismo che aveva caratterizzato certi ambienti, in parte gli stessi che avevano demonizzato l’avventura di Democrazia Nazionale e che per una presunta idea di purezza ritenevano di non doversi mai misurare con la sfida del governo in coalizione con altre forze politiche anticomuniste, liberali e popolari, che erano da sempre presenti nel Parlamento italiano, anche del Regno, perché espressione di una sensibilità diffusa all’interno del popolo italiano.

Certamente a Fini si possono imputare tanti errori, a cominciare dalla scelta di alcuni suoi devoti accoliti o presunti tali, dall’essersi fidato di colonnelli che aspiravano, forse, a diventare in fretta generali sotto un’altro capo, di essersi imbarcato nel PdL con Berlusconi e poi di essersene andato prematuramente, di essersi lasciato abbagliare da ipotetiche quanto improbabili avventure di governo alternative al centrodestra e di avere poi dato troppo spazio ad alcuni avventati e rissosi avventurieri, sempre pronti a creare confusione nel campo avversario quanto nel proprio, che lo hanno trascinato fuori dal seminato. 

Solo per chiarezza: la storia della casa di Montecarlo, che era e rimane comunque una questione legata al patrimonio privato della Fondazione Alleanza Nazionale, ed ancora all’esame della magistratura, non modifica di nulla il giudizio storico sulla persona, e ai tanti che allora guardavano alla vicenda, ancora tutta da chiarire, con occhio “attento” ed arcigno mi piacerebbe chiedere come mai in altre occasioni hanno fatto finta di essere non miopi ma ciechi fin dalla nascita.

Ma quanti di noi non commettono quotidianamente errori? d’altronde come scrive Friedrich von Hayek l’umanità procede per tentativi ed errori nel processo di avanzamento culturale, politico, sociale, economico ed umano. 

Tutta la storia dell’umano consorzio è costellato di avventurose imprese anche naufragate, che comunque indicavano una strada che per tappe poi altri avrebbero intrapreso favorevolmente. Nessun uomo, seppur dotato di grande intelligenza e conoscenza, può prevedere il futuro e gli sviluppi di un’azione libera, anche se fosse in possesso di portentose tecnologie appoggiate su innumerevoli dati, e se così fosse basterebbe allora costruire un cervello elettronico con un microprocessore molto veloce implementato da un efficiente algoritmo. E’ evidente che questa prospettiva, oltre che impossibile e anche disumana, sono troppe infatti le variabili in gioco per riuscire in un’impresa simile. 

Quindi preso atto della fallibilità e della finitezza umana la valutazione sull’opera di Fini va fatta sul deposito che oggi ci ha lasciato e sulla prospettiva che ha indicato: quella di un cammino, che libero dagli schemi incapacitanti e vincolanti del passato, anche se risultano comodi per nascondere la ritrosia, l’indolenza e fors’anche l’incapacità di molte “belle anime” a ragionare sul presente e sul futuro, verso un progetto di rinnovamento di un’area, che avrebbe dovuto avere ben chiara quale fosse la sua identità e la sua naturale collocazione, alternativa alla sinistra, anti dirigista e liberale come nella migliore tradizione della destra risorgimentale. 

Purtroppo i nipotini di Hegel sono sempre pronti a dare di matto appena si mette in discussione il dogma dello “spirito assoluto incarnato”, loro autentica esigenza ontologica tanto per citare Gabriel Marcel, ieri in Napoleone a cavallo a Jena, al tempo di Fini in Berlusconi sul predellino della sua auto a piazza San Babila, ed agirono perché si incerenisse, non solo il gentleman in grisaglia insieme a un’intera classe dirigente (che in parte preferì la diaspora necessaria per dirla con Tommaso Romano), ma anche il progetto veramente aperto come Fisichella e Tatarella avevano pensato Alleanza Nazionale, dove un partigiano anticomunista e monarchico come Edgardo Sogno, poteva trovare libera cittadinanza.

Ecco quella strada tracciata dovrebbe essere ripresa, con tutte le correzioni del caso, sapendo che gli intoppi e gli errori sono dietro l’angolo assieme ai tentativi di successo che pur non mancano. 

Sarebbe utile oltreché entusiasmante puntare a rifare un autentico partito tradizional/conservatore ed anche liberal/popolare, attualizzando ciò che è vivo del pensiero politico di Alessandro Manzoni, Marco Minghetti, Camillo Benso di Cavour, Luigi Tapparelli D’Azeglio, Gioacchino Ventura, Antonio Rosmini, Vincenzo Gioberti, Santi Romano, Quintino Sella, Luigi Sturzo, Benedetto Croce, Luigi Einaudi solo per citarne alcuni, senza pregiudiziali e con animo aperto anche all’incertezza del futuro. 

Ma principalmente, riappropriandosi, in tutti i sensi, di Gianfranco Fini e della sua controversa opera rinnovatrice, che il suo posto nella storia della destra e dell’Italia se lo è già conquistato, al quale si deve, come ho scritto prima, il primo vero tentativo, in parte riuscito, di fare uscire dal ghetto gli eredi degli sconfitti del XX secolo portandoli nelle stanze delle cancellerie continentali a decidere delle sorti dell’Europa.

Antonino Sala

 

Gesù Cristo tra capitalismo, carità e libertà

Sentendo per l’ennesima volta dire, in maniera capziosa e distorta, al classico uomo di sinistra pieno di prosopopea proletarista, che Gesù sarebbe, secondo la vulgata marxista, il primo comunista della storia solo perché predicava la carità verso il prossimo, ho fatto la riflessione che proprio Lui è stato, durante la sua vita terrena, il primo capitalista dell’era cristiana.
Il capitalista infatti è colui che crea ricchezza attraverso la trasformazione delle materie prime impiegando propri mezzi e risorse. Allora andando alle sacre scritture, nel vangelo secondo Giovanni si legge “tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare» e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Galilea, manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.”
La compassione di Gesù e l’amore verso la propria madre che lo invitava ad agire in favore degli sposi lo spinsero a trasformare una materia prima, l’acqua, in un bene di consumo più importante, il vino servendosi del suo capitale, la propria divinità, che tutto può, a cominciare dal modificare la natura degli elementi che si piegano al suo volere.
Se poi prendiamo quanto riportano tutti e quattro gli evangelisti sul miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci allora il mio pensiero si fa ancora più netto. Gesù sfamò cinquemila uomini con 5 pani e 2 pesci, così come è descritto da Matteo 14,13-21, da Marco 6,30-44, da Luca 9, 12-17, da Giovanni 6, 1-14. Ecco cosa ci dice il testo di Giovanni Giovanni 6,1-14: Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e una grande folla lo seguiva, vedendo i segni che faceva sugli infermi. Gesù salì sulla montagna e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Alzati quindi gli occhi, Gesù vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quello che stava per fare. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si sedettero dunque ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, finché ne vollero. E quando furono saziati, disse ai discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, cominciò a dire: «Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!».
Ma non è l’unica volta che questo segno della Sua potenza si manifestò, anche in un’altra occasione quattromila uomini furono sfamati con sette pani e “pochi pesciolini”, così come scritto da Matteo 15,32-39 e da Marco 8,1-10. Ecco cosa ci racconta l’evangelista Marco: “in quei giorni, essendoci di nuovo molta folla che non aveva da mangiare, chiamò a sé i discepoli e disse loro: «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle proprie case, verranno meno per via; e alcuni di loro vengono di lontano».Gli risposero i discepoli: «E come si potrebbe sfamarli di pane qui, in un deserto?». E domandò loro: «Quanti pani avete?». Gli dissero: «Sette». Gesù ordinò alla folla di sedersi per terra. Presi allora quei sette pani, rese grazie, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla. Avevano anche pochi pesciolini; dopo aver pronunziata la benedizione su di essi, disse di distribuire anche quelli. Così essi mangiarono e si saziarono; e portarono via sette sporte di pezzi avanzati. Erano circa quattromila. E li congedò. Salì poi sulla barca con i suoi discepoli e andò dalle parti di Dalmanùta.”
Sarebbe strano che chi riesce a trasformare la materia prima in prodotto finito, a sfamare migliaia di persone con poche risorse che in mano Sua diventano più che sufficienti definirlo “comunista”. Quanti regimi socialisti avete visto sfamare uomini e donne? Ne “Il libro nero del comunismo” curato da Stéphane Courtois troviamo che le vittime di questi regimi sono arrivate a 100 milioni, per non parlare delle violenze, delle repressioni e del terrore nell’Unione Sovietica di Stalin, nella Cuba castrista o nella Cina di Mao.
E quanto è pesato nella storia del novecento l’invidia sociale, tradotta in odio, verso i propri datori di lavoro, instillata da Marx, Engels e i loro epigoni Lenin e Stalin?
Di contro quanto affetto sincero c’è nel centurione romano che a Cafarnao gli venne incontro dicendogli «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre terribilmente» e Gesù gli rispose: «Io verrò e lo curerò».
Pertanto non possiamo non ricordare quale grande contributo sia stato quello del cristianesimo, in tutte le sue declinazioni, allo sviluppo del capitalismo come sistema economico e sociale. La religione dell’amore fraterno ha stravolto i rapporti tra servi e padroni nell’antica Roma, ha permesso la nascita delle corporazioni medievali con le prime forme di tutela degli aderenti ad esse, e quella dei primi banchi gestiti peraltro dai grandi ordini crociati, ha dato un impulso decisivo al rinascimento italiano con gli artisti pagati come meglio si poteva pur di avere i loro lavori ed infine alle rivoluzioni industriali, in cui i primi a giovare dei miglioramenti dei sistemi produttivi sono stati proprio i lavoratori che dalle campagne si sono spostati nelle città dove hanno trovato un minor carico di lavoro manuale e retribuzioni più alte, che di conseguenza hanno costretto i proprietari terrieri ad aumentarle ai propri operai per tenerli legati alla terra. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile se Gesù stesso fosse stato avverso alla libera impresa fondata sul libero scambio e all’utilizzo delle risorse naturali che all’uomo sono state affidate non per contemplarle ma per goderne a differenza di quanto un certo ambientalismo vuole far credere.
Tutto l’avanzamento dell’Occidente, è stato un continuo rifarsi alla parabola dei talenti ”avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone. Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.” Un chiaro incitamento a operare e a rischiare per moltiplicare quelle risorse che ci vengono assegnate e da cui dobbiamo trarre il massimo secondo ognuno le sue potenzialità naturali.
D’altronde da diversi autori è stato approfondito il rapporto tra cristianesimo e capitalismo, anzi è ritenuto rilevante l’apporto dato proprio dai francescani allo sviluppo del libero scambio. Infatti scrive Dario Antiseri “la riflessione economica francescana diventa realtà concreta nei Monti di pietà e nei Monti frumentari dove la differenza tra le due istituzioni sta nel fatto che i Monti di pietà servivano a calmierare il costo del denaro a vantaggio delle forze lavoro, mentre con i Monti frumentari si intese calmierare il prezzo del grano, a favore della parte povera della classe degli agricoltori: venivano prestate derrate di cereali per la semina che, a raccolto avvenuto, venivano restituite alle condizioni stabilite, in sostanza a seconda del rendimento dell’annata. Attenti agli aspetti concreti dell’evangelizzazione, i francescani si erano resi conto dell’impossibilità per le famiglie meno abbienti di avere accesso al credito ad un equo tasso di interesse ed erano testimoni del dramma di tante famiglie precipitate in miseria perché strangolate da usurai ebrei e cristiani senza scrupoli. Sta proprio qui, appunto, la ragione principale della creazione dei Monti di pietà: istituzioni concepite come mezzo di cura della povertà, di lotta all’usura .
Fu frate Barnaba Manassei da Terni a fondare a Perugia il 13 aprile del 1462 il primo Monte di pietà. Frate Barnaba, tra il 1460 e il 1462, insieme a frate Michele Carcano da Milano, aveva predicato a Perugia contro l’usura, e «riuscì a convincere gli amministratori della città a dar vita a un banco di prestito su pegno, che usasse il tasso di interesse unicamente per conservare il cumulo di denaro necessario a mantenere il flusso dei prestiti. L’istituzione si formò con i proventi di donazioni e di elemosine (…) Faceva prestiti a mercanti ed artigiani ed escludeva prestiti per spese di lusso. Il tasso di interesse non superava il 6%» (Bazzicchi). Subito dopo quello di Perugia, l’istituzione dei Monti di pietà si diffuse in Umbria e nelle Marche per estendersi successivamente soprattutto nell’Italia del Nord. Nel 1463 il Monte di pietà fu fondato a Orvieto e a Gubbio; nel 1464 a Pesaro e l’anno dopo, nel 1465, a Foligno; nel 1466 a Norcia, a L’Aquila e Borgo San Sepolcro; nel 1467 a Terni; e il 14 giugno del 1468 ad Assisi. Qui, ad Assisi, a dare man forte al Monte di pietà fu fra Giacomo della Marca, il quale dimorò nell’eremo delle Carceri tra il 1468 e il 1471. Nell’estate del 1485 arrivò ad Assisi fra Bernardino da Feltre, il cui impegno di predicatore si profuse nella difesa dei Monti di pietà, e che pochi mesi prima, nel 1484, aveva fondato il suo primo Monte a Mantova. Monti di pietà sorsero nel 1469 a Spoleto e a Trevi, nel 1471 a Viterbo, nel 1473 a Bologna, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza. In un secolo, dal 1462 al 1562, si potettero contare duecentoquattordici Monti di pietà. Con l’istituzione dei Monti di pietà i francescani si immersero nella concretezza della vita quotidiana della gente….Aspra è stata la discussione tra teologi, moralisti, giuristi di varie Università dell’epoca sul problema dell’interesse sul prestito. I teologi e moralisti domenicani e agostiniani erano contro ogni forma di interesse e addirittura anche contro il semplice rimborso spese. E pure tra i francescani l’argomento dell’interesse sul prestito fu oggetto di contese come dimostrano gli scontri che si ebbero nel capitolo generale dell’Osservanza di Firenze del 1493. E nel Capitolo generale che ebbe luogo a Milano il 13 luglio del 1498 si stabilì che non venissero eretti Monti di pietà senza la prescrizione di ricevere un tasso di interesse, seppur minimo. L’esperienza aveva già dimostrato, con il fallimento del Monte di pietà di Firenze, che i Monti non avrebbero affatto potuto sopravvivere senza la richiesta di un pur minimo interesse sul prestito.”
Inoltre è interessante la tesi di Stefano Zamagni in L’etica cattolica e lo spirito del capitalismo secondo la quale “la famosa tesi di Max Weber secondo cui la Riforma incoraggiò – e non causò, si badi – lo sviluppo del capitalismo moderno attraverso l’etica protestante del lavoro e la nozione di vocazione collegata all’idea calvinista di predestinazione individuale. L’Etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-05 e 1920) si apre con una domanda ben specifica: “Quale concatenamento di circostanze ha fatto sì che proprio sul terreno Occidentale, e soltanto qui, si siano manifestati fenomeni culturali che pure… stavano in una linea di sviluppo di significato e validità universale?” Nel cercare una risposta significativa, il grande sociologo tedesco inizia con l’osservare come: “Il Protestantesimo ha l’effetto di liberare l’acquisizione della ricchezza dalle inibizioni delle etiche tradizionaliste; esso rompe le catene della ricerca del guadagno non solo legalizzandolo, ma vedendo in esso l’espressione diretta della volontà di Dio”. E’ in particolare la nozione Calvinista di ascetismo – a differenza di quanto accadeva nella vita monastica, l’ascetismo per Calvino significava impegnarsi nel mondo in modo produttivo controllando con la ragione le pulsioni passionali – che, secondo Weber, vale a stabilire la contiguità fra Protestantesimo e capitalismo moderno. Alla regola benedettina “ora et labora”, Calvino sostituisce la sua “laborare est orare” (“lavorare significa pregare”), con il che l’ascesi cattolica extramondana si fa ascesi intramondana nella spiritualità calvinista: è in ciò la genesi dello spirito del moderno capitalismo. La vicenda della Riforma costituisce un caso notevole, anche se non unico nella modernità, di eterogenesi dei fini. Lutero e gli altri esponenti della Riforma (salvo Calvino) erano ostili alle questioni economiche, né conoscevano il funzionamento delle istituzioni di mercato. La loro fu una lotta accesa contro la diffusa pratica, nella Chiesa Cattolica, di episodi di corruzione e di compravendita delle indulgenze. La Riforma non riguardò se non indirettamente la sfera dell’etica. Il suo oggetto fu piuttosto la teologia e la vita religiosa. Eppure, preoccupato di proteggere la religione dall’influenza delle forze del mercato, Lutero – secondo l’interpretazione corrente della tesi weberiana – avrebbe, affiggendo le 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg, scritto un manifesto capitalista. C’è del vero in ciò? Non penso proprio. In primo luogo, giova precisare che, contrariamente a quanto asserito da non pochi interpreti, Weber mai ha sostenuto che il capitalismo ha tratto origine dalla Riforma. Scrive al riguardo il nostro: “Non si deve combattere per una tesi così pazzamente dottrinaria come sarebbe la seguente: che lo ‘spirito capitalistico’ sia potuto sorgere solo come emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma”. (Ib.p.162). Non è tanto il capitalismo, quanto il capitalismo moderno che, secondo Weber, esigeva una spiegazione delle sue origini o, meglio ancora, del suo rapido diffondersi nei paesi nord-europei. Si badi che a differenza di Lutero, la cui conoscenza dei problemi economici era alquanto limitata e la cui ostilità nei confronti delle pratiche capitalistiche era ben nota, Calvino era pienamente consapevole delle attività finanziarie che si praticavano nella sua Ginevra e delle loro implicazioni economiche e sociali. Quel che pare dunque ragionevole sostenere è che, sebbene valori borghesi quali la parsimonia, la perseveranza, la dedizione al lavoro duro etc., ricevettero tutti un riconoscimento esplicito dalla teologia di Calvino, il capitalismo moderno (nel senso di Max Weber) è più un risultato collaterale, che non l’effetto desiderato di quella prospettiva religiosa.”
Scrive Joseph Schumpeter “Già prima adombrata, essa fu per la prima volta espressa da sant’Antonino, il quale spiega che sebbene il danaro circolante possa essere sterile, il capitale monetario non lo è, perché esso rappresenta una condizione necessaria per intraprendere affari. Ora, è ben vero che il domenicano arcivescovo fiorentino sant’Antonino (1389-1459) accoglie nella sua Summa l’idea della funzione del prestito di danaro sia per i consumi che per gli investimenti vantaggiosi, richiamandosi all’autorevole proposta di san Bernardino da Siena (1380-1440), solo perchè costui, da parte sua, ripeteva le idee di due francescani: Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) e Alessandro di Alessandria (1270-1314).
Nella Prima Quaestio del Tractatus de emptione et venditione l’Olivi tratta del valore economico. Il valore di una cosa, egli afferma, nasce dalla concorrenza di tre cause che sono: quelle proprietà che la rendono adatta meglio di un’altra a soddisfare i nostri bisogni; la scarsità e quindi la difficoltà ad essere reperita; la preferenza individuale di coloro che intendono usarla.
Nella terminologia di san Bernardino da Siena, nella trascrizione che egli fa dei passi dell’Olivi, il valore di una cosa è data dalla raritas, dalla virtuositas e dalla complacibilitas.
La raritas sta a significare la scarsità del bene economico rispetto alla domanda; la virtuositas “la sua capacità oggettiva di rispondere ad un bisogno”; e la complacibilitas è la preferenza che un soggetto dà ad un bene in vista dell’appagamento di un bisogno piuttosto che di un altro, stabilendo una gradualità tra questi. Con la complacibilitas l’Olivi introduce nella concezione del valore un elemento che risulterà poi nevralgico per il marginalismo e nella successiva e contemporanea teoria economica. In sintesi, annota ancora il Bazzichi, “il valore economico si determina in funzione dell’utilità – sia nella sua forma oggettiva (virtuositas) sia nella sua forma soggettiva (complacibilitas) – e in funzione della rarità. E precisa: è questa veramente la migliore e la più moderna tra le teorie del valore del Medioevo”.
Mi pare anche opportuno per completezza citare anche Murray Rothbard, esponente libertario della Scuola Austriaca di economia, secondo il quale fu il cattolicesimo e scoprire il capitalismo di libero mercato che all’inizio fu osteggiato proprio dai protestanti. Rothbard, ebreo e agnostico, nonostante non si convertì mai dichiarò se stesso “un ardente sostenitore del cristianesimo”. Nella sua storia del pensiero economico (Economic Thought Before Adam Smith), uscita postuma nel 1995, Rothbard ripensò il Medioevo cattolico come un periodo ricco e creativo della storia europea proprio anche perché il libero mercato nacque molto prima di Adam Smith, nel mondo cattolico e non in quello protestante. L’attenzione del nostro di Rothbard si rivolse in particolare a due francescani: al provenzale Pietro Giovanni Olivi (1248-1298), il vero scopritore della teoria soggettiva del valore; e a San Bernardino di Siena (1380-1444), il quale, oltre a fornire una magistrale analisi delle virtù e della funzione dell’imprenditore, riportò in auge la teoria soggettiva del valore sviluppata da Olivi, per non parlare dell’esaltazione che fa dei tardoscolastici della Scuola di Salamanca del Sedicesimo secolo per la loro difesa della proprietà privata, per le acute analisi dei fenomeni di mercato e monetari, per la dura critica dell’intervento del governo nell’economia come scrive Guglielmo Piombini in un articolo dal titolo eloquente “Quando i francescani scoprirono il capitalismo” pubblicato dalla Nuova Bussola Quotidiana.
Infatti Olivi afferma “di fronte alla proibizione canonica dell’usura, è lecito distinguere fra il prestito di una somma di danaro qualsiasi e il prestito di una somma di danaro inscritto o da inscriversi nel processo produttivo, cioè impiegato in un programmato o già realizzato investimento produttivo?…. Ciò che è destinato a qualche probabile lucro non solo deve rendere il suo stesso valore, ma anche un valore aggiunto”.
Come ha scritto Oreste Bazzichi (Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica) i francescani, a partire dalla seconda metà del XIII secolo, sono stati pressoché gli unici a elaborare, sul piano dottrinale, una teologia economica e, conseguentemente, a esercitare nella prassi un’influenza positiva per il superamento delle difficoltà giuridico-morali all’attività di impresa come l’interesse e la produttività del denaro.
Condivido infine per concludere, il pensiero di Flavio Felice professore ordinario di Storia delle dottrine politiche all’Università del Molise: “San Bernardino da Siena, considerando che «se è legittimo perdere, deve essere legittimo vincere», giungeva alla conclusione che per fabbricanti e commercianti è legittimo ottenere un profitto. Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizzava anche il Vescovo di Firenze Sant’Antonino, il quale affermava che «poiché ogni agente opera per ottenere un fine, lo scopo immediato dell’uomo che lavora nel settore dell’agricoltura, della lana, dell’industria o di attività simili è il profitto». Per san Tommaso d’Aquino tra i motivi che giustificano i profitti dobbiamo considerarne fondamentalmente cinque: provvedere alla famiglia del mercante; aiutare i poveri; stimolare il benessere del paese; remunerare il lavoro del mercante; migliorare la merce. Dunque, condanne e filippiche a parte, le virtù mercantili si impongono. Sta per formarsi un nuovo sistema economico, il capitalismo, che per avviarsi e svilupparsi, ha bisogno, se non di tecniche nuove, per lo meno di un uso massiccio di pratiche da sempre condannate dalla Chiesa, i cui anatemi però vennero in molti casi superati, da un lato, con l’interpretazione delle singole tipologie di prestito e di interesse (damnum emergens, lucrum cessans, poena conventionalis), dall’altro, da una sottile analisi che traghettò il concetto di “capitale monetario” dalla nozione di somma di denaro destinato agli affari (capita), a elemento vivo la cui forza risiede nel suo carattere seminale (caput).L’avvio di tale analisi spetta all’originale idea del teologo Francescano Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) sul capitale, sull’interesse e sul giusto prezzo; quest’ultimo venne analizzato dall’Olivi a partire da una teoria soggettiva del valore: la complacibilitas (desiderabilità). Alla base del pensiero economico oliviano c’è la sua teoria del capitale, una somma di denaro che, essendo destinato agli affari, contiene già in sé un “seme di lucro”; questa presenza seminale costituisce il valore in più (“superadiunctus”) che il debitore deve restituire insieme alla somma ricevuta in prestito. L’idea oliviana, ampliata e accolta dalla scolastica francescana, si fece strada ed ebbe larghissima diffusione e fece testo nel campo della teologia morale grazie ai sermoni e alle prediche del francescano San Bernardino da Siena e del domenicano Sant’Antonino da Firenze, finché la scuola teologica dei gesuiti nel XVII secolo la presenterà come dottrina comune dei moralisti, a cui attinse, più tardi, il filosofo morale Adam Smith. Si tratta di un contributo fondamentale all’analisi teorica dell’economia di mercato, di cui, peraltro, l’economia sociale di mercato di Röpke in Germania e di Einaudi e di Sturzo in Italia può essere considerata, in qualche misura, continuatrice ed erede. Che questo basti per parlare di “radici cattoliche” del capitalismo? Se per capitalismo intendiamo un modello di produzione fondato sul ruolo positivo svolto dalle imprese, dal mercato, dalla proprietà privata e dal libero, responsabile e creativo agire della persona, ancorato a un saldo sistema giuridico e a un chiaro orizzonte ideale, al centro del quale è posta l’opera del più affascinante, raffinato e prezioso fattore di produzione: il capitale umano, credo che sia difficile non cogliere proprio nella tradizione greca, romana e infine cristiana, le radici stesse del capitalismo.”
Il Capitalismo attuale deve molto alle sue radici medievali e cristiane, poichè esso si incentra sul diritto naturale alla proprietà e alla libera impresa, come espressione della creatività dell’uomo sviluppata nei secoli e voluta nell’atto creativo da Dio per noi credenti. D’altronde il vero capitalista, non è colui che accumula oro e denaro fine a se stesso, ma al contrario ama reinvestirlo e quindi rischiarlo nella propria azienda, come scrive nella Società Libera Friedrich von Hayek, per migliorare il proprio prodotto venendo incontro meglio alle esigenze del consumatore, l’unico signore del mercato, e anche per ampliare la propria attività aumentando sia la produttività che il livello di impiego, divenendo in tal modo un inconsapevole benefattore della comunità, la quale dal suo ingegno ne ha sempre tratto un notevole vantaggio sia sul piano materiale che su quello dell’autodeterminazione, perché il Capitalismo è Libertà. E Gesù Cristo è l’essere più libero dell’universo essendone l’unico Re.

Debito pubblico, tassazione progressiva, perdita di ricchezza e decrescita infelice. No grazie!

In questi giorni abbiamo sentito parlare di debito buono è debito cattivo. Ma esiste un debito pubblico buono? Io credo di no, perché comunque si determina con esso una situazione paradossale in cui chi contrae il debito, non è la stessa persona che lo dovrà ripagare, ma bensì i suoi figli e un forse anche i suoi nipoti. E’ logico pensare che il debitore attuale si deresponsabilizzi a tal punto da non prestare più attenzione a quanto prende in prestito, essendo certo di non dovere rispondere direttamente di nessuna cifra impegnata. Un esempio concreto? quanti di coloro che hanno contribuito alla mole ingente di debito che pesa sulle casse dell’Italia sono stati responsabilizzati delle loro azioni? Avete mai sentito che qualcuno sia stato chiamato a giudizio per eccessiva emissione di titoli di stato? Avete mai visto qualcuno rispondere in solido, quindi con il proprio patrimonio, del danno arrecato alle generazioni successive dal gravame debitorio, se non l’ignaro contribuente? Io no e credo nemmeno voi, per il semplice fatto che l’arco temporale in cui andava interamente ripianato il disavanzo si è esteso a tal punto che quando il nucumento si è concretizzato i suoi autori erano già passati a miglior vita, come per esempio la maggior parte dei politici della prima Repubblica, principalmente perché gli effetti si sono visti molti anni dopo. Spendere oggi per ripagare domani, ma non da me: questo è stato il motto dominante della politica economica degli ultimi 70 anni di Italia, senza la responsabilità diretta di nulla. A differenza di chi dopo l’Unità d’Italia, per la precisione il governo di Marco Minghetti (destra storica) nel 1876 era riuscito per la prima volta nell’ardua impresa del pareggio di bilancio. In fin dei conti, avendo concepito lo stato e la società, non come la somma delle individualità, uniche ed irripetibili, e delle loro libere interazioni, ma come ente reificato a se stante con una propria soggettività autonoma, unico legittimato a detenere il monopolio del potere, si è potuto farlo indebitare fino al collasso, immaginando che alla fine della giostra avrebbe lui stesso ripianato tutto, magari stampando un pò di carta moneta e ricorrendo sistematicamente all’inflazione, distruggendo così capitale e ricchezza materiale. Purtroppo la logica conseguenza è stata ovviamente quella di far crescere in maniera parallela la tassazione progressiva, l’unica maniera per ristabilire apparentemente l’equilibrio tra entrate ed uscite. Inoltre le imposte progressive a scaglioni hanno colpito primariamente le categorie più dinamiche e produttive, salvaguardando invece quelle più passive e parassitarie, in nome del falso mito della giustizia sociale e conseguentemente impedendo l’accumulo, ed in molti casi dissipando nuove quantità di capitale che sarebbero potute essere reinvestite per generare nuova ricchezza. L’altra atroce e fallace favola della redistribuzione dei beni ha poi impoverito progressivamente tutti ed ha ingenerato la sensazione, e quindi il veleno dell’invidia sociale, che il problema della mancanza di benessere dei ceti popolari è colpa dei cosiddetti “ricchi”, coloro che detengono “senza meritarsela” le agiatezze migliori “rubate” secondo un vecchio adagio della sinistra marxista alla classe lavoratrice sfruttata e depredata, anche se in verità le cose non stanno per niente così. Anzi la presenza di un ceto più abbiente capitalistico ha permesso al lavoratore più umile di migliorare la sua situazione economica, quantomeno perché per esempio il produttore di auto come primo cliente ha visto gli operai della sua stessa fabbrica piuttosto che i super ricchi, che quantomeno erano in numero assai inferiori rispetto ai primi. E così potremmo continuare con i produttori di frigoriferi, lavatrici, congelatori, telefonini e quanto la produzione industriale è stata capace di progettare e realizzare. In fin dei conti il capitalismo si è rivolto maggiormente al soddisfacimento dei bisogni del popolo, che dell’alta borghesia, per non parlare dell’aristocrazia terriera, che né è stata la prima vittima, visto che la stessa è stata costretta ad aumentare considerevolmente la paga giornaliera dei suoi contadini per convincerli a rimanere a lavorare nei campi per evitare che fuggissero nelle fabbriche di città, dove le retribuzioni erano molto superiori a fronte peraltro di un minor numero di ore di lavoro, con un aumento anche del loro potere di acquisto, e divenendo così i veri signori del mercato, che con le loro scelte hanno condizionato ed indirizzato.
Ma dovendo procedere alla requisizione di una parte considerevole del guadagno dell’imprenditore, per riequilibrare il debito pubblico o come si dice oggi per mantenere la sostenibilità della spesa, si è altrettanto progressivamente colpito la retribuzione dei lavoratori, sempre più ristretta, i quali hanno perso potere di acquisto, poi con la conseguente diminuzione dei consumi si è determinata una necessaria riduzione del personale impiegato per abbassare i costi di produzione, determinando così da un lato un aumento della disoccupazione reale e dall’altro l’evasione fiscale. Un vero e proprio disastro sintomo di una decrescita infelice, ammesso che possa esisterne una felice perché non ho mai visto nessuno andare in rovina ed esserne contento.
Il tanto declamato Recovery plan, di 200 e passa miliardi di euro, di cui 120 di debito e solo 80 a fondo perduto, su i 750 totali dell’Unione Europea, si aggiunge al nostro già elevato debito pubblico, con le conseguenze che ho già descritto, anzi recandone in dote una ancora più pericolosa: l’indebitamento dell’Europa come sistema continentale, gettando le basi per una futura e molto prevedibile tassazione europea, così alla fine della corsa avremo imposte comunali, regionali, nazionali ed internazionali sulle nostre fragili spalle. Ovviamente non invoco l’austerità ma la responsabilità nelle scelte politiche ed un orizzonte di libertà.
Se fossi al governo diffiderei dall’utilizzare i fondi in debito che ci vengono proposti a un buon tasso e prenderei solamente, ammesso che ci possa essere concesso, quelli a fondo perduto. Tenendo presente però che il disavanzo dello stato italiano ha ampiamente superato i 2500 miliardi di euro e che sono ben poca cosa questi fondi. Essi andrebbero impiegati per trasformare la tassazione da progressiva a proporzionale, per permettere a chi produce ricchezza di accumularne, grazie al suo genio creativo, altra da riutilizzare e lasciare al mercato o se vi suona meglio alla libere interazioni tra le persone, la facoltà di redistribuirla attraverso gli scambi e magari ulteriormente incrementarla. Ritengo proprio per questo che l’intervento dello stato in economia sia sbagliato perché potrebbe, come in molte occasioni è successo vedi il caso della Fiat a Termini Imerese, ingenerare scelte sbagliate e perniciose, frutto dell’emotività o dell’opportunità del momento e non della volontaria attività umana a cui va lasciata ampia facoltà di agire, ed anche di sbagliare ed eventualmente di autocorreggersi, per far germogliare un’altra Italia forte, aperta e libera.

Antonino Sala

VI conversazione in diretta: “Attualità della scuola liberale austrica: L. von Mises e F. von Hayek ” con Lorenzo Infantino, Tommaso Romano e Antonino Sala

Cari amici, vi invito a seguire la VI Conversazione in diretta streaming sulla pagina “Reagire per le Libertà” https://www.facebook.com/reagireperleliberta, venerdì 5 febbraio 2021 dalle 18.00 su “Attualità della scuola liberale austrica: L. von Mises e F. von Hayek ” che terrò con Lorenzo Infantino e Tommaso Romano. Sarà un occasione di alta cultura da non perdere!
Antonino Sala
Di seguito le note biografiche del prof. Lorenzo Infantino.
Fonte: http://docenti.luiss.it/infantino/chi-sono/
Nato a Gioia Tauro l’8/01/’48. Laurea in Scienze Economiche presso l’Università di Siena. Specializzazione post-universitaria in Sociologia presso la Luiss Guido Carli.
Curriculum
Professore Ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali presso il Dipartimento di Impresa e Management della Luiss Guido Carli, dove fa anche parte del Comitato scientifico del Centro di Metodologia delle Scienze Sociali.
E’ attualmente Presidente della Fondazione Friedrich A. von Hayek- Italia.
2012: organizza la Hayek Memorial Conference presso ll’Università Luiss Guido Carli.
2008: è relatore all’ “Austrian Colloqium” della New York University e tiene la Hayek Memorial Lecture presso il Ludwig von Mises Institute di Auburn; pubblica Individualismo, mercato e storia delle idee; tiene anche il corso di “sociologia” presso la facoltà di scienze politiche della Luiss Guido Carli;
2006: viene chiamato come Visiting Professor dall’Università Rey Jaun Carlos di Madrid; cura il volume La grande Depressione di Murray N. Rothbard.
Dirige alcune collane editoriali presso la casa editrice Rubbettino. Nel 2005 pubblica, per i tipi dell’Union Editorial, Ignorancia y libertad. Viene invitato come Visiting Professor dall’Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, dove trascorre il semestre primaverile. Nel 2004 cura Economia e scienze sociali, un volume di scritti metodologici di John Stuart Mill, con cui inaugura, presso l’editore Rubbettino, una collana dedicata ai “problemi espistemologici dell’economia”. Nel 2003 organizza un convegno sulla figura di Ludwig von Mises e ne cura, assieme a Nicola Iannello, gli atti (Ludwig von Mises: le scienze sociali nella Grande Vienna, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004). È stato più volte “Visiting Professor”, in particolare presso l’Università di Oxford, dove è membro del Linacre College.
Pubblicazioni recenti
Lorenzo Infantino (2013). Potere. La dimensione politica dell’azione umana. Vol. 1, p. 9-321. ISBN: 9788849837322.
Lorenzo Infantino (2013). La disputa fra Hayek e Keynes: due diverse concezioni della conoscenza e della vita sociale. In: CONTRO KEYNES. PRESUNZIONI FATALI E STREGONERIE ECONOMICHE, p. 9-31. Torino: IBLLIBRI. ISBN: 9788864400518.
Lorenzo Infantino (2013). La teoria del denaro di Carl menger. In: DENARO, Vol. 7, p. 5-54. Soveria Mannelli: RUBBETTINO EDITORE. ISBN: 9788849836936.
Lorenzo Infantino (2012). Prefazione. In: LIBERALISMO, Vol. 6, p. 5-19. Soveria Mannelli: RUBBETTINO EDITORE. ISBN: 9788849833409.
Lorenzo Infantino (2012). Prefazione. In: COME SI MANDA IN ROVINA UN PAESE, Vol. 25, p. 5-15. Soveria Mannelli: RUBBETTINO EDITORE. ISBN: 9788849835069.
Lorenzo Infantino (2010). Hayek and The Evolutionaruy Tradition Against the Homo Oeconomicus. In: THE SOCIAL SCIENCES OF HAYEK’S ‘THE SENSORY ORDER’, p. 159-177. Bingley, UK: . ISBN: 9781849509749.
L. INFANTINO (2009). La valutazione della ricerca: i pericoli degli indici bibliometrici, in L’IMPRESA PUBBLICA. Vol. 3, p. 395-402.
L. INFANTINO (2009). Burocrazia. In: , p. 1-186. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788849824834.
L. INFANTINO (2009). Individualismo, mercado e historia de las ideas. MADRID: UNION EDITORIAL. p. 1-395. ISBN: 9788472094666.
L. INFANTINO (2008). Individualismo, mercato e storia delle idee. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. p. 1-325. ISBN: 9788849821635.
L. INFANTINO (2008). L’ordine senza piano. ROMA: ARMANDO EDITORE. p. 1-270. ISBN: 9788860814043.
L. INFANTINO (2008). La Grande Depressione. In: , p. 1-427. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 978-498-2296-0.
L. INFANTINO (2007). Estudios de Filosofia, Politica Y Economia. In: CLÁSICOS DE LA LIBERTAD, p. 1-460. MADRID: UNION EDITORIAL. ISBN: 978-84-72-444-4.
L. INFANTINO (2007). L. von Mises visto da Lorenzo Infantino. ROMA: LUISS UNIVERSITY PRESS. p. 1-141. ISBN: 9788861050334.
L. INFANTINO (2007). La società libera. In: , p. 1-831. Soveria Mannelli: RUBBETTINO. ISBN: 9788849816556.
L. INFANTINO (2004). Ignorancia Y Libertad. MADRID: UNION EDITORIAL. p. 1-290. ISBN: 9788472094055.
R. DE MUCCI, L. INFANTINO (2004). Prefazione. In: LEZIONI DI DOTTRINA DELLO STATO, p. 5-41. SOVERIA MANNELLI: . ISBN: 9788849806151.
L. INFANTINO (2004). Economia e scienze sociali. In: , p. 1-216. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788849806489.
L. INFANTINO (2004). Ludwig von Mises: le scienze sociali nella Grande Vienna. In: , p. 1-392. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788849809015.
L. INFANTINO (2004). Ludwig von Mises e le scienze sociali del XX secolo. In: LUDWIG VON MISES: LE SCIENZE SOCIALI NELLA GRANDE VIENNA, p. 11-50. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788849809015.
L. INFANTINO (2003). Ignorance and Liberty. LONDON-NEW YORK: . p. 1-210. ISBN: 9780415285735.
L. INFANTINO (2002). L’economia del tempo e dell’ignoranza. In: , p. 1-439. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788849801712.
L. INFANTINO (2002). Tocqueville: problemi gnoseologici e democrazia liberale. In: ALEXIS DE TOCQUEVILLE: METODO, CONOSCENZA E CONSEGUENZE POLITICHE, p. 43-97. ROMA: LUISS EDIZIONI. ISBN: 9788888047591.
L. INFANTINO (2000). El Orden sin Plan. MADRID: UNION EDITORIAL. p. 1-365. ISBN: 9788472093577.
L. INFANTINO (1999). Ensayos de Teorìa Econòmica. In: , p. 1-315. MADRID: UNION EDITORIAL. ISBN: 9788472093478.
L. INFANTINO (1999). Ignoranza e libertà. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. p. 1-265. ISBN: 9788472093478.
L. INFANTINO (1998). Individualism in Modern Thought. LONDON-NEW YORK: ROUTLEDGE. p. 1-230. ISBN: 9780415185240.
L. INFANTINO (1998). Studi di filosofia, politica ed economia. In: , p. 1-619. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788872846629.
L. INFANTINO (1998). Metodo e mercato. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. p. 1-201. ISBN: 9788872846995.
L. INFANTINO (1997). Concorrenza e imprenditorialità. In: , p. 1-390. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788872845455.
L. INFANTINO (1997). I fallimenti dello stato interventista. In: , p. 1-399. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788872845844.
L. INFANTINO (1996). Autobiografia di un liberale. In: , p. 1-215. SOVERIA MANNELLI: RUBBETTINO. ISBN: 9788872845066.