Il 17 marzo festa nazionale per la proclamazione del Regno d’Italia in nome della pacificazione nazionale

Ho apprezzato oggi all’insediamento del Parlamento, sia il discorso della senatrice Liliana Segre che quello del neo presidente del Senato Ignazio La Russa: tutti e due hanno messo un punto fermo sul riconoscimento condiviso di alcuni momenti storici fondativi dell’Italia contemporanea.
Al Presidente Ignazio La Russa, a cui faccio i miei auguri, va dato un plauso particolare perché chiedendo l’istituzione della festa nazionale per la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861, ha rivendicato il Risorgimento e la destra storica di cultura liberale e i suoi protagonisti, come Cavour, Manzoni, Minghetti e Ferrara, che fecero l’Italia unita.

A.S.

Una grande e storica vittoria!

Con Giorgia Meloni 2013A Giorgia Meloni e a tutta la comunità di Fratelli d’Italia vanno i mei più sinceri complimenti ed auguri per un risultato politico ed elettorale di portata storica, sia perché la destra conservatrice diventa il primo partito italiano sia perché lei sarà la prima donna a guidare il governo dell’Italia. Ho apprezzato particolarmente la sua generosità nell’avere dedicato questa vittoria a tutti coloro che hanno sostenuto in vario modo Fratelli d’Italia, anche candidandosi nelle liste per le nazionali, come la prima volta nel febbraio 2013, ben sapendo per esempio che nel collegio di Sicilia, le possibilità di essere eletti erano praticamente nulle o poco più ma contribuendo però alla nascita del partito, che con un iniziale 1,96% riuscì ad avere una pattuglia di deputati alla Camera. Tra questi temerari candidati, l’amico che non c’è più Giuseppe Ciulla (che immagino sorridente oggi come allora), la scrittrice Patrizia Allotta nella lista del Senato, oltre al sottoscritto ed anche fondamentale allora fu il contributo di idee offerto da Tommaso Romano attraverso la pubblicazione “Torre del Sud” e il suo costante impegno culturale metapolitico.

Adesso spero che Giorgia porti avanti con la determinazione che le è propria le istanze della libertà nel segno della tradizione italiana nel solco della quale a pieno titolo sta il suo partito, grazie al rinnovamento sostanziale operato da Gianfranco Fini a Fiuggi e da Pinuccio Tatarella che oggi ha fatto benissimo Ignazio La Russa a ricordare, perché ad una vittoria elettorale segua un autentico percorso culturale prima che politico e per questo mi riservo sempre la mia possibilità di libera critica.

531668_10200875161945428_808724522_nUn augurio di buon lavoro ai neo eletti Carolina Varchi, Nello Musumeci, Raul Russo e a tutti gli altri deputati e senatori di Fratelli d’Italia.

308961037_660640898606395_7573607380490376609_nIn foto con Giorgia Meloni alla prima manifestazione della campagna elettorale del 2013 in Sicilia e il mio intervento alla prima assemblea dei quadri dirigenti a Roma nel marzo 2013 con Giorgia Meloni, Fabio Rampelli, Guido Crosetto e Ignazio La Russa dopo la quale fui nominato uno dei tre costituenti di FdI in Sicilia e con Tommaso Romano, Patrizia Allotta e Guido Crosetto.

 

La Resistenza come II Risorgimento: Il Beato don Luigi Lenzini martire della Libertà.

Il 28 maggio 2022, in Piazza Grande a Modena, si è tenuta la messa per la beatificazione di don Luigi Lenzini “sacerdos ac martyr”, assassinato da alcuni partigiani comunisti il 21 luglio 1945. Un esempio di servizio a Dio e alla carità, parroco in quel l’Appennino che nel 1944-45 divenne l’immediata retrovia della Linea Gotica, luogo di scontro tra le forze nazi-fasciste e le formazioni partigiane. Come molti sacerdoti, don Lenzini protesse a rischio della sua vita diverse persone braccate dagli occupanti tedeschi e si prodigò per aiutare tutti i partigiani, di qualunque estrazione fossero. Purtroppo per lui le settimane successive alla Liberazione furono caratterizzate da scontri estremamente feroci: in questo contesto, don Lenzini predicava in difesa della libertà, della fede cattolica e contro la violenza, tant’è che durante al Santa Messa soleva dire “mi hanno imposto di tacere, mi vogliono uccidere, ma il mio dovere debbo farlo anche a costo della vita”. Ed infatti nella notte del 21 luglio 1945, un gruppo armato forzò la canonica, e trascinatolo fuori in camicia da notte, lo uccise a sangue freddo, seppellendone poi parzialmente il corpo in una vigna non lontano da lì. 

Ho voluto sintetizzare i tratti più salienti della vita di questo eroe martire perché è un esempio per quanti oggi come allora lottano per l’affermazione della Libertà, e perché credo fortemente che vadano condannati e consegnati ad un orrido passato, senza infingimenti o tentennamenti, tutti i totalitarismi del novecento, come il comunismo ed il nazionalsocialismo, che hanno insanguinato l’Europa e l’Italia. 

Ribadisco quanto ho più volte scritto: la Resistenza italiana è stata un Secondo Risorgimento nazionale, che fu caratterizzato dalla presenza di diverse componenti anche con opposti orientamenti politici, come monarchici, comunisti, azionisti, socialisti, popolari, liberali, repubblicani, anarchici che insieme combatterono contro l’oppressione straniera. 

Grazie a Gianfranco Fini e a quanti contribuirono alla nascita di Alleanza Nazionale, in tanti ci siamo messi in cammino e siamo approdati a convinzioni, dopo approfonditi studi e riflessioni, che hanno il loro alveo nel liberalismo occidentale da un lato e nel conservatorismo dall’altro, è stato compiuto un percorso di autorevisione e di contestuale “liberazione” dalle scorie tossiche del passato, ora più che mai però è fondamentale portare a termine questo lungo travaglio in maniera che diventi patrimonio comune e condiviso e si tracci definitivamente quel “Solco delle Libertà” fondamentale per il futuro dell’Italia e dell’Europa.

Notizie biografiche su don Luigi Lenzini tratte da:

  • http://www.santiebeati.it/dettaglio/95950
  • https://www.fivl.eu/2022/05/31/don-luigi-lenzini-e-beato/

Salvare l’Italia e l’Europa. Attenzione al debito pubblico e pareggio di bilancio!

CpertinaIl metodo più semplice per risolvere sia un problema economico che uno politico è quello di fare debito pubblico e distribuire prebende a caso, dando così la sensazione sia al mondo produttivo che ai singoli di porre una toppa larga e a buon mercato ad un abito oramai sbrindellato, senza cambiare però nulla di ciò che ha causato i danni che sono sotto gli occhi di tutti.Questo modo di operare è figlio delle teorie economiche di lord John Maynard Keynes, padre della macroeconomia e ideologo della necessità dell’intervento statale nell’economia da attuare con misure di bilancio e di moneta, molto in voga ancora oggi a distanza di 76 dalla sua morte a sinistra, ma anche in una certa destra statalista, e contrapposte a quelle più parsimoniose e responsabili come quelle della scuola austriaca di economia, di cui erano esponenti Mises e Hayek, di quella liberista e monetarista di Milton Friedman chiamata anche di Chicago, di quella della Scelta Pubblica (Public Choice) fondata da James M. Buchanan che aveva alle spalle le analisi dei nostri compatrioti Maffeo Pantaleoni e Vilfredo Pareto e aggiungo anche di quella italiana del pareggio di bilancio di Ferrara e Minghetti.Da Keynes in poi i governi non si sono fatti scrupoli a fare debiti per dare un pò di fiato all’economia e consenso ai loro partiti, attraverso la creazione di moneta che poi, visti gli interessi che si sono pagati, sono andati a gravare sulle generazioni a venire. Nell’immediato lo stratagemma keynesiano ovviamente funziona, a medio e lungo termine no, perché il problema economico immediato viene tamponato postergandolo nel tempo.Sul piano politico elettorale queste misure riscuotono certamente molto consenso, perchè difronte all’incertezza del futuro l’uomo naturalmente sceglie l’uovo presente e chi gli promette un intervento solo apparentemente risolutivo, rispetto a chi gli prospetta un’idea più efficace, stabile e razionale ma dilazionata nel tempo. Riconosco però che alle volte la situazione si è fatta talmente incancrenire, magari per eccessivo immobilismo o per assenza di visione, che il margine temporale può essere molto ridotto e pertanto alcune scelte possono essere viziate dalla necessità di porre un rimedio di qualche tipo “hic et nunc” anche drastico e traumatico.
Detto questo però c’è però un livello di cui pochi discutono, ma che io ritengo essenziale, quello della libertà individuale, che risulta sempre più ridotta dall’erosione costante dei profitti delle imprese, dei patrimoni delle famiglie, dei redditi dei lavoratori e del potere di acquisto di salari e pensioni, a causa della crescita esponenziale della tassazione, dell’inflazione, della recessione e dell’indebitamento pubblico, che sono il metodo più facile e sciagurato per ripagare capitali ed interessi sulla moneta appena prima “creata” dalle banche centrali, condivido quanto affermò qualche tempo prima di lasciarci il prof. Antonio Martino “l’inflazione è cosa grave a livello nazionale ma quando riguarda 400 milioni di persone è una cosa gravissima[1].”
Purtroppo questo è quello che è successo e continua a succedere perché le nostre democrazie sono o meglio vivono in “deficit”, prendendo a prestito il titolo di un famoso volume di James M. Buchanan e Richard E. Wagner, trascurando gli effetti sulla società e le persone di azioni dissennate ed autolesionistiche.
Andando all’oggi, apprezzo chi si dichiara contraria in maniera netta e decisa all’innalzamento ulteriore del livello del debito pubblico italiano, anche se in momenti particolarmente difficili come guerre o pandemie sia giusto contrarli finalizzandoli però alla tutela del tessuto produttivo, facendoli a tempo determinato, a tassi fissi, con limiti ben predeterminati e ragionevolmente estinguibili nel ciclo economico.
Come dice il prof. Lorenzo Infantino “uno stato che ha una montagna di debito pubblico come quello che abbiamo….è uno Stato che sottrae risorse alla allocazione competitiva e che sottrae contemporaneamente il futuro alle giovani generazioni, perché l’allocazione politica delle risorse è una allocazione arbitraria, che favorisce chi è più vicino al potere, favorisce gli amici, i sodali, coloro che si trovano più vicini, i clientes, al potere, ma che è una allocazione distruttiva delle risorse[2]”.
Ecco perchè più che invocare misure impossibili da attuare, come il tetto al prezzo del gas, ed economicamente insostenibili, perché la differenza tra quello che pagheremmo noi consumatori e quello che realmente chiede il fornitore dovrebbe essere coperto dalle finanze pubbliche con le nostre tasse presenti e future, e con il rischio di mandare a gambe all’aria i conti dello stato, sarebbero auspicabili atri provvedimenti sia a livello nazionale che comunitario come: smantellare il sistema speculativo di monopolio energetico in mano a poche società quotate in borsa; lanciare una comune politica energetica e di sicurezza europea fondata sulla reciproca solidarietà; liberalizzare l’installazione di sistemi per l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili; permettere ai privati cittadini di vendere anche al proprio vicino il surplus elettrico a prezzi liberi di mercato; realizzare una vera collaborazione tra le nazioni alleate, sia europee che Nato, produttrici di energia in maniera tale che il prezzo di quello che importiamo in termini di gas ed elettricità da loro ci sia venduto a prezzi ragionevoli senza speculazioni finanziarie; realizzare rigassificatori, centrali nucleari e termovalorizzatori; utilizzare la possibilità dei contratti bilaterali per la fornitura di energia elettrica o di gas naturale concluso tra gli operatori al di fuori dei mercati gestiti dal GME (Gestore dei Mercati Energetici) che attualmente è solo del 26% del totale scambiato; ripensare una transizione energetica più utopistica che reale che rischia di trascinarci verso la rovina totale del nostro sistema produttivo; aprire nuove vie per i commerci, riformando o rifondando una nuova globalizzazione, perché ci sia libera circolazione di uomini, idee e merci con particolare attenzione da parte italiana ai paesi rivieraschi del Mediterraneo e dell’Africa; iniziare un’autentica cura dimagrante per lo stato ad ogni livello, sia centrale che locale, eliminando sprechi e doppie funzioni che servono a poco e divorano molto; aiutare le imprese e le famiglie con una progressiva riduzione della pressione fiscale; disaccoppiare i costi del gas e quelli dell’energia elettrica; finalizzare prestiti alle imprese anche come credito d’imposta ed aumentare i controlli su quelli erogati in passato; negoziare un nuovo patto di stabilità europeo; abbracciare una politica per il pareggio di bilancio se non annuale, che come principio costituzionale è presente con la modifica dell’art. 81 della carta, almeno nel ciclo economico a medio termine, che avrebbe il vantaggio ulteriore di mettere un freno ad un certo ceto politico troppo prodigo con le risorse pubbliche, oltre a quello implicito di rimettere i conti dello stato in ordine.
Misure difficili, e l’ultima poco popolare, ma che ritengo necessarie per poter superare l’attuale guerra dell’energia globale ed immaginare un futuro di prosperità, serenità e libertà per l’Italia e l’Europa.

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[1] Reagire per le Libertà, Tommaso Romano e Antonino Sala conversazioni con AA.VV., Fondazione Thule Cultura, 2022.
[2] Ibidem.

IX edizione Premio “La Campana di Burgio 2022”

Locandina IX Edizione della Campana di Burgio

Il premio “La Campana di Burgio”, che si fregia dei patrocini della Presidenza dell’ARS e dell’Università degli Studi di Palermo, giunge alla IX edizione 2022 in programma domenica 28 agosto prossimo al Castello Normanno alle ore 21. Quest’anno sarà consegnata la IX Campana al noto attore siciliano Gianfranco Jannuzzo con la seguente motivazione “uno dei più significativi interpreti della straordinaria tradizione drammaturgica siciliana, intellettuale autentico e di recente anche qualificato autore di un significativo libro fotografico “Gente mia” edito da Medinova diretta da Antonio Liotta, che racconta l’amore per le persone, i luoghi, gli oggetti, gli ambienti di una città.. di Girgenti.”

Il Premio “La Campana di Burgio”, appuntamento oramai tradizionale di fine agosto, ha assunto un carattere nazionale ed internazionale per la qualificata presenza di diverse personalità del mondo della cultura.

Saranno consegnati i premi Speciali Internazionali:

  • Per gli Studi storici, genealogici e araldici al Count Dott. Charles A. Gauci, Chief Herald of Arms of Malta per le sue approfondite ricerche dedicate alla storia e alle scienze documentarie che lo hanno visto promotore della istituzione dell’Ufficio del Chief Herald of Arms Malta, di cui è stato nominato capo dal Governo della Repubblica maltese, con decreto pubblicato nella Malta Government Gazette del 25 giugno 2019.Premio Speciale per gli Studi storici, genealogici e araldici:
  • Per la valorizzazione dei Beni Culturali al Dott. Russell Muscat, International Relations Manager di Heritage Malta per l’importante azione di valorizzazione dei Beni culturali della Repubblica di Malta in ambito internazionale, con particolare riguardo all’aspetto museale a cui si è dedicato con grande fervore ed efficacia.

Premi Speciali Nazionali:

  • A Giovanni Mirulla per la lunga attività di autore e promotore culturale svolta in particolare efficacia con la prestigiosa “La Ceramica Moderna & Antica” la rivista storica del settore ceramico in Italia.
  • A Sergio Intorre per gli importanti ed approfonditi studi di carattere storico documentale sulle arti decorative siciliane con particolare attenzione a quelle della provincia di Agrigento e sul Museo delle Ceramiche di Burgio.

Nel corso della serata saranno consegnati i premi per le altre varie sezioni a: Leonardo Cusumano, Giovanni Dino, Michele Di Pasquali, Enzo Fiammetta, Gaiezza Franco Vito in arte Anton Phibes, Marco Giammona, Ludovico Gippetto, Alfonso Lo Cascio, Vittorio Lo Jacono, Roberto Mandracchia, Valerio Maniscalco, Antonino Oliveri, Mario Pecoraro, Aldo Sortino. Ed anche all’associazione Prospera civitas, al Comitato di San Giuseppe e alla emittente televisiva Tele Monte Kronio di cui è presidente Massimo D’Antoni.

Inoltre saranno consegnati i diplomi di merito ai Diplomati 2022 ed ai Laureati 2022 che hanno raggiunto il massimo dei voti. La serata sarà allietata dall’apprezzato tenore Giuseppe Infantino e dal musicista percussionista Gianluca Infantino.

“Con la IX Edizione de La Campana di Burgio 2022, dice il presidente del premio lo storico e saggista Antonino Sala, il premio acquista una dimensione internazionale sia con l’autorevole e molto apprezzato, in Italia e all’estero, attore siciliano Gianfranco Jannuzzo, che con Charles Gauci e Russel Muscat dirigenti dell’Heritage di Malta, l’ente statale che si occupa di tutti i beni culturali della Repubblica di Malta. Inoltre come ogni edizione a Burgio saranno premiati storici, letterati ed artisti provenienti da diverse parti della Sicilia e dell’Italia, animatori e protagonisti della vita culturale nazionale e locale. Un autentico patrimonio immateriale che da nove anni valorizziamo.”

“Con questo premio continuiamo a dare rilievo e ad incoraggiare le migliori intelligenze della provincia di Agrigento, della Sicilia e dell’Italia, dice il Direttore del Premio, lo scrittore Vito Ferrantelli, lanciando così un segnale di speranza e di riscatto della nostra isola e con l’obiettivo di promuovere un processo di valorizzazione dei temi che attengono alla cultura, elemento fondamentale per lo sviluppo dei nostri territori.”

Elogio dell’Agri-Cultore. Sacralità, Pace e Operosità dell’uomo di campagna

“O fortunati, fortunati i contadini, se apprezzassero i beni che possiedono! Lontano dal contrasto delle armi, la terra con esemplare giustizia genera spontaneamente dal suolo ciò che a loro senza difficoltà serve per vivere. Se un palazzo imponente la mattina dall’atrio gremito non vomita attraverso le sue porte superbe l’alluvione di chi è venuto a salutare, se a bocca aperta non si possono ammirare battenti intarsiati di tartaruga e vesti ricamate d’oro, bronzi di Corinto, se la lana bianca non è adulterata dai colori d’oriente e la cannella non corrompe la purezza dell’olio; la loro pace almeno è sicura e la vita, ricca d’un mondo di risorse, non conosce inganni, ma l’ozio nella vastità dei campi fra grotte, laghi di sorgente, la frescura di Tempe e muggiti di buoi, e sotto un albero non mancherà la dolcezza del sonno. Là trovi pascoli e tane di belve, giovani che non temono fatica, abituati ai sacrifici, e il culto degli dei, il rispetto dei padri; andandosene dalla terra la Giustizia lasciò tra loro le sue ultime tracce. Rapito da infinito amore, più care d’ogni bene mi accolgano le Muse a cui sono consacrato, e m’insegnino le vie del cielo, delle stelle, le eclissi del sole, le fasi della luna; perché tremi la terra, per quale forza, rotti gli argini, si gonfi così alto il mare e in sé poi si quieti; perché d’inverno il sole tanto si affretti a bagnarsi nell’oceano e d’estate le notti tardino a venire. Ma se il mio sangue gelando intorno al cuore mi vieterà d’avvicinare questa parte della natura, vorrei che mi fosse cara la campagna, l’acqua che scorre nelle valli e potessi con umiltà amare le foreste, i fiumi. Dove, dove sono le piane dello Sperchio e il Taigeto, percorso da cortei di vergini spartane? Qualcuno mi fermi alle gelide valli dell’Emo, all’ombra fitta dei suoi rami!” Publio Virgilio Marone, Georgiche, II 458-542.

Questa mia riflessione vuole essere un tributo non solo alla rispettabilissima attività economica in sé, ma al tipo umano che l’agricoltore, il contadino ed il proprietario terriero rappresentano dalla notte dei tempi. Egli è colui il quale impegna la sua intera esistenza a produrre beni essenziali alla sua e all’altrui sussistenza, attraverso l’uso sapiente del suolo e delle risorse che la nuda terra gli offre. Dobbiamo a lui la nostra sopravvivenza, la soddisfazione dei nostri bisogni primari, i riti e la spiritualità legata ai cicli della natura: costumi ed abitudini ormai inveterati nella cultura umana, e a lui dobbiamo l’anelito alla pacifica convivenza e la nascita dell’idea di mercato in cui si scambiano beni di diversa natura.
L’individuo di cui parla Virgilio è onesto, operoso e pio: trascorre la vita all’insegna della pace dedicandosi alle proprie attività e nel culto delle divinità arcaiche che né favoreggiano i raccolti.
Anche Marco Porcio Catone nel preambolo del suo trattato il De Agricoltura né aveva esaltato il carattere dicendo “i nostri avi…per lodare un galantuomo lo lodavano come buon contadino e buon agricoltore; e chi veniva così lodato, si riteneva che avesse la più grande delle lodi. Il commerciante io lo giudico, certo, un uomo attivo e teso al profitto, ma – come ho detto – esposto ai rischi e alle disgrazie. Dai contadini invece nascono gli uomini più forti e i più validi soldati: è là che si realizza il più giusto guadagno, il più saldo, il meno esposto al malanimo altrui, e chi è occupato in questa attività è alieno più di ogni altro da cattivi pensieri.”
E Senofonte nel suo Economico fa dire a Socrate “ora di ciò, o Critobulo, ti vengo così distesamente ragionando, disse Socrate, perchè dall‘agricoltura nemmeno quelli che più abbondano di dovizie possono starsi lontani: e ben si pare, come l’attendere a cotal arte reca e un tempo e diletto all‘ animo, e accrescimento alla casa, e destrezza al corpo in tutte quelle operazioni, che ad uomo libero si conviene di esercitare: perocchè primieramente la terra quando ben coltivata sia, tutte quelle cose produce per le quali sostentasi la vita umana, e molte anche ne aggiunge, che servono a ricrearla, e appresso quelle cose colle quali gli uomini adornano i simulacri degli Dei, e dalle quali essi stessi vengono pure adornati, queste e soavemente olezzanti e di vaghissimi colori distinte, la medesima terra ne somministra: dopo questo delle vivande molte ne ingenera, e molte ne nutrica, collegandosi l‘arte pastorizia coll’agricoltura, onde più cose si abbiano gli uomini, e da adoperarle per se stessi, e da offerirne sacrificii agli Dei, e renderseli benevoli. E tanti, e così grandi beni copiosamente porgendosi agli uomini dalla terra, non permette già che veruno di questi prender se ne possa da chi pigro sia; ma invece assuefà a sostenere e il freddo del verno e il caldo della state, e però quelli, che con le proprie mani la coltivano, coll’esercizio fa robusti, e quelli che a’suoi lavori soprastanno, virili rende, facendoli levare di assai buon mattino, e camminare con grande celerità; mentre nelle opere dell’agricoltura, come in quelle della città sempre è opportunissima la sollecitudine. E se tu vorrai difendere la patria militando a cavallo l‘agricoltura ti nutricherà il destriere, e se a piedi, ti renderà essa il corpo ben destro. Ancora ad esercitarti nella caccia ti dà aiuto la terra alimentando, e le belve e i cani. I cavalli poi, ed i cani siccome per beneficio della terra ricevono l’alimento, così ne la ricambiano; i cavalli conducendovi di buon’ ora il soprastante ai suoi lavori, e dandogli facoltà di partirne al tardi. Ed i cani pure contengono gli armenti dal recar nocumento ai suoi prodotti, e nella solitudine fanno sicurezza. Ancora la medesima terra animosi rende gli agricoltori a difendere colle armi i suoi frutti producendoli essa all’aperto, onde avere seli possa il più forte. Al correre poi, al saettare, al saltare, qual arte mai più dell’agricoltura rende disposte le persone? Quale arte maggiormente si dimostra grata a chi ne ha cura? Quale più cortesemente ne accoglie, offerendo di dare ad ognuno tutto quello, che gli fa d‘uopo? E quale pur anco riceve gli ospiti con più copiosa abbondanza? E dove più agevolmente, che presso al tuo campo potresti avere nel verno abbondante fuoco, e caldi bagni? E dove nella state più soavemente potresti godere, e delle fresche acque, e delle piacevoli aure, e delle grate ombre? E dove potresti offerire primizie, che più si convengano agli Dei, o dove vedresti solennità più frequentate? E quale altro luogo hai tu mai che sia, e più grato ai servi, e più accetto alla moglie, e più bramato dai figli, o più grazioso agli ospiti? Io ben mi meraviglio se alcun uomo libero abbia altro avere, che gli sia più caro di questo, o altra cura possa trovare del coltivamento della terra più piacevole, e più utile.
Inoltre la terra, se ben la riguardi insegneratti pur anco la giustizia, veggendo come essa si studia di ricambiare con abbondanti raccolte la diligente coltivazione.[1]”
E’ evidente che i tre autori sono accomunati dalla stessa visione dell’agricoltura, come attività tradizionale in grado di offrire sostentamento e serenità all’uomo che vi si dedica e alla sua famiglia, unitamente a un profondo senso di religiosità legata alla ciclicità di essa, oltre che al tentativo di dare una risposta all’incertezza legata alla caducità della condizione umana.
Gli uomini infatti vivono nella scarsità di risorse materiali e di tempo, quindi hanno dovuto inventarsi diversi modi per riuscire a reperire quanto gli era necessario.
Essenzialmente hanno dato due risposte al medesimo problema: da un lato quello più brutale, la guerra, il ladrocinio o la pirateria, per l’appropriazione dei beni altrui ; dall’altro il libero scambio. Anche se in molte occasioni hanno poi adottato tutte e due le misure. In ambedue i casi comunque sono ricorsi alla mutua collaborazione: nel conflitto armato per riuscire a prevalere sull’avversario, aggredito o aggressore che sia, superandolo quanto meno in numero e poi nella strategia; nel mercato per cercare di avere più prodotti appetibili, frutto del lavoro di più soggetti, da mettere a disposizione di una potenziale controparte.
Nel prima condizione né è nata una società militarizzata per temperamento, in cui l’individuo è stato posto al servizio della comunità guerriera, sia come soldato che come procacciatore di cespiti utili a foraggiare gli eserciti così da alimentare la guerra; nell’altra né è sorta una mercantile più interessata alla pacifica convivenza che ai conflitti, semplicemente perché più utile ad accrescere le proprie sostanze[2].
In ogni caso quello che lega le due forme di civiltà è il ruolo che ambedue assegnano all’agricoltura: sia che si creda che essa renda la vita più dolce come dice Virgilio, sia che formi buoni cittadini ed ottimi soldati come afferma Catone o come dice Senofonte uomini devoti agli dei.
Il tema del sacro è intimamente legato alla stessa essenza di questa attività, poiché essa è molto soggetta all’imponderabile, ad eventi che non dipendono dalla volontà del contadino come la grandine o un’invasione da parte di nemici stranieri. In ogni caso, il proprietario terriero come antidoto alla paura dell’ignoto destino non può che affidarsi alla fede, sperando di non incorrere in inconvenienti troppo dannosi per la sua attività. In questo affidarsi c’è tutto il senso della religiosità che anima la vita agreste: la necessità in qualche maniera di tenere a bada le forze oscure che muovono il cosmo; l’ansia di salvaguardare i propri averi con rituali magici e misticheggianti e la speranza di ingraziarsi le divinità del cielo e della terra per migliorare la fertilità dei suoli.
Sono ancora misteri che sopravvivono nel nostro contado, che richiamano presenze cosmiche e sentimenti ancestrali, mai sopiti o dimenticati del tutto, di cui si conservano ricordi e tracce nelle culture locali, a tal uopo scriveva Biagio Pace[3] “la credenza non si abbandona, né perisce facilmente il culto e la forma liturgica; tenace e intimo s’innesta e risorge anche in aspetti nuovi e sopravvenuti dal di fuori. Così avverrà anche nel trapasso, pur così distante, dal paganesimo al cristianesimo. Così tanto più facilmente si verifica tra indigeni ed elleni, data l’unità fondamentale che dobbiamo ammettere fra le rispettive intuizioni religiose. E come in nessun aspetto della vita può essere più profondo ed efficace il persistere del fattore originario come nell’intimità del fenomeno religioso.”
Afferma Ignazio Buttitta “le forme religiose, d’altronde, si muovono più lentamente dell’evolversi economico e sociale, e spesso riti connessi a cicli produttivi ormai scomparsi si continuano a perpetuare lungamente…L’analisi delle dinamiche economiche soggiacenti alla società è sempre indispensabile a comprenderne i comportamenti culturali. Certo è solo una delle prospettive da considerare: un procedimento corretto di studio deve assumerne diverse. Osserva Uspenskij: «Esistono svariate possibili spiegazioni degli avvenimenti storici e, di conseguenza, i medesimi avvenimenti possono essere interpretati diversamente, ad esempio, dal punto di vista della politica statale, o da quello socioeconomico, o semiotico-culturale e così via. Ciascuna di queste interpretazioni poggia, evidentemente, su un preciso modello del processo storico, cioè su una certa visione della sua essenza. La varietà delle possibili interpretazioni rispecchia, a quanto pare, la complessità reale del processo storico: in altri termini, le diverse spiegazioni non si contraddicono, ma si integrano vicende volmente».
Alle strutture della produzione è comunque sempre profondamente connessa la visione del mondo di una società. È fatto non questionabile che la percezione del tempo di chi vive dei prodotti della terra (gli agricoltori), o dipende comunque dai cicli vegetativi (i pastori), è necessariamente legata ai ritmi stagionali. Ritmi che scandiscono non solo la vita vegetale ma incidono anche sulla fauna. Questa la ragione del perché nelle società arcaiche il tempo sia stato inteso come circolare, come un ripetersi di eventi eguali a se stessi (Buttitta 1990: 6 ss.)8. Il persistere di cicli produttivi, agrari e pastorali, strettamente connessi ai cicli naturali ha favorito nell’ Isola, sia pure a livello inconsapevole, questa rappresentazione del tempo unitamente alla concezione religiosa del mondo e della vita che ne deriva.[4]”
Una spiritualità così profonda è sicuramente legata alla stessa forma tangibile dell’albero che né ha fatto un simbolo potente di fertilità a cui l’agricoltore resta legato per tutta la sua esistenza terrena, anzi per i più esso rappresenta anche il deposito della tradizione familiare: alcuni popoli addirittura pensavano che fossero il luogo di riposo dei defunti e molte famiglie portano l’albero, in vari modi rappresentato, nei propri stemmi araldici.
Dice Mircea Eliade “i documenti sono in numero notevole, la loro varietà morfologica è tale che taglia corto con ogni tentativo di classificazione sistematica. Infatti si incontrano alberi sacri, riti e simboli vegetali nella storia di ogni religione, nelle tradizioni popolari del mondo intero, nelle metafisiche e nelle mistiche arcaiche, senza parlare dell’iconografia dell’arte popolare. Le età di questi documenti come le civiltà ove furono raccolte sono diversis sime….la Storia non può modificare radicalmente la struttura del simbolismo arcaico. La struttura del simbolo non può venire distrutta dal continuo apporto di nuovi significati storici[5]”. Persino Jung tratta l’albero come un’immagine archetipica che assume nel tempo e nello spazio diversi significati pur mantenendo alcuni tratti fonda mentali egli infatti afferma che “come tutti i simboli archetipici, il simbolo dell’albero ha conosciuto nel corso del tempo una certa evoluzione del suo significato: ma pur essendosi quest’ultimo allontanato dal significato sciamanico originario, alcuni tratti originari si sono rivelati immutabili.[6]”
L’albero così diventa rappresentazione tangibile del cosmo che lo circonda, simbolo potente di rigenerazione e vita e l’agricoltore il suo custode, il sacerdote laico che ha il compito di preservarne l’esistenza e di rinvigorirne con il proprio incessante lavoro l’energia come un sacro fuoco.
“Riproduce e rappresenta il tempo, scrive Buttitta, la sua vita esprime simbolicamente il modo di essere del Cosmo e la sua capacità di rigenerarsi all’infinito (Eliade 1973): la sua immortalità si costituisce di continue morti. È, in quanto interprete delle dimensioni del tutto, del Cosmo, Albero della Conoscenza. L’albero che è Cosmo a sua volta regge il Cosmo e lo dispone, lo rinnova, lo sostiene. Asse del Mondo lo attraversa e partecipa dei suoi tre mondi, delle sue tre nature, celeste, infera e terrena. Le sue radici si sprofondano nel ventre umido del l’abisso, il suo tronco s’eleva dalla terra aggrovigliando i suoi rami alla trascendente realtà uranica. L’albero “l’orizzonte simbolico che esso rappresenta, si fonda sulla sua forza totalizzante di tutti i significati del “mondo”, quindi dell’uomo. Esso è in sé un’unità senza fratture che produce una traboccante molteplicità di significati. In quanto Cosmo è un continuum che si offre a ogni possibile discretizzazione. La funzione dell’albero è anche quella di orientare. L’albero è immediatamente percepibile come simbolo dell’axis mundi; è il “centro del mondo”, come la colonna, la torre e la montagna: «Per vivere nel Mondo bisogna fondarlo e nessun mondo può nascere nel “caos”della omogeneità e relatività dello spazio profano. La scoperta o proiezione di un punto fisso – il “centro” – equivale alla Creazione del Mondo» (Eliade 1973).
Ogni civiltà si è costruita un orientamento partendo da un centro e distribuendovi intorno il proprio spazio. Lo spazio occupato e modificato da ogni singola cultura è il proprio territorio, il proprio mondo, forse l’unico mondo possibile contrapposto all’ignoto esterno che, in quanto ignoto, è luogo delle forze ostili dell’anti cosmos, del caos. Con la ruota viene a costituire un “apparato” simbolico. Essa infatti gira intorno a un asse, come il mondo. L’asse è l’albero. La ruota con i suoi raggi enfatizza, pertanto, da un lato il ruolo dell’albero come rappresentante della ciclicità della natura, dall’altro quella di asse orientamento nello spazio.[7]”
Usato per descrivere le origini genealogiche di una schiatta dagli studiosi, che sono ricorsi appunto all’albero “genealogico” raffigurando il capostipite come il seme da cui è fiorita la stirpe. In generale in araldica simboleggia la concordia, perché i vari rami giungono tutti allo stesso tronco[8]. Diversi cognomi derivano proprio da quello del nome degli arbusti come, presumo, quello di chi scrive: Sala. Parola arrivata in Europa grazie alle grandi migrazioni dei popoli indoeuropei e in Italia portata dai Longobardi. L’albero di sal (śāl), sakhua o shalala, che ha il nome scientifico di shorea robusta, è una specie di albero appartenente alla famiglia delle Dipterocarpaceae; una delle più importanti fonti di legname in India, ricercato come materiale da costruzione per le abitazioni e la sua resina viene bruciata come incenso nelle cerimonie religiose induiste. E’ l’albero favorito da Vishnu secondo la tradizione orientale. Il suo nome shala, shaal o sal viene dal sanscrito (शाल, śāla, letteralmente “casa”, in longobardo prende anche il significato di palazzo), un nome che suggerisce che fosse usato per ricavare legname per le abitazioni. Ma indica anche il luogo sacro in cui Mahavira il 24º tirthankara, secondo il giainismo, la religione dei seguaci di Jina (in sanscrito “il Vittorioso”), afferma che raggiunse l’illuminazione sotto un albero di sal[9]. Inoltre nella Valle di Kathmandu in Nepal, si possono trovare tipiche architetture di templi a pagoda nepalesi con ricchissimi intarsi in legno, e la maggior parte dei templi, come il Tempio di Nyatapol (Nyatapola), sono fatti di mattoni e di legno di sal.
Questa pianta è anche il luogo di protezione della maternità infatti la tradizione buddhista afferma che la Regina Maya, mentre era in viaggio verso il regno di suo nonno, diede alla luce Gautama Buddha afferrandosi al ramo di un albero di sal nel Nepal meridionale[10]. Ma anche di trapasso difatti sempre secondo questa religione, il Buddha era disteso tra un paio di alberi di sal quando morì: “poi il Benedetto con una grande comunità di monaci si recò sulla riva opposta del fiume Hiraññavati e si diresse verso Upavattana, il boschetto di sal Mallan’ vicino a Kusinara. All’arrivo, disse al venerabile: “Ananda, per favore preparami un letto tra gli alberi di sal gemelli, con la testa a nord. Sono stanco e mi stenderò[11].” Si lega al misticismo orientale il fatto che il sal fosse l’albero sotto il quale Koṇḍañña e Vessabhū, rispettivamente il 5º e il 23º buddha precedenti a Gautama Buddha, raggiunsero l’illuminazione.
Nel buddhismo, la fioritura del sal è usata come simbolo dell’impermanenza e del rapido passaggio della gloria e così in quello giapponese, questo principio è noto grazie al verso di apertura dell’Heike monogatari che recita: “il colore dei fiori di sāla rivela la verità che i prosperi devono decadere.” (沙羅雙樹の花の色、盛者必衰の理を顯す Jōshahissui no kotowari wo arawasu)[12].
La caducità della condizione umana è rappresentata dagli alberi, come esempi di vita e di morte. Furono utilizzati come personificazione dei martiri per l’Unità d’Italia della IV guerra d’Indipendenza e piantati nei parchi e nei viali della Rimembranza istituiti dal Regno d’Italia con la Circolare del 27 dicembre 1922 emanata dal Sottosegretario al Ministero dell’istruzione on. Dario Lupi, ed infatti su ognuno di essi fu apposta una targa con il nome del militare caduto in guerra ed in qualche caso anche la sua fotografia su cui le famiglie andava a piangere il proprio congiunto: in tutto furono 650.000 gli arbusti piantati.
“Colui che pianta degli alberi ama gli altri oltre se stesso.” sosteneva Thomas Fuller.
L’albero fu anche un luogo di rifugio non solo dalle intemperie, ma anche dalla guerra: sotto un secolare albero di carrubo durante i bombardamenti del 1943 si nascondevano quasi ritualmente, mi raccontava mio padre, gli abitanti di Burgio, sperando forse che la sua possanza potesse proteggerli dal fuoco nemico.
L’agri-cultore è pertanto il custode dei luoghi dove continuamente e ciclicamente si alternano vita e morte; colui che si prende cura dell’ager e di tutto ciò che in esso ricade come dono dell’Onnipotente. Curatore dell’axis mundi, l’asse del mondo, come dice Ignazio Buttitta, “inteso come asse intorno al quale ruota lo spazio (circolare nell’intuizione arcaica), l’albero ha una efficacia più propria. Poiché mentre gli altri simboli appunto riflettono solo la assialità rispetto allo spazio, l’albero la riflette con il suo periodico rigenerarsi (vita-morte-rinascita) rispetto al tempo. L’albero è quindi simbolo unificante del tempo e dello spazio circolari. Non è tuttavia in questi significati che si esaurisce la rilevanza culturale dell’albero…L’albero è considerato sede delle anime dei defunti ed è per questo motivo che le foreste si ritengono abitate da spiriti. Per altro verso, sulle tombe o presso di esse vengono piantati alberi che a un altro livello, attraverso la loro vicenda (non a caso spesso si tratta di specie sempreverdi), simboleggiano la “resurrezione”.”
Con una riflessione metafisica il pensatore del Mosaicosmo Tommaso Romano afferma “l’universo intero è, oltre che realtà nota e per gran parte ignota, esso stesso un simbolo. Partire da questa netta affermazione vorrà dire risignificare e ridonare valore non semplicemente alla superficie delle cose, ma al loro intimo significato, spesso da decifrare oltre le sole apparenze. L’uomo, è stato sempre vocato a rappresentare simbolicamente sé stesso, la natura, il cosmo, l’idea d’infinito, con segni, linguaggi e archetipi che spesso travalicarono i confini geopolitici, diventando perciò universali. Tutte le civiltà, le comunità, le religioni, le culture che hanno espresso ed esprimono valori e sacralità, hanno avuto, e in parte continuano ad avere, un vettore altamente significante nelle più diverse espressioni anche dell’arte (tanto da far dire a Oscar Wilde che “ogni arte è insieme superficie e simbolo”), proprio perché l’uomo sente di raffigurare o trasmettere – oralmente prima e anche con il segno e la scrittura poi – emblemi, che sono già presenti inizialmente in natura e poi nei graffiti e nelle più antiche pitture rupestri. Per Guénon il simbolo, più in generale, è “la reintegrazione dell’essere al centro di questo stato e la piena espansione delle sue possibilità individuali a partire da questo centro, è la restaurazione dello stato primordiale”.
Ecco così il ciclo della vita, l’albero cosmico e la raffigurazione della natura, le scene di caccia e gli animali – molti dei quali ritenuti sacri in svariate tradizioni – nonché gli elementi vitali quali l’acqua, il fuoco, l’aria, le stelle, le nuvole, la luna, il cosmo raffigurato con il carro del sole e le costellazioni, come rappresi in una sfera di unità sacra da cui la natura – foresta di simboli essa stessa – ci dona il sostegno per vivere, con il grano e tutti i suoi frutti.”[13]
E così anche il “Cristianesimo, continua Romano, declinato nelle specifiche e arricchenti tradizioni a Oriente e Occidente, non è da intendersi come una mutilazione del sacro, del mistero, della bellezza, dato che esso stesso, nova et vetera, è un tessuto di simboli e non annulla la tradizione particolare dei popoli, ma la compie nel Cristo-Dio, ne umanizza la deità, esorta all’amore, trasfigura e promette l’eternità, oltre che la resurrezione dei corpi, nel mistero della fede. Non interrompe un granché del passato, dà sostanza veritativa visibile all’invisibile, porge una mano alla speranza….Gli alberi sono monumenti verdi, memoria del tempo che si rinnova, fragili e possenti al contempo. Bisogna distinguere nei miti e nei rituali gli alberi che rappresentano simboli cosmici, di orientamento, di conoscenza e di vita.
Ancestrale è il legame dell’uomo con la pianta e con l’albero, che pervade ogni tipo di cultura e civiltà.[14]”
Il “cultivatore” è portatore di un progetto sacro, che riequilibra le forze del cosmo alterate anche dalla sua stessa opera di agricoltore. La sua azione diviene allora efficace sia nel senso del migliore sfruttamento del suolo ma anche per ristabilire un ordine razionale contrapposto al caos della ”incoltura”, che vedrebbe il terreno, disseminato di sterpi e rovi, popolarsi di animali striscianti e pericolosi.
L’agro ripulito, grazie alla sua opera, assume un aspetto gradevole, sprigiona profumi inebrianti e si lascia ammirare dagli occhi del passante, esso si contrappone simbolicamente al bosco che, continua per suo verso ad essere un luogo selvatico, misterioso, ombroso, al contempo sacro, certamente inquietante e periglioso, sede di forze oscure che si rigenerano anch’esse nel tempo e che solo il sapiente lavoratore della terra sa tenere a bada anche con i suoi riti religiosi. Proprio la sacralità che veniva attribuita alle foreste attrasse nei secoli la costruzioni di santuari e monasteri, luoghi ritenuti metafisicamente magici, in cui si poteva entrare in rapporto diretto con il divino che li si cela. Posti in cui ritualmente in processione, con la presenza dei sacerdoti ritornare, periodicamente ad onorare il genius loci, che in ambito cristiano assunsero la forma di Marie e Santi.
In Sicilia sono tipici i camminamenti di questa natura come quello a Santa Maria di Rifesi che parte da Burgio, o i vari itinerari di Santa Rosalia che iniziano dall’antro oscuro della caverna dall’Eremo di Santo Stefano di Quisquina per finire alla grotta sul Monte Pellegrino di Palermo. Condivido il pensiero di Buttitta quando dice che “il significato ultimo della prova del pellegrino consiste nel ripetere, nel rivivere, la vicenda di nascita, morte e resurrezione della pianta, della natura, del cosmo. Se è possibile leggere in questo viaggio una fuoriuscita dal sicuro cosmos ordinato del paese verso un caos imprevedibile allo scopo di recuperare le “energie” necessarie alla sopravvivenza del gruppo, il richiamo alla ricerca della sacra pianta della vita da parte di Gilgamesh non è improprio. Una ricerca che può dare buon esito solo se compiuta con umiltà e per il bene di tutti. Le “selvagge” energie riportate debbono essere addomesticate dalla norma. Non è un caso che le processioni dell’alloro percorrano tutto il paese: esse compiono un’opera di sacralizzazione dello spazio (delimitando il cosmo in cui la comunità si riconosce) e, nello stesso tempo, di rifondazione e garanzia di ordine, di stabilità.[15]”
Accedere al mondo agreste diviene così un atto religioso, mistico direi, inconsapevole e tragico per chi vi è immerso e per questo che Carlo Levi affermava “nel mondo dei contadini non si entra senza una chiave di magia.”
Un’interpretazione aristocratica ed eroica della vita, legata alla proprietà, alla pace, alla tenacia e al contempo alla laboriosità che manifesta una fede incrollabile nelle proprie capacità e nella magnanimità del creato.
Non ho mai visto un agricoltore demordere dal suo obbiettivo, anzi alle volte quanto più il fato si accanisce contro di lui tanta più energia egli effonde nei suoi sforzi. Ha un’incredibile forza di volontà, capace di modificare l’ambiente che lo circonda; è un coraggioso lottatore, rispettoso dell’avversario, un indomabile cavaliere del “lavoro” e come dice il filosofo Ralph Waldo Emerson sa che “ogni nobiltà storica, autentica aggiungo io, riposa sull’agricoltura”: non potrebbe essere altrimenti perchè nel regno di cui è signore natura, cosmo e infinito si legano indissolubilmente a lui ed alla sua opera.
Nella tradizione cristiana questa idea viene incarnata dal mito religioso di Giorgio Martire, il santo guerriero patrono anche del nerocrociato Ordine Teutonico, che come scrive Attilio Mordini porta il significato profondo del suo culto tanto diffuso, perché nel suo nome “dal greco Gheorgos, nella sua accezione più comune significa lavoratore della terra. Ghea infatti è la terra, non soltanto come pianeta e come regione, ma anche come materia; e Georgheo significa appunto operare sulla terra, coltivare….Gheorgos è perciò l’uomo che opera la terra e, dunque, la signoreggia.
Opera la terra della propria natura umana, la terra del proprio corpo, uccidendo la bestia, già insidiosa e lui, e rendendo le passioni docili come il drago legato dalla cintura della principessa di Silene. Ghea è anche una divinità femminile; è appunto la donna, la madre che Omero, in un suo inno, canta quale sposa del cielo, (e quindi terra che dalla forma celeste si lascia informare), e quale Pammeteira, cioè madre di tutte le cose; madre che dona la giustizia e l’ordine civile ovunque.
Giorgio e il cavaliere che opera sulla terra, sulla Tradizione ed uccidere il drago delle forze infere (e cioè inferiori) per rendere il mondo atto alla Grazia del cielo[16]”.
Questo tipo umano apprezza il detto di Plinio il Vecchio “l’occhio del padrone è il miglior fertilizzante” e quello del poeta William Wordsworth “preparare dei terreni può essere considerato un’arte liberale, una specie di poesia e pittura.”
La sua idea di libertà è legata alla proprietà e per questo è stato oggetto di ogni genere di attacchi pseudo intellettuali ed espropri proletari, non solo perché rappresentava l’antica e concreta autonomia del Medioevo ma perchè in un mondo di totalitari il suo stile di vita indipendente, semplice e pacifico è ritenuto un pericolo: un monumento al libero agire e pensare. Vessato da una legiferazione eccessiva ed iperstatalista, non da ora ma da sempre, tanto per fare un esempio Benjamin Franklin amaramente sosteneva “un contadino in mezzo a due avvocati è come un pesce fra due gatti.”
Fortunatamente “la bellezza della campagna, scrive Adam Smith ne Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776), il piacere della vita campestre, la tranquillità di spirito che essa permette e, quando l’ingiustizia delle leggi degli uomini non la turbi, l’indipendenza che effettivamente offre, hanno un fascino che più o meno attrae tutti. Così, come il coltivare la terra fu la destinazione originaria dell’uomo, in ogni fase della sua esistenza, egli sembra conservare una predilezione per questa primitiva occupazione….. Gli abitanti della città e quelli della campagna sono reciprocamente gli uni i servitori degli altri.”
Questa alleanza tra agro e città, che ha permesso lo sviluppo della civiltà, speriamo che diventi foriera di una nuova cultura della pace oggi più che mai messa in pericolo dalla dissennatezza dell’umanità e come ci dice il filosofo contadino Gustave Thibon “cerchiamo di essere nel tempo i giardinieri dell’eternità.”
Antonino Sala

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[1] Senofonte – L’Economico (IV secolo a.C.), traduzione di Girolamo Fiorenzi (1825).
[2] Su questo argomento Herbert Spencer, L’uomo contro lo Stato, a cura di Alberto Mingardi, Liberilibri.
[3] Citato da Ignazio E. Buttitta in Feste dell’alloro in Sicilia, Fondazione Ignazio Buttitta.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Goffredo di Crollalanza, Enciclopedia araldico cavalleresca: Prontuario nobiliare, Pisa, Giornale Araldico, 1887.
[9] Hiralal Jain e Adinath Neminath Upadhye, Mahavira, his times and his philosophy of life, Bharatiya Jnanpith, 2000.
[10] Robert Jr Buswell e Donald S. Jr. Lopez (a cura di), Princeton Dictionary of Buddhism, Princeton, NJ, Princeton University Press, 2013.
[11] Maha-parinibbana Sutta: The Great Discourse on the Total Unbinding” (DN 16), tradotto dal pali da Thanissaro Bhikkhu.
[12] Traduzione di Helen Craig McCullough.
[13] Tommaso Romano, In Natura Symbolum et Rosa, Ed. CO.S.MOS.
[14] Ibidem.
[15] Ignazio E. Buttitta in Feste dell’alloro in Sicilia, Fondazione Ignazio Buttitta.
[16] Attilio Mordini, L’Ordine costantiniano di San Giorgio. La regola di San Basilio e altri scritti di simbologia e cavalleria (1962-1964) a cura di Tommaso Romano, Fondazione Thule cultura.

PACEM IN TERRIS di San Giovanni XXIII Una prospettiva di verità, giustizia, carità e libertà per la grande famiglia umana

PACEM IN TERRIS di San Giovanni XXIII
Una prospettiva di verità, giustizia, carità e libertà per la grande famiglia umana

Papa GiovanniIl peggiore dei crimini che l’uomo possa compiere è quello dell’uccisione del proprio fratello, lo spargimento del suo stesso sangue e la dissacrazione della sua stessa carne. E’ stato sempre aborrito e sanzionato come un atto vile e crudele sia per il fatto in sé, sia perché coglie di sorpresa chi lo subisce, il quale non ha nemmeno il tempo di capire cosa stia accadendo che già tutto è compiuto. Mi direte che non tutti gli omicidi hanno queste caratteristiche, ed io vi rispondo che invece sono tutti uguali: non ve né sono di diversi perché tutti apparteniamo alla grande ed unica famiglia umana.
Proprio il fatto che ognuno di noi è componente di essa ci rende potenziali caini fratricidi, sia come singoli che ancor di più come agglomerati più ampi, come gli Stati, che restano solo apparentemente indipendenti gli uni dagli altri.
Sin dal suo inizio l’umanità è interconnessa ed interdipendente, avviluppata in un intreccio di relazioni inestricabile, in cui le grandi nazioni e le piccole realtà stanno in stretto legame, lo vediamo anche oggi con la crisi militare tra la Federazione Russa e l’Ucraina in cui persino questi due contendenti sono legati da un rapporto di scambio reciproco di gas e rubli, che servono a tutti e due per alimentare la guerra e per continuare a “scannarsi” tranquillamente. L’Europa poi è ammanigliata in maniera biunivoca con la Russia perché in larga parte dipendente dalle sue fonti energetiche, e con l’oriente (la Cina) per le forniture di tutti i semiconduttori necessari per la produzione di tecnologia e armi sofisticate. Sono processi di internazionalizzazione inevitabili da quando l’uomo è comparso sulla terra.
Il mondo è globalizzato da tempo immemore, basta andare a vedere quali siano stati i rapporti tra l’impero romano e quello partico sasanide, o tra quello cristiano germanico e il suo omologo turco: distese di territori smisurati abitati da popoli diversi. Una storia fatta di scontri ed incontri, di relazioni commerciali, di viaggi come quello di Marco Polo alla corte del del Gran Khan Kubilai dal 1271 al 1295 nel Catai (l’odierna Cina), che segnano le epoche storiche in termini sia economici che culturali. Tutto questo però non sarebbe stato mai possibile se non ci fosse stata la surrettizia, forse mai dichiarata, consapevolezza dell’appartenenza alla grande famiglia umana, che ha permesso agli esseri umani di viaggiare presso altri popoli con la inconscia certezza di trovare accoglienza e ascolto presso la casa di un fratello.
In genere ad interrompere questo processo di reciproca conoscenza è sempre intervenuta la guerra con la relativa militarizzazione della società in conflitto; essa, come ho già detto, è il peggiore dei crimini che l’essere umano possa commettere: un assurdo e crudele “fratricidio”. Certo c’è sempre chi, o per cultura o per natura, è più bestia e assassino dell’altro, ma ciò non diminuisce il fatto tragico in sé.
Detto questo oggi più che mai abbiamo bisogno di rileggere e meditare la Pacem in Terris, l’ultima enciclica pubblicata da papa Giovanni XXIII l’11 aprile 1963, quando già la vita lo stava abbandonando, un documento di grande forza morale sempre attuale.
Sento già i soloni dello pseudo tradizionalismo nostrani, ancorati ai preconcetti tipici di chi per giustificare obsolete apparenze dorate e ossequi forbiti, criticare e giudicare male, come fu in quegli anni, l’apertura del papa alla fratellanza umana che non ha limiti né religiosi né culturali proposta in nome della pacifica convivenza. Ma pazienza, ci sono sempre quelli pronti a dividere il capello in quattro pur di avere attenzione e creare consenso e accettazione verso i propri privilegi o la parvenza di essi; perchè poi nemmeno questi sono rimasti in piedi: solo pochi e quasi risibili apparenze di un mondo tramontato, fortunatamente, secoli fa. Persino l’attuale Pontefice Francesco ha detto magistralmente tanto in materia, per liberare la Chiesa dalla piaga del clericalismo chiacchierone e impaludato che l’affligge dai tempi di Costantino il Grande.
Gli argomenti dell’enciclica sono suddivisi in sei parti:
Introduzione
I – L’ordine tra gli esseri umani
II – Rapporti tra gli esseri umani e i poteri pubblici all’interno delle singole comunità politiche
III – Rapporti tra le comunità politiche
IV – Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale
V – Richiami pastorali.

PacemLa Pacem in Terris fu una svolta estremamente forte in un periodo in cui il mondo era diviso dalla Guerra fredda tra occidente e oriente e Papa Giovanni XXIII levò la sua voce per richiamare tutti gli uomini al fondamentale valore della pace. Ma fu anche la necessaria apertura della Chiesa alla post-modernità e a un mondo che cambiava a grande velocità e che per le scoperte scientifiche e le applicazioni tecnologiche di esse, anche in termini di armamenti sofisticati e potentissimi provati su larga scala dagli USA in Giappone al termine della II Guerra Mondiale (mi riferisco alle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki che causarono 400.000 morti in qualche attimo), rischiava di autodistruggersi.
Il suo fu un appello alla pace globale, improntato ai valori cristiani della fratellanza e della carità reciproca, scrive infatti “in una convivenza ordinata e feconda va posto come fondamento il principio che ogni essere umano è persona cioè una natura dotata di intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto di diritti e di doveri che scaturiscono immediatamente e simultaneamente dalla sua stessa natura: diritti e doveri che sono perciò universali, inviolabili, inalienabili.”
E questo un punto fondamentale che pone l’individuo portatore di diritti propri che gli stati, e le altre organizzazioni sovranazionali devono riconoscere come connaturati alla persona, senza distinzione di sesso, religione e razza; promuovere perchè da li passa la pacificazione globale; tutelare come antidoto agli eccidi degli innocenti, soprattutto in tempi di guerre frattricide quando i contendenti diventano animali feroci.
“Ogni essere umano ha il diritto all’esistenza, continua Papa Giovanni XXIII, all’integrità fisica, ai mezzi indispensabili e sufficienti per un dignitoso tenore di vita, specialmente per quanto riguarda l’alimentazione, il vestiario, l’abitazione, il riposo, le cure mediche, i servizi sociali necessari; ed ha quindi il diritto alla sicurezza in caso di malattia, di invalidità, di vedovanza, di vecchiaia, di disoccupazione, e in ogni altro caso di perdita dei mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. Diritti riguardanti i valori morali e culturali. Ogni essere umano ha il diritto al rispetto della sua persona; alla buona riputazione; alla libertà nella ricerca del vero, nella manifestazione del pensiero e nella sua diffusione, nel coltivare l’arte, entro i limiti consentiti dall’ordine morale e dal bene comune; e ha il diritto all’obiettività nella informazione. Scaturisce pure dalla natura umana il diritto di partecipare ai beni della cultura, e quindi il diritto ad un’istruzione di base e ad una formazione tecnico-professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica. Ci si deve adoperare perché sia soddisfatta l’esigenza di accedere ai gradi superiori dell’istruzione sulla base del merito; cosicché gli esseri umani, nei limiti del possibile, nella vita sociale coprano posti e assumano responsabilità conformi alle loro attitudini naturali e alle loro capacità acquisite.”
Di fondamentale importanza il passo sull’educazione alla conoscenza perché è chiaro che solo con la cultura si può sperare che gli uomini sappiano discutere prima di iniziare a uccidersi e attraverso gli insegnamenti della storia e della filosofia possano trovare soluzioni razionali a questioni che sono indubbiamente troppo spesso molto complicate. Ritengo infatti semplicemente antiumano sostenere che solo preparando la guerra si possa trovare una via per la pace. L’uso delle armi non ha mai prodotto che tregue tra momenti di belligeranza mai una autentica pace.
Sua Santità solleva anche il nodo della libertà affermando che “gli esseri umani hanno il diritto alla libertà nella scelta del proprio stato; e quindi il diritto di creare una famiglia, in parità di diritti e di doveri fra uomo e donna; come pure il diritto di seguire la vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa.”
La famiglia nel pensiero del Pontefice, riveste un ruolo fondamentale così essa “fondata sul matrimonio contratto liberamente, unitario e indissolubile, è e deve essere considerata il nucleo naturale ed essenziale della società. Verso di essa vanno usati i riguardi di natura economica, sociale, culturale e morale che ne consolidano la stabilità e facilitano l’adempimento della sua specifica missione. I genitori posseggono un diritto di priorità nel mantenimento dei figli e nella loro educazione.”
L’economia viene inquadrata come mezzo e non fine per risolvere il problema delle risorse e come possibilità di realizzare se stessi, così afferma “agli esseri umani è inerente il diritto di libera iniziativa in campo economico e il diritto al lavoro.”
Uno sguardo che contempla il lavoratore come portatore di legittime attese per la dignità dell’uomo ed infatti “a siffatti diritti è indissolubilmente congiunto il diritto a condizioni di lavoro non lesive della sanità fisica e del buon costume, e non intralcianti lo sviluppo integrale degli esseri umani in formazione; e, per quanto concerne le donne, il diritto a condizioni di lavoro conciliabili con le loro esigenze e con i loro doveri di spose e di madri. Dalla dignità della persona scaturisce pure il diritto di svolgere le attività economiche in attitudine di responsabilità.”
Nodo centrale diviene la collocazione degli individui come “cittadini di una determinata comunità politica, nulla perde di contenuto la propria appartenenza, in qualità di membri, alla stessa famiglia umana; e quindi l’appartenenza, in qualità di cittadini, alla comunità mondiale….Per cui nei rapporti della convivenza, i diritti vanno esercitati, i doveri vanno compiuti, le mille forme di collaborazione vanno attuate specialmente in virtù di decisioni personali; prese cioè per convinzione, di propria iniziativa, in attitudine di responsabilità, e non in forza di coercizioni o pressioni provenienti soprattutto dall’esterno.Una convivenza fondata soltanto su rapporti di forza non è umana. In essa infatti è inevitabile che le persone siano coartate o compresse, invece di essere facilitate e stimolate a sviluppare e perfezionare se stesse.” Per realizzare un ordinamento fondato su verità e giustizia “l’ordine tra gli esseri umani nella convivenza è di natura morale. Infatti, è un ordine che si fonda sulla verità; che va attuato secondo giustizia; domanda di essere vivificato e integrato dall’amore; esige di essere ricomposto nella libertà in equilibri sempre nuovi e più umani….Non più popoli dominatori e popoli dominati” bandendo ogni forma di razzismo “per cui le discriminazioni razziali non trovano più alcuna giustificazione, almeno sul piano della ragione e della dottrina; ciò rappresenta una pietra miliare sulla via che conduce all’instaurazione di una convivenza umana informata ai principi sopra esposti. Quando, infatti, negli esseri umani affiora la coscienza dei loro diritti, in quella coscienza non può non sorgere l’avvertimento dei rispettivi doveri: nei soggetti che ne sono titolari, del dovere di far valere i diritti come esigenza ed espressione della loro dignità; e in tutti gli altri esseri umani, del dovere di riconoscere gli stessi diritti e di rispettarli. E quando i rapporti della convivenza si pongono in termini di diritti e di doveri, gli esseri umani si aprono sul mondo dei valori spirituali, e comprendono che cosa sia la verità, la giustizia, l’amore, la libertà; e diventano consapevoli di appartenere a quel mondo. Ma sono pure sulla via che li porta a conoscere meglio il vero Dio, trascendente e personale; e ad assumere il rapporto fra se stessi e Dio a solido fondamento e a criterio supremo della loro vita: di quella che vivono nell’intimità di se stessi e di quella che vivono in relazione con gli altri.”
“I diritti naturali testé ricordati, prosegue l’enciclica, sono indissolubilmente congiunti, nella stessa persona che ne è il soggetto, con altrettanti rispettivi doveri; e hanno entrambi nella legge naturale, che li conferisce o che li impone, la loro radice, il loro alimento, la loro forza indistruttibile….Il diritto, ad esempio, di ogni essere umano all’esistenza è connesso con il suo dovere di conservarsi in vita; il diritto ad un dignitoso tenore di vita con il dovere di vivere dignitosamente; e il diritto alla libertà nella ricerca del vero è congiunto con il dovere di cercare la verità, in vista di una conoscenza della medesima sempre più vasta e profonda.”
Il Pontefice indica anche un percorso possibile per una coesistenza altruista, civile e pacifica, infatti per lui “la convivenza fra gli esseri umani è quindi ordinata, feconda e rispondente alla loro dignità di persone, quando si fonda sulla verità…..Ed è inoltre una convivenza che si attua secondo giustizia o nell’effettivo rispetto di quei diritti e nel leale adempimento dei rispettivi doveri; che è vivificata e integrata dall’amore, atteggiamento d’animo che fa sentire come propri i bisogni e le esigenze altrui, rende partecipi gli altri dei propri beni e mira a rendere sempre più vivida la comunione nel mondo dei valori spirituali; ed è attuata nella libertà, nel modo cioè che si addice alla dignità di esseri portati dalla loro stessa natura razionale ad assumere la responsabilità del proprio operare….è diffusa assai largamente la convinzione che tutti gli uomini sono uguali per dignità naturale.”
Un riferimento al ruolo del governo e all’esercizio del suo potere sulla persona che si inserisce nel solco della migliore tradizione liberale e cristiana della limitazione dell’agire pubblico e così aggiunge che “l’autorità non è una forza incontrollata: è invece la facoltà di comandare secondo ragione.” E da lì il passo è breve e “riaffermiamo noi pure quello che costantemente hanno insegnato i nostri predecessori: le comunità politiche, le une rispetto alle altre, sono soggetti di diritti e di doveri; per cui anche i loro rapporti vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà. La stessa legge morale, che regola i rapporti fra i singoli esseri umani, regola pure i rapporti tra le rispettive comunità politiche.” “Ciò non è difficile a capirsi quando si pensi che le persone che rappresentano le comunità politiche, mentre operano in nome e per l’interesse delle medesime, non possono venire meno alla propria dignità; e quindi non possono violare la legge della propria natura, che è la legge morale.
Sarebbe del resto assurdo anche solo il pensare che gli uomini, per il fatto che vengono preposti al governo della cosa pubblica, possano essere costretti a rinunciare alla propria umanità; quando invece sono scelti a quell’alto compito perché considerati membra più ricche di qualità umane e fra le migliori del corpo sociale….Non ci sono esseri umani superiori per natura ed esseri umani inferiori per natura; ma tutti gli esseri umani sono uguali per dignità naturale. Di conseguenza non ci sono neppure comunità politiche superiori per natura e comunità politiche inferiori per natura: tutte le comunità politiche sono uguali per dignità naturale, essendo esse dei corpi le cui membra sono gli stessi esseri umani. Né va quindi dimenticato che i popoli, a ragione, sono sensibilissimi in materia di dignità e di onore..i rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il riconoscimento dei vicendevoli diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri.” Una visione del mondo in cui “le comunità politiche hanno il diritto all’esistenza, al proprio sviluppo, ai mezzi idonei per attuarlo: ad essere le prime artefici nell’attuazione del medesimo; ed hanno pure il diritto alla buona riputazione e ai debiti onori: di conseguenza e simultaneamente le stesse comunità politiche hanno pure il dovere di rispettare ognuno di quei diritti; e di evitare quindi le azioni che ne costituiscono una violazione. Come nei rapporti tra i singoli esseri umani, agli uni non è lecito perseguire i propri interessi a danno degli altri, così nei rapporti fra le comunità politiche, alle une non è lecito sviluppare se stesse comprimendo od opprimendo le altre. Cade qui opportuno il detto di sant’Agostino: “Abbandonata la giustizia, a che si riducono i regni, se non a grandi latrocini?”.
“Certo, anche tra le comunità politiche possono sorgere e di fatto sorgono contrasti di interessi; però i contrasti vanno superati e le rispettive controversie risolte, non con il ricorso alla forza, con la frode o con l’inganno, ma, come si addice agli esseri umani, con la reciproca comprensione, attraverso valutazioni serenamente obiettive e l’equa composizione….I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella verità e secondo giustizia; ma quei rapporti vanno pure vivificati dall’operante solidarietà attraverso le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria, sportiva: forme possibili e feconde nella presente epoca storica. In argomento occorre sempre considerare che la ragione d’essere dei poteri pubblici non è quella di chiudere e comprimere gli esseri umani nell’ambito delle rispettive comunità politiche; è invece quella di attuare il bene comune delle stesse comunità politiche; il quale bene comune però va concepito e promosso come una componente del bene comune dell’intera famiglia umana.”
Giovanni XXIII riconosce il diritto ai singoli di potere svolgere funzioni di governo della cosa pubblica come un diritto dovere non derivante da rendite di posizioni infatti afferma “fra i diritti inerenti alla persona vi è pure quello di inserirsi nella comunità politica in cui si ritiene di potersi creare un avvenire per sé e per la propria famiglia; di conseguenza quella comunità politica, nei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, ha il dovere di permettere quell’inserimento, come pure di favorire l’integrazione in se stessa delle nuove membra.”
Ci richiama agli investimenti proficui indirizzati al miglioramento della vita più che a quelli che sono in grado di distruggerla come le armi su cui scrive “ci è pure doloroso constatare come nelle comunità politiche economicamente più sviluppate si siano creati e si continuano a creare armamenti giganteschi; come a tale scopo venga assorbita una percentuale altissima di energie spirituali e di risorse economiche; gli stessi cittadini di quelle comunità politiche siano sottoposti a sacrifici non lievi; mentre altre comunità politiche vengono, di conseguenza, private di collaborazioni indispensabili al loro sviluppo economico e al loro progresso sociale…Occorre però riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità…È un obiettivo reclamato dalla ragione. È evidente, o almeno dovrebbe esserlo per tutti, che i rapporti fra le comunità politiche, come quelli fra i singoli esseri umani, vanno regolati non facendo ricorso alla forza delle armi, ma nella luce della ragione; e cioè nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante.”
Aspirazione primaria: trovare una via per la pace come “obiettivo della più alta utilità. Dalla pace tutti traggono vantaggi: individui, famiglie, popoli, l’intera famiglia umana. Risuonano ancora oggi severamente ammonitrici le parole di Pio XII: “Nulla è perduto con la pace. Tutto può essere perduto con la guerra” attraverso il reciproco riconoscimento della indipendenza degli altri soggetti così “i rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella libertà. Il che significa che nessuna di esse ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza. Tutte invece devono proporsi di contribuire perché in ognuna sia sviluppato il senso di responsabilità, lo spirito di iniziativa, e l’impegno ad essere la prima protagonista nel realizzare la propria ascesa in tutti i campi…Già il nostro predecessore Pio XII proclamava che “nel campo di un nuovo ordinamento fondato sui principi morali non vi è posto per la lesione della libertà, dell’integrità e della sicurezza di altre nazioni, qualunque sia la loro estensione territoriale o la loro capacità di difesa. Se è inevitabile che i grandi Stati, per le loro maggiori possibilità e la loro potenza, traccino il cammino per la costituzione di gruppi economici fra essi e le nazioni più piccole e deboli, è nondimeno incontestabile — come di tutti, nell’ambito dell’interesse generale — il diritto di queste al rispetto della loro libertà nel campo politico, alla efficace custodia di quella neutralità nelle contese tra gli Stati, che loro spetta secondo il gius naturale e delle genti, alla tutela del loro sviluppo economico, giacché soltanto in tal guisa potranno conseguire adeguatamente il bene comune, il benessere materiale e spirituale del proprio popolo”. Pertanto le comunità politiche economicamente sviluppate, nel prestare la loro multiforme opera, sono tenute al riconoscimento e al rispetto dei valori morali e delle peculiarità etniche proprie delle comunità in fase di sviluppo economico; come pure ad agire senza propositi di predominio politico; in tal modo portano “un contributo prezioso alla formazione di una comunità mondiale nella quale tutti i membri siano soggetti consapevoli dei propri doveri e dei propri diritti, operanti in rapporto di uguaglianza all’attuazione del bene comune universale”. ”
Mezzo per la pace diviene il confronto perché “è lecito tuttavia sperare che gli uomini, incontrandosi e negoziando, abbiano a scoprire meglio i vincoli che li legano, provenienti dalla loro comune umanità e abbiano pure a scoprire che una fra le più profonde esigenze della loro comune umanità è che tra essi e tra i rispettivi popoli regni non il timore, ma l’amore: il quale tende ad esprimersi nella collaborazione leale, multiforme, apportatrice di molti beni.”
Non manca una profonda analisi delle interconnessioni tra le nazioni e le loro economie dovuto al progresso tecnologico “i recenti progressi delle scienze e delle tecniche incidono profondamente sugli esseri umani, sollecitandoli a collaborare tra loro e orientandoli verso una convivenza unitaria a raggio mondiale. Si è infatti intensamente accentuata la circolazione delle idee, degli uomini, delle cose. Per cui sono aumentati enormemente e si sono infittiti i rapporti tra i cittadini, le famiglie, i corpi intermedi appartenenti a diverse comunità politiche; come pure fra i poteri pubblici delle medesime. Mentre si approfondisce l’interdipendenza tra le economie nazionali: le une si inseriscono progressivamente sulle altre fino a diventare ciascuna quasi parte integrante di un’unica economia mondiale; e il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, e la pace all’interno di ciascuna comunità politica è in rapporto vitale con il progresso sociale, l’ordine, la sicurezza, la pace di tutte le altre comunità politiche.” E una condanna di ogni forma di protezionismo autarchico infatti aggiunge “nessuna comunità politica oggi è in grado di perseguire i suoi interessi e di svilupparsi chiudendosi in se stessa; giacché il grado della sua prosperità e del suo sviluppo sono pure il riflesso ed una componente del grado di prosperità e dello sviluppo di tutte le altre comunità politiche” perché “l’unità della famiglia umana è esistita in ogni tempo, giacché essa ha come membri gli esseri umani che sono tutti uguali per dignità naturale. Di conseguenza esisterà sempre l’esigenza obiettiva all’attuazione, in grado sufficiente, del bene comune universale, e cioè del bene comune della intera famiglia umana.”

VATICAN - AVRIL 09: Le pape Jean XXIII signant l'encyclique 'Pacem in Terris'  le 9 avril, 1963 au Vatican. (Photo by Keystone-France/Gamma-Rapho via Getty Images)

VATICANO: Il Papa Giovanni XXIII mentre firma l’enciclica ‘Pacem in Terris’. (Photo by Keystone-France/Gamma-Rapho via Getty Images)

Una prospettiva sempre attuale per la grande famiglia umana che crede nella convivenza tra i popoli con speranza e con una buona dose di fede perché, secondo Angelo Giuseppe Roncalli, S. Ioannes PP. XXIII canonizzato il 27 aprile 2014 insieme ad un altro grande attore di pace San Giovanni Paolo II ad opera dell’attuale Papa Francesco che non poco sta facendo per i conflitti nel mondo ed in particolare per quello in Ucraina, “la pace rimane solo suono di parole, se non è fondata su quell’ordine che il presente documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà.”
Antonino Sala

*Foto riprese dalla copertina di Pacem in Terris, Giovanni XXIII, edito da Associazione Amici del Papa, 2017, Ebook e dai siti vatican.va e wikipedia.

La globalizzazione: un bene necessario!

Il processo di globalizzazione è stato oggetto di studi e approfondimenti ma anche di feroci contestazioni che in qualche caso sono diventate aspre e violente. Anche il sottoscritto ha messo in luce e spesso stigmatizzato le criticità che pur ci sono state e ci saranno anche in futuro come in tutte le attività umane che per loro natura sono perfettibili e precarie.

La globalizzazione è un fenomeno che viene da lontano, si sviluppa attraverso varie fasi e vede la sua consacrazione con l’intensificazione degli scambi economici, attraverso investimenti internazionali su scala mondiale, determinando l’interdipendenza delle realtà naziaolali, con la conseguenza che tutto ciò ha anche portato una reciproca contaminazione sul piano culturale, politico, industriale e tecnologico i cui effetti hanno una caratura che coinvolge l’intero pianeta o quasi.
Tutti questi fenomeni hanno da un lato agevolato lo sviluppo della conoscenza e dall’altro, forse per la scarsa preparazione o la ritrosia naturale dell’uomo a cambiamenti così repentini, determinato un atteggiamento in molti osservatori una certa diffidenza, che si è tramutata poi in alcuni casi in paranoia demolitoria nei confronti di quello che è uno straordinario processo di interazione tra le nazioni e tra gli uomini. Sono stati utilizzati fiumi di parole su tonnellate di carta per demonizzarla, senza quasi mai approfondirne la portata innovativa che essa ha comportato in termini di cultura, politica ed economia.
La domanda che mi pongo e a cui cercherò di dare una risposta coerente è “La globalizzazione è un bene necessario o un male evitabile? Prima di rispondere voglio mettere in luce quali sono stati gli aspetti più significativi del suo sviluppo che l’hanno caratterizzata.
Innanzi tutto ha determinato l’aumento della velocità delle comunicazioni e della circolazione di informazioni; l’opportunità di crescita economica per nazioni a lungo rimaste ai margini dello sviluppo economico mondiale penso ai cosiddetti Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) che sono diventati protagonisti della scena mondiale di cui bisogna tenere conto; la restrizione della distanza spazio-temporale e a seguito di un mercato mondiale una generalizzata riduzione dei costi per l’acquisto di beni di consumo per l’utente finale grazie all’incremento della concorrenza su scala planetaria e ai diversi metodi di produzione e di retribuzione del lavoro.
Certo tutto non è stato rose e fiori, sono emersi anche gli inconvenienti di un simile processo come: lo sfruttamento del lavoro minorile ed in generale; il degrado ambientale specialemnte nei paesi a più bassa alfabetizzazione; un progressivo aumento del ruolo “politico” di multinazionali; una diminuzione dell’autonomia delle economie locali, ed altre sicuramente criticità che ognuno di noi ha avuto modo di analizzare in questi anni.
Se dovessi trovare il punto di inizio della globalizzazione allora, da europeo penserei alle colonie minoiche e micenee in Sicilia, di cui sono un’evidenza archeologica gli ipogei sparsi un po’ dovunque in tutti i paesi rivieraschi del mediterraneo, e i traffici che in esso interessarono le città della Grecia antica, prima fra tutte Atene. Questi intensi rapporti culturali e commerciali resero ricche le polis sia dal punto di vista economico che culturale. E qui con lo scambio volontario si diede una risposta alla scarsità di risorse che l’uomo vive come condizione naturale, alla quale si rispose con il commercio di beni. Altrettanto comune era il metodo basato invece sulla guerra di conquista e sulla pirateria, che ancora oggi alcune nazioni praticano senza remore o scrupoli.
Cos’è l’Iliade, scremata del mito sublime che la arricchisce, se non il racconto di come ci si rapportava tra potenze, allora regionali, per il predominio sui traffici tra oriente ed occidente?
Il modo più comune per determinarsi a reperire risorse utili ad ampliare il proprio spazio di ricchezza e potere era la guerra. L’altra modalità era pacifico: stabilire accordi commerciali con le altre città stato in maniera da guadagnarci tutte e due ed evitare di dissanguarsi in imprese militari dalle alterne vicende e dalle incerte fortune.
E l’Odissea che cos’è se non la narrazione di come è facile smarrirsi e correre immani pericoli in terre ostili e tra nemici barbari quando non si hanno alleati leali? E nonostante in qualche caso si trovino, gli stessi non sono sufficienti a evitare disastri e/o rallentamenti.
Allora un mondo, che oggi spazialmente noi consideriamo di dimensioni ridotte, diveniva grande o piccolo a secondo delle relazioni che le popolazioni intessevano tra i lati opposti delle coste.
Vari sono gli esempi di cosa quel grande universo di pensiero ed azione riuscì a determinare nella storia dell’umanità, culminato intenzionalmente poi nella nascita dell’Impero di Alessandro Magno, che si estendeva su 20 territori dei moderni stati di oggi (Grecia, Macedonia, Kosovo, Bulgaria, Turchia, Siria, Giordania, Israele, Libano, Cipro, Egitto, Libia, Iraq, Iran, Kuwait, Afghanistan, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan e Pakistan) e toccava alcune altre nella loro periferia (Ucraina, Romania, Albania, Armenia e India), che tra il 336 e il 323 a.C., assorbendo la porzione occidentale dell’impero achemenide di Persia, portando la propria superficie da 1,2 a 5,2 milioni di chilometri quadrati divenne per un ventennio, il più vasto stato del suo tempo, abbracciando l’oriente e l’occidente.
Assorbito per la quasi totalità da quello molto più longevo e meglio organizzato della Roma dei Cesari che nella sua massima espansione, si estendeva su tre diversi continenti: Europa, Africa e Asia attraverso gli odierni stati di: Portogallo, Spagna, Andorra, Francia, Monaco, Belgio, Paesi Bassi (regioni meridionali), Regno Unito (Inghilterra, Galles, parte della Scozia), Lussemburgo, Germania (regioni meridionali e occidentali), Svizzera, Austria, Liechtenstein, Slovacchia (piccola parte), Ungheria, Italia, Malta, Slovenia, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo, Albania, Macedonia del Nord, Grecia, Bulgaria, Romania, Moldavia, Ucraina (parte costiera sud-occidentale con Isola dei Serpenti e Podolia), Turchia, Russia, Cipro, Siria, Libano, Iraq, Armenia, Georgia, Iran, Azerbaigian, Israele, Giordania, Palestina, Egitto, Sudan (in piccola parte e per limitato periodo di tempo), Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Arabia Saudita (in piccola parte). A cui il senato romano estese il suo diritto e la sua lingua pur lasciando ampi spazi di autonomia.
E cosa sarebbero questi luminosi esempi se non processi di globalizzazione o se meno urticante alle orecchie di chi non vuol capire, di unificazione del mondo sotto un unico celo?
Furono così messe al servizio dell’umanità strade, ponti, sicurezza e certezza del diritto in maniera da garantire una pacifica possibilità di procurarsi di che vivere meglio.
Questi processi di universalizzazione del diritto e del sapere poi furono riproposti e consolidati dal Sacro Romano Impero Germanico che riattualizzò lo stesso identico percorso unitivo del globo in chiave cristiano barbarica. La stessa iconografia degli imperatori fa sì che venissero ritratti con il globo crucigero in mano come segno del dominio di Cristo sul mondo per tramite dello stesso sovrano.
In ogni epoca successiva ci furono gli stessi significativi tentativi e risultati. Aggiungo inoltre che mentre nascevano in Europa e nel mediterraneo queste grandi entità nelle altre parti della terra se né formavano altre ancora, come in Persia con l’impero Sasanide, in Cina con quello Mogul, in India e nei grandi spazi dell’America precolombiana: evidenze di una natura umana che comunque persegue gli stessi obiettivi con metodologie molto simili. Ed anche la Chiesa Cattolica è per la sua vocazione un ulteriore esempio di universalismo che ha unito popoli molto lontani in un unica visione del mondo.
Certo va tenuto presente che per quanto riguarda le società antiche, per la loro stessa genesi, costituivano, come scrive Herbert Spencer, una ordinamento sociale di tipo militare[1] basato sulla cooperazione obbligatoria. Vanno ricordati in ogni tempo i viaggi dei mercanti di tutto il mondo e la ricerca di nuove vie per i commerci; ricordo solo per inciso Marco Polo e proprio per le stesse ragioni la scoperta del nuovo mondo ad opera di Cristoforo Colombo, forse la più grande impresa dell’umanità che ha cambiato la storia dei popoli.
Nel XVII secolo, il commercio mondiale si sviluppò ulteriormente quando furono istituite la Compagnia britannica delle Indie orientali (fondata nel 1600) e la Compagnia olandese delle Indie orientali (fondata nel 1602, spesso descritta come la prima corporazione multinazionale per cui fossero offerte azioni)
Andando a tempi più vicini a noi la prima globalizzazione come oggi la intendiamo, si ebbe tra il 1840 e il 1914, grazie allo sviluppo di nuove tecnologie che resero il mondo più piccolo e a questo contribuirono le navi a vapore, le ferrovie e il telegrafo.
E poi il mondo fu reso ancora più interconnesso dal nostro Guglielmo Marconi a cui si deve lo sviluppo di un efficace sistema di telecomunicazione a distanza via onde radio, ovvero la telegrafia senza fili o radiotelegrafo, che ebbe notevole diffusione, la cui evoluzione portò allo sviluppo della radio e della televisione e in generale di tutti i moderni sistemi e metodi di radiocomunicazione che utilizzano le comunicazioni senza fili, e che gli valse il premio Nobel per la fisica nel 1909 condiviso con Carl Ferdinand Braun, “in riconoscimento del suo contributo allo sviluppo della telegrafia senza fili”.
Fu l’inizio del villaggio globale di cui scrisse Marshall McLuhan, che poi grazie ad internet divenne una realtà quotidiana per tutti noi.
A causa delle due guerre mondiali e la relativa militarizzazione delle società in guerra si ebbe un rallentamento del processo di globalizzazione per gli evidenti motivi bellici, che riprese subito dopo, nonostante la separazione tra blocchi contrapposti.
Infatti il procedimento continuò sia con gli accordi di accordi di Bretton Woods (1944) influenzati dal pensiero di John Maynard Keynes, che portarono alla crescita a dismisura della spesa pubblica negli USA, che con quelli del General Agreement on Tariffs and Trade (Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), meglio conosciuto come AGTC o GATT, firmato il 30 ottobre 1947 a Ginevra, in Svizzera, da 23 paesi tra cui anche l’Italia, che stabilì le basi per un sistema multilaterale di relazioni commerciali con lo scopo di favorire la liberalizzazione del commercio mondiale. Subito dopo nacque la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 per confluire poi nella più ampia Comunità economica europea (CEE) istituita il 25 marzo 1957, contestualmente alla Comunità europea dell’energia atomica, mediante la sottoscrizione del Trattato di Roma, entrato in vigore il 1º gennaio 1958, ad essa presero parte i sei Stati (Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) già appartenenti alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Processo questo di unificazione continentale che è ancora in atto e che attualmente è sfociato nella Unione Europea, che però ha visto un momento di arresto con l’uscita dagli accordi del Regno Unito.
Subito dopo a partire dalla fine degli anni Settanta si è verificata una nuova fase di liberalizzazione del commercio mondiale, finalizzate all’abolizione progressiva delle barriere al commercio internazionale. Soprattutto furono ripensate le politiche keynesiane grazie all’opera degli economisti James M. Buchanan[2] (futuro premio Nobel) e Richard E. Wagner che misero in luce come i difetti di funzionamento dei sistemi democratici si erano notevolmente accresciuti da quando le idee di Keynes avevano legittimato l’abbandono dei sani principi tradizionali di finanza pubblica, basati sulla disciplina costituzionale e il pareggio di bilancio, provocando la stagnazione e uno sconquasso sia politico che economico.
Fortunatamente furono pronti a recepire il messaggio Ronald Reagan e Margaret Thatcher che portarono una ventata di aria fresca nella politica economica internazionale introducendo la liberalizzazione dei sistemi produttivi.
Queste politiche portarono una grande fase di espansione economica in occidente ed una contestuale caduta di produttività del blocco sovietico, che dovette dichiarare la sua stessa fine con il crollo del muro di Berlino nel 1989.
Il GATT venne superato il 1º gennaio 1995 dal WTO (World Trade Organization – Organizzazione mondiale del commercio) al quale aderirono 164 Paesi comprendendo così oltre il 97% del commercio mondiale di beni e servizi. Obiettivo generale del WTO è quello dell’abolizione o della riduzione delle barriere tariffarie al commercio internazionale ma a differenza di quanto avveniva in ambito GATT, non solo dei beni commerciali, ma anche dei servizi e delle proprietà intellettuali.
Ovviamente l’accelerazione del progresso tecnologico ha permesso di abbattere i costi dei trasporti e delle comunicazioni permettendo lauti profitti a tutti gli operatori economici e nell’ultimo periodo a quelli dell’ecommerce. Ma anche i costi dei prodotti finiti si è notevolmente abbassato, rendondoli accessibili ai consumatori di quasi tutto il mondo grazie alla delocalizzazione della produzione, cosicché è oggi possibile realizzare i vari componenti di un prodotto in località anche molto lontane tra loro, assemblarli in un’altra ancora e infine vendere l’oggetto finito in tutto il mondo.
Certamente tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che le multinazionali hanno portato la progettazione nei paesi tecnologicamente all’avanguardia, la produzione nei paesi in via di sviluppo in cui possono pagare salari più bassi, e infine la sede legale in alcuni Stati che garantiscono una tassazione particolarmente vantaggiosa.
La difficile legiferazione in merito a queste entità sovranazionali, mettono in crisi la certezza quasi mitologica della superiorità degli stati nazionali rispetto a tutto il resto, riducendone la sovranità di fatto in tre ambiti cruciali: politica fiscale, spesa pubblica, e politica macroeconomica.
Tutto questo però ha avuto lati assolutamente positivi: un aumento delle produzioni tecnologiche; una sana competizione sul piano economico; la diffusione ancora maggiore della conoscenza in vari ambiti; e quel che conta di più un lungo periodo di pace tra i blocchi più importanti.
Proprio perché il sistema della globalizzazione ha reso più accessibile beni e conoscenza, e la possibilità di reperire risorse è stata resa, se non più facile, almeno non cruenta. Rendiamoci conto che il conflitto tra gli uomini o gli stati è inevitabile, perché la condizione dell’uomo è quella della precarietà nella scarsità, pertanto se non lo si sposta sul piano dello scambio, del commercio e della competizione tecnologica e finanziaria lo si ritroverà sui campi di battaglia.
Ecco il vero vantaggio di un sistema integrato di relazioni tra gli stati: la pace!
L’alternativa è il ritorno al conflitto armato, più o meno dichiarato, per procura o diretto: è questa la immediata conseguenza della rottura degli accordi già stipulati tra le nazioni.
Per l’ingresso nel WTO la Repubblica Popolare Cinese ha dovuto aspettare 15 anni e 5 mesi e la Federazione Russa quasi 18 anni spostando la polarità dalle armi alle merci. Paradossalmente il mondo ha successivamente visto l’ascesa proprio del gigante asiatico come potenza economica, di cui hanno beneficiato però le maggiori multinazionali occidentali, dalle automobili all’ Hi tech ed anche i consumatori.
Un mondo multipolare in cui gli Stati Uniti e l’Occidente liberaldemocratico hanno dovuto accettare a malincuore di non essere da soli a guidare il mondo nonostante abbiano vinto la guerra fredda.
Il rischio serio se dovesse rompersi il meccanismo del commercio internazionale è quello del ritorno della cortina di ferro che separava popoli fratelli ed alcuni cugini, rendondoli potenziali nemici. Inoltre la interdipendenza delle nazioni rende tutto molto complicato sul piano della fattibilità a cominciare dal problema energetico. Se ci riflettiamo sopra oggi viviamo una paradossale situazione per cui la Russia che ha invaso l’Ucraina continua ad alimentarla con il proprio gas perchè ha bisogno dei pagamenti che arrivano regolarmente per continuare a fargli la guerra; dall’altro canto l’Ucraina ha bisogno del gas russo per non rimanere a secco e per continuare a sostenere la popolazione resistente e l’esercito combattente contro l’invasore russo, a cui paga lauti compensi sapendo che quei versamenti serviranno a finanziare l’operazione militare speciale contro di lei. Sembra assurdo che vittima e carnefice siano legati in un abbraccio indissolubile.
Ora proprio per queste considerazioni la mia risposta alla domanda iniziale se “la globalizzazione è un bene necessario o un male evitabile?, è che sia un bene necessario anche se con qualche male forse evitabile!
Certamente essa è emendabile, forse il sistema del WTO dovrebbe essere oggetto di revisione e magari reso più plurale e aperto. Però ritengo il processo di universalizzazione dei rapporti politici economici fondati sul multipolarismo, in cui chi ha i mezzi ma non ha le persone e viceversa, possano convivere nel reciproco rispetto e dialogo e dove la competizione sia spostata sul piano dei fenomeni produttivi e non militari.
Abbandonare la globalizzazione significa rinunciare alla pace mondiale e al benessere economico che né deriva. A tutti quelli che sostengono che essa annienta le identità, voglio dire che il rischio potrebbe essere quello ben peggiore di distruggere l’umanità e la civiltà che con fatica e dolore abbiamo costruito in questi secoli.

Antonino Sala

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[1] Herbert Spencer, L’uomo contro lo Stato, a cura di Alberto Mingardi, Liberilibri.
[2] La democrazia in deficit. L’eredità politica di lord Keynes, James M. Buchanan e Richard E. Wagner, Armando Editore.

Se vuoi la Pace prepara la Pace…La nuova e terribile guerra del Peloponneso: la storia non insegna nulla?

190122 Ucraina8Scriveva Sigmund Freud in uno scambio epistolare nel 1932 ad Albert Einstein “talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione (…) non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini”. Allora proprio per queste considerazioni nelle crisi militari, come in quella attuale, specialmente in quelle che coinvolgono direttamente le grandi potenze nucleari, sarebbe più accorto ragionare su un diverso approccio sulle modalità di risoluzioni delle stesse.
Da più parti si sente ripetere l’antica locuzione dello scrittore romano Publio Vegezio Renato “se vuoi la pace prepara la guerra” che ribalto in “se vuoi la guerra prepara una pace” che non si fondi sulla giustizia e sulla sicurezza territoriale.
Ancora nel 2022, dopo due terribili guerre mondiali, che hanno insanguinato l’Europa e tante altre parti del mondo, fatte di stragi efferate come la terribile operazione che vide il bombardamento con ordigni atomici di Hiroshima e Nagasaki che causò quasi 400.000 vittime civili in pochi istanti, non ci si rende conto che il crinale su cui ci si pone, quando si sostiene che l’unico modo di fare la pace e quello di organizzare la guerra, è quello della sciagura e dell’annientamento della civiltà e forse anche dell’umanità.
Ritengo aberrante, che dopo simili tragedie, non ci si renda conto che la corsa ad armare ed ad armarsi porti rapidamente ad una elevazione del livello di scontro, che da verbale può diventare molto rapidamente fattuale, con il casus belli dietro l’angolo.
Certamente ci sarà sempre uno stato o un popolo, recentemente quello russo, intenzionato a far valere le proprie ragioni con l’uso spregiudicato della forza, è un dato imprescindibile della natura umana che in alcune nazioni diviene anche culturale, ma proprio per questa consapevolezza bisogna disinnescare le motivazioni che accendono i conflitti e non è fornendo armi letali a questo o a quello, che si salverà il mondo dalla catastrofe ma l’esatto opposto, cioè invitando le parti volontariamente a deporre, anche momentaneamente, le armi.
Sento già coloro i quali sperano nella vittoria sul campo militare, esaltati dai tamburi della battaglia e dai fumi della polvere nera appena esplosa, dire che questo è impossibile ed addirittura velleitario, a loro però obbietto che per primi i popoli che reputiamo civili nella storia, gli antichi greci, dovettero ricredersi sulle previsioni bellicistiche che avevano fatto e dovettero subire dopo le conseguenze imprevedibili di guerre scellerate e fratricide.
Volete un esempio? La guerra del Peloponneso tra Sparta ed Atene, un conflitto che durò all’incirca 27 anni, dal 431 a.C. al 404 a.C. raccontatoci nei dettagli dallo storico Tucidide, e le cui cause lo stesso le riassume così “il motivo più vero, ma meno dichiarato apertamente, penso che fosse il crescere della potenza ateniese e il suo incutere timore ai Lacedemoni, sì da provocare la guerra[1]”. L’arroganza, la demagogia e la politica imperialista di Pericle provocarono a tal punto gli spartani che l’ingresso in guerra fu praticamente ineluttabile, trascinando in una disastrosa avventura Atene e i suoi alleati della Lega delio-attica (le città di Efeso, Mileto, Focea, Alicarnasso, Anfipoli, Olinto, Metone e Troia, le isole di Lesbo, Rodi, Samo, Delo e la penisola Calcidica) contro la Lega Peloponnesiaca guidata da Sparta.
Pericle intanto aveva, con la scusa di una maggiore sicurezza, spostato nella sua città il tesoro della lega che invece era custodito a Delo, ed era costituito dalle oblazioni obbligatorie che le altre poleis erano costrette a versare, e fu poi accusato di avere distratto i fondi dello stesso per i suoi fini. Plutarco[2] ritiene che Pericle era così preoccupato del giudizio imminente contro di lui che fece in modo di impedire ogni ogni tentativo di accordo con Sparta e lo storico tedesco naturalizzato italiano Karl Julius Beloch[3] aggiunse che, pur di proteggere la propria posizione politica, egli abbia scientemente condotto la sua città allo scontro armato.
Come sappiamo Pericle morì della pesta che la sua politica dissennata aveva prodotto in città insieme a molti suoi concittadini, inoltre Atene non solo fu sonoramente sconfitta da Sparta ma perse definitivamente il suo predominio ed il suo ruolo di guida della regione, ma anche la sua forma di governo, la democrazia che si trasformò nel regime dei trenta tiranni.
Ma le conseguenze successive di una guerra così aspra e lunga si fecero sentire su tutta la Grecia e tutte le città, anche quelle vittoriose, caddero sotto il dominio macedone, sia a causa di una progressiva riduzione della popolazione maschile abile, sia per la crisi economica che le colpì visto l’immane costo che avevano affrontato per sostenere il conflitto. Una catastrofe sia per i vinti che per i vincitori: per dirla con il drammaturgo Vincenzo Monti “Se Atene piange, Sparta non ride[4]”.
Questo solo per dire che l’approccio bellicista che vedo proporre nella questione della guerra in Ucraina è assolutamente simile a quello che portò alla fine della libertà in Grecia. Siamo veramente convinti che l’invio di armi di ogni genere nella regione faciliterà la soluzione, o meglio la fine del conflitto, o sarà foriero di ulteriori drammi, che a sentire le ultime dichiarazioni dei vari esponenti delle diplomazie contrapposte, si stanno già mettendo in conto come un’estensione ad ad altre nazioni della guerra? Ed ancora: ammesso che poi la carneficina abbia fine tutti i munizionamenti in mano a chi rimarranno? chi si prenderà la briga di disarmare la popolazione, che intanto dovrà lottare per il pane quotidiano che scarseggerà? e le vendette non saranno all’ordine del giorno come nell’Italia del nord post bellico?
Sono siciliano e i racconti dei vecchi sui fucili e le pistole che girarono dopo l’arrivo degli alleati nel 1943 mi sono ben noti; in più basta leggere i resoconti delle inchieste sulla strage di Portella della Ginestra per capire a chi finirono e che uso ebbero le migliaia di mitragliatrici che erano state lasciate incustodite dagli eserciti dopo l’abbandono dell’isola, per immaginare cosa accadrà quando i riflettori su questa regione saranno spenti per volontà politica o più semplicemente perché l’Ucraina non farà più notizia. Un destino terribile.
Come sia possibile che, dopo migliaia di anni e miliardi di uccisioni, ancora l’uomo pensi che l’unico modo per risolvere le questioni politiche sia l’omicidio? Forse Feud aveva ragione: l’impulso all’autodistruzione è connaturato alla natura umana.
Ritengo però che per volere la pace, ammesso che qualcuno oltre a Papa Francesco ed ad altri capi di stato come Naftali Bennet la voglia, bisogna preparare la pace, con azioni diplomatiche, con una politica di alleanze e di dialogo anche con chi non ci piace e di cui non condividiamo logica e tradizione, prendendo impegni seri, stabili e duraturi che poi si rispettino da ambo le parti vero presupposto come scrive Hume[5] per vivere in tranquillità, disinnescando le mine sul percorso degli uomini di buona volontà prima che deflagrino.
La politica del confronto verbale non può essere solo una ridda di accuse e minacce reciproche, che altro non fa che accelerare i processi dissolutivi. E’ responsabilità, non solo della politica questo cambio di paradigma comunicativo ma di tutta la società cosiddetta civile, perchè in questo tempo troppo facile, mi pare, l’utilizzo di espressioni violente dissennate anche dalle persone più culturalmente attrezzate.
Ho comunque ben presente che in molti ritengono comunque che la soluzione militare sul campo sia preferibile a quella diplomatica, e che in nome di questo sono pronti a difendere le peggiori atrocità perché “il fine giustifica il mezzo”. Per esempio l’Unità, organo ufficiale dell’allora Partito Comunista Italiano il 10 agosto 1945, all’indomani dell’utilizzo della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki, pubblicò un articolo dal titolo “Al servizio della civiltà” che così recitava “le notizie che l’Aviazione statunitense ha usato la bomba atomica sono state accolte in certi ambienti con senso di panico e con parole di riprovazione. Questo ci sembra uno strano complesso psicologico, una formale obbedienza a un astratto umanitarismo” anche persino Stalin rimase sorpreso dell’utilizzo di un mezzo tanto terrificante e distruttivo.
Le armi di distruzioni di massa da quel momento divennero uno strumento di deterrenza e di pressione politica, che Truman aveva usato per primo ed ultimo, speriamo, nella storia dell’umanità per determinare i successivi equilibri di forze, all’indomani della sconfitta dell’Asse.
Oggi però la situazione è paradossalmente molto più complessa e pericolosa di quella del 1945, perché questi strumenti mortiferi sono disseminati in tutto il globo, e a disposizione di regimi che a molti di noi fanno inorridire per la loro concezione del potere pubblico. Persino il confronto con la Resistenza italiana è quanto meno improprio, per il semplice fatto che quella stagione fu sostenuta dagli alleati direttamente sia con mezzi militari sia con i propri eserciti che erano in guerra da anni contro la Germania nazista e quindi il volere piegare la storia alterando il passato secondo le convenienze del presente è un esercizio dialettico che conosciamo benissimo, ma che potrebbe voler dire che prima o poi diventeremo dei belligeranti diretti contro la Federazione Russa.
Mi chiedo cosa accadrebbe a tutte le parti in causa, se questo conflitto regionale divenisse globale e a tempo indeterminato, e se infine a pace firmata, tutti i contraenti si ritrovassero estenuati, ridotti di numero e flagellati da crisi alimentari, sanitarie ed economiche?
Gli ordierni macedoni questa volta c’è il rischio concreto che abbiano gli occhi a mandorla e conoscano meglio di noi Sun Tzu e che il loro “Alessandro” faccia sventolare la bandiera rossa magari sui tetti sia dei parlamenti dell’occidente che della duma russa.
E allora “se vogliamo la pace prepariamo la pace” altrimenti vorrebbe dire che la storia non ci ha insegnato nulla e che l’uomo è solo un animale brutale, autolesionista ed indegno di qualsiasi benevolenza celeste.
Antonino Sala
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[1] Tucidide, La guerra del Peloponneso, I, 23, 6
[2] Plutarco, Pericle, XXXII.

[3] K.J. Beloch, Griechische Geschichte, Lipsia, 1894, pp. 19-22.
[4] In verità la citazione esatta tratta dall’Aristodemo è “Se Messenia piange, Sparta non ride”, ma è di uso molto comune quella che riporto nel testo.
[5] David Hume, Trattato sulla natura umana, terzo libro, 1740.

Sua Santità Papa Francesco vada a Mosca come pellegrino di pace per chiedere il cessate il fuoco.

Sua Santità Papa Francesco vada a Mosca come pellegrino di pace per chiedere il cessate il fuoco.

Non capisco perché si invoca un viaggio di Papa Francesco a Kiev per fermare la guerra. Sarebbe più utile se andasse a Mosca come pellegrino di pace visto il suo alto magistero in materia e la sua sua missione, come fece il pontefice San Leone I che affronto’ e fece retrocedere Attila re degli Unni che stava saccheggiando l’Italia del nord, per dialogare su “un cessate il fuoco” proprio con gli epigoni contemporanei di quel sovrano barbaro e crudele; o come San Francesco che andò dal sultano ayyubide al-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino in occasione della V Crociata; o come il 18 febbraio 1229 Federico II, re di Sicilia e imperatore del Sacro Romano Impero, che incontro’ a Giaffa il sultano Al-Kamil per firmare il trattato di pace con il quale si concluse senza spargimento di sangue la VI crociata, in virtù del quale Federico divento’ Re di Gerusalemme ed entro’ in possesso anche di Betlemme, Nazareth e di una striscia intorno ad Acri e nonostante questo capolavoro politico ci fu chi lo accusò di avere trattato “ingiustamente” con gli infedeli.

Yitzhak Rabin diceva “la pace si fa con il nemico” e Nelson Mandela aggiungeva “se si vuole fare la pace con il nemico, si deve lavorare con il proprio nemico. Deve diventare un nostro partner”.

Ed in questo contesto ritengo valide le parole di Diogene “il miglior modo per vendicarsi dei propri nemici è diventare migliori di loro”.

Antonino Sala

Aleksandr Dugin e la mano invisibile. Dio è con voi? Non saprei…

Aleksandr Dugin e la mano invisibile. Dio è con voi?

Ho letto con attenzione l’intervista ad Aleksandr Dugin, lo studioso considerato l’ideologo di Putin, rilasciata per il quotidiano La Verità, nella quale sostiene come quella che si sta combattendo in Ucraina oltre ad essere una guerra di “denazificazione” e di protezione della popolazione di origine russa del Donbass, è molto altro. Infatti si colgono tre elementi che la caratterizzano a dire del personaggio barbuto: il primo una battaglia contro le oligarchie mondiali; il secondo un conflitto contro il liberalismo rappresentato dall’Occidente definito l’Anticristo; terzo una visione messianica affidata da Dio alla Grande Madre Russia.
Tutto questo porta allo scontro tra il Grande Reset, a suo modo di vedere voluto dall’Occidente, e il Grande Risveglio per lui innescato dalla Federazione Russa. Inoltre secondo Dugin alla fine si potrebbe giungere alla restaurazione della Tradizione, anche se non ci dice nulla su quale, c’è solo un vago riferimento al Medio Evo e non si capisce perché questo ritorno per noi occidentali dovrebbe essere auspicabile visto che il loro era molto diverso dal nostro in termini di civiltà e civilizzazione.
Detto questo è chiaro che la visione che abbiano noi della guerra, al netto della propaganda da un lato e dall’altro, è assolutamente diversa da quella del pensatore russo, che fa il paio con quella del patriarca Kirill. Tutti e due portano alla stessa conclusione drammatica: quella del senso di accerchiamento, quasi metafisico, che la Russia sente come incombente. Tutti e due allora ricorrono al frasario tipico dei movimenti millenaristi, i quali credono nell’arrivo di una trasformazione del mondo dopo la quale “tutto sarà cambiato”, per esempio dopo un grande cataclisma (la III guerra mondiale) o un evento trasformativo di una non precisata natura. Si anela però un’estrema battaglia tra il bene, cioè loro, contro il male, il resto del mondo, con l’autosuggestione di stare dalla parte della verità, fors’anche in buona fede, e di avere un investitura sacrale per compiere tutto quanto è necessario perché trionfi la legge di Dio. È una visione strumentale? Forse. Anche se personalmente penso che ci credano veramente e questo è l’aspetto più pericoloso sia per l’Occidente che per l’Oriente, perché ripropone una idea gnostica utopistica di salvezza collettiva, di cui era impregnato il marxismo e prima ancora lo zarismo, che porterà alle peggiori conseguenze. Credere di avere una missione in terra di natura divina automaticamente pone i protagonisti della storia nelle condizioni psicologiche di pensare di potere compiere qualsiasi azione in nome di un investitura sacra ricevuta nella notte dei tempi. Non credevamo di rileggere, anche se tra le righe, “Dio è con noi” che tanto dolore proprio ai russi ha procurato.
Si apre così il tema del diritto divino di fronte al quale l’Occidente è disarmato perché non lo accetta più da secoli come legittimazione del potere politico.
La stessa idea di pace che abbiamo noi è diversa dalla loro: la nostra è fondamentalmente assenza di conflitto armato, in cui le nazioni competono su altri piani, come l’economia e da qui le sanzioni usate come proiettili sparati dalle Banche centrali utilizzate come corazzate per colpire l’avversario (sul ruolo di esse ho molte perplessità); dall’altra parte si pensa invece una pax legata alla giustizia di origine ultraterrena, e da qui il ricorso alla violenza che Deus Vult.
Mediare tra queste posizioni? Difficile anche se non impossibile.
Da questa diversità di approccio culturale nasce l’incomprensione da parte occidentale e di contro la paura di un assalto alle fondamenta della società da parte russa. Il timore che assale Dugin e Kirill, che giustificano l’azione in Ucraina, sta proprio nel pensare che la contaminazione con il mondo occidentale sia il peggiore dei mali, tant’è che lo stesso scrittore russo afferma nell’intervista di vedere come una cosa buona l’isolamento della Russia. La neutralità che invocano è una barriera principalmente culturale più che militare.
Tremano all’idea della libertà dell’individuo di fronte allo stato, per questo si scagliano con grande animosità contro quello che ci contraddistingue: l’idea, nata ad Atene con la critica filosofica, della limitazione del potere politico, codificata a Roma nel diritto ed arrivato ad oggi attraverso le libertà concrete del nostro medioevo e i pensatori del Regno Unito del 1600, che chiamiamo “liberalismo”.
Esso è demonizzato da Dugin, così da molti in Russia, perché mette al centro la libertà di scelta.
In un paese come la Federazione Russa che è passata dell’assolutismo zarista al totalitarismo comunista sovietico all’autocratismo contemporaneo è chiaro ed evidente che la “scelta” è considerata un rischio troppo alto, che in pochi vogliono correre nei pressi di Mosca. La sensibilità primordialiale di cui sono intrisi gli fa pensare l’uomo non come un essere dotato di autonomia di pensiero, ma come un bambino che va seguito dalla culla alla tomba per evitare che si faccia troppo male a giocare con la sua vita. Un “maternalismo” tipico dei regimi autoritari e totalitari, che deresponsabilizza l’individuo e che lo porta a giustificare le più turpi azioni, come i gerarchi nazisti a Norimberga, con il più banale del “ho obbedito ad un ordine”, magari ultraterreno e con la benedizione di un sacerdote.
In un tale sistema il mutamento può esserci solo attraverso lo scambio, il dialogo e la contaminazione culturale con l’Occidente, per questo ritengo che l’isolamento culturale della Russia imposto dall’alleanza atlantica, sia un gravissimo errore politico, sia per loro che rimarranno ancorati alla loro ristretta e primitiva visione del mondo, che per noi, che avremo sempre, se non un nemico, un “diffidente” alle porte pronto ad aggredirci più per paura che per bisogno. La censura operata verso i media della federazione poi ci impedisce di vedere e capire come loro ci giudicano e quale motivazione adducano ai loro comportamenti. E l’URSS si è sciolta più per mancanza di coca-cola che di petrolio.
E quindi come possiamo affrontare l’altro senza conoscerlo?
Un reale mutamento di prospettiva non è un problema di persona al potere. La Russia non sarebbe diversa se di botto cambiasse il suo presidente, perché rimarrebbe quella che sempre è stata: un grande impero primordiale, multietnico, polireligioso e pluriculturale.
In essa convivono 160 gruppi etnici che parlano circa 100 lingue diverse.
Per quanto riguarda le fedi l’istituto Sreda ha pubblicato i rilevamenti statistici di un sondaggio ad ampio campione condotto su tutto il territorio della Federazione, da cui risulta che il 46,8% dei russi (circa 58 milioni) sono cristiani (tra cui 41% ortodossi, meno dell’1% cattolici, protestanti, e il resto cristiani non confessionali), il 6,5% della popolazione (9.4 milioni) segue l’Islam (ma il sondaggio non raccolse dati in due regioni a maggioranza islamica, Cecenia e Inguscezia, la cui popolazione complessiva raggiunge i 2 milioni), mentre l’1,5% (1.7 milioni) varie forme di paganesimo e lo 0,5% (circa 800.000) il buddismo.
Il cristianesimo ortodosso, l’Islam, il buddismo e l’ebraismo sono religioni tradizionali della Russia e legalmente fanno parte del “patrimonio storico” del Paese. Il buddismo è una religione tradizionale in tre regioni della Federazione Russa: Buriazia, Tuva e Calmucchia. Alcune popolazioni turco-mongoliche e altaiche della Siberia e delle regioni dell’Estremo Oriente, Jakuzia e Čukotka, praticano il Tengrismo e altre religioni incentrate sullo sciamanesimo locale. Tra i russi etnici (slavi) vi è una forte ripresa della religione slava pre-cristiana (chiamata rodnoveria = “religione nativa”). La confessione religiosa segue principalmente l’etnia d’origine, dove gli slavi sono tendenzialmente cristiani ortodossi, i turchi musulmani e in generale le popolazioni mongoliche professano il buddismo.
Inoltre recenti statistiche affermano infatti che solo il 7% si dichiara ateo, un calo del 5% in tre anni.
La Corte Suprema Russa (su richiesta del Ministero della Giustizia) ha deliberato solo contro la Congregazione dei Testimoni di Geova, perché ritenuta una religione “estremista”.
Detto questo emerge un coacervo di sensibilità diverse ma che comunque si riconosce nella Grande Madre Russia. Un’umanità che è pronta a seguire il capo di turno, zar o presidente che sia, fino alla morte senza troppe domande, animata dalla volontà di rimanere comunque fedele a se stessa, identificando nell’altro da sé l’anticristo da abbattere come dice Dugin, una cultura che conosce solo il “o di qua o di la”.
Come trattare allora? Con il rispetto dovuto ad un corrucciato energumeno dotato di armi nucleari, con il dialogo intelligente, con un’apertura mentale inversamente proporzionale alla sua chiusura, con la speranza che con anni di scambi, discussioni e contaminazioni, possa cominciare a pensare che forse quello che è alla sua porta non è un nemico, ma solo un viaggiatore curioso o un imprenditore che vuole vendergli solo qualche libro di Hume e Mises o uno dei tanti prodotti del lusso italiano, in cambio di qualche metro cubo di gas naturale o di qualche barile di petrolio di cui la Russia è ricca.
Attuabile? ad oggi difficile, visto lo scontro frontale a cui assistiamo, ma alla mano invisibile tutto è possibile, ammesso che la si lasci operare.
Ma intanto per non portare il mondo alla catastrofe invocata da Dugin, bisognerebbe trovare una via d’uscita diplomatica ed accettabile per ambo le parti e forse il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping non ha tutti i torti a dire che “spetta a chi ha legato il sonaglio al collo della tigre il compito di toglierlo”.

Antonino Sala

Lo stato di guerra perenne…“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.”Orwell 1984

Stato d’emergenza! E’ una guerra! Bisogna combattere! Coprifuoco! Razionamento! Andrà tutto bene! Avremo una nuova normalità etc…da due anni è questa la comunicazione a cui ci siamo abituati. 

Ci siamo assuefatti a pensare che la sanità fosse gestita come un ospedale da campo di un esercito durante un conflitto. Tutto forse anche necessario ma forse anche non indispensabile, ma che ci ha costretti non solo a modificare le nostre antiche abitudini sociali ma a cambiare il nostro modo di pensare e di guardare al mondo. Persino le nostre millenarie tradizioni religiose, come le processioni votive, sono state prima sospese e dopo stravolte.
Abbiamo subito una mutazione di pensiero che inconsciamente ci ha reso più diffidenti rispetto all’altro, amico o familiare, che di colpo si è trasformato in un pericolo o in un portatore sano di un nemico potenzialmente letale ma invisibile.
Poi come in ogni guerra è arrivata la tregua “estiva”, che ci ha concesso un corridoio umanitario verso la socialità che ci era stata preclusa in inverno, ma è stata breve ed abbiamo ricominciato con maschere anti virus e distanziamento. E giù un altro anno più o meno passato a casa e al lavoro con la stessa ansia da battaglia in corso.
Sdraiati sui nostri divani da combattimento, dopo avere ascoltato il bollettino della disfatta sui contagi e i caduti, siamo stati bombardati massicciamente dai virologi con le loro valutazioni sul covid19, i vaccini e le cure.
Non abbiamo nemmeno avuto il tempo di chiudere con lo stato di emergenza decretato dal governo, che è scoppiata la guerra vera tra Ucraina e Federazione Russa, con il coinvolgimento della Nato e quindi dell’Italia, il cui governo ha deciso, con il consenso quasi unanime del Parlamento di fornire armi letali agli ucraini per combattere contro l’invasore russo, con il rischio concreto di un’escalation nucleare da cui uscirebbe un’umanità brutalizzata.
In mezzo abbiamo visto l’innalzamento dei prezzi delle materie prime e dell’energia che ha quasi messo in ginocchio imprese e famiglie; una martellante e deprimente comunicazione catastrofistica sulla distruzione dell’ambiente; l’esplosione dell’inflazione come non si vedeva da tempo.
Sarebbe tutto normale, perchè la nostra condizione di precarietà come umanità è un eterno passare da un’emergenza ad un’altra, da un problema risolto ad uno nuovo da risolvere, da una allocazione di risorse ad un’altra, da uno stato fisico ad un altro. Tutto è un continuo transito da una situazione di equilibrio statico ad uno dinamico, e quando, nonostante un benessere diffuso ci si ferma ecco che interviene un fattore interno od esterno, che modificando le condizioni al contorno, rimette in moto il procedimento della vita.
Questa precarietà genera incertezza sia per la scarsità di risorse che di tempo, e pertanto ad essa si vuole dare una risposta o con gli scambi nella migliore delle ipotesi, o con gli scontri, anche cruenti, nella peggiore, soprattutto quando una delle parti pensa che attraverso l’uso della forza avrà più vantaggi che perdite. Potrà sembrare brutale ma anche questo passare da una guerra ad un altra o se preferite da una pace ad un’altra, con intermezzi relativamente tranquilli, genera un moto continuo ed armonico con picchi positivi e negativi.
Ma negli ultimi tempi ho come l’impressione che qualcosa si sia rotto in questo oscillare continuo, e che siamo rimasti in modalità “guerra”….cioè in una condizione di agitazione continua, che non ci permette di pensare ad altro che alla paura di una morte orribile sotto un tendone sanitario o sotto le macerie di un disastro nucleare. Ed intanto i virologi che avevano occupato lo spazio ed il tempo mediatico, adesso vengono soppiantati manu militari da generali, attempati ed in quiescenza, che ci spiegano strategie di conquista e resistenza, senza però nella loro carriera avere mai partecipato direttamente a nessuna guerra visto che l’Italia dal 1945 non ha partecipato a conflitti armati ma solo a missioni di pace. Persino durante la I guerra del Golfo non fummo mai ufficialmente in guerra con l’Iraq, tant’è che i due nostri aviatori Bellini e Cocciolone catturati dalla guardia di Saddam Hussein non ebbero mai riconosciuto lo status di prigionieri di guerra. In più il messaggio che arriva dal Parlamento italiano è l’aumento della spesa militare con il voto favorevole dell’opposizione ad esclusione di alcuni coraggiosi esponenti della sinistra pacifista. Si, perché ci vuole più animo a dire “fermiamo il massacro”, anche degli ignari soldatini russi che mi ricordano tanto i protagonisti delle storie che mi raccontano i reduci superstiti della disastrosa II guerra mondiale mandati a combattere senza capire nemmeno perché e contro chi, che a consegnare mitragliatrici mg ai civili che una volta imbracciatele diventano combattenti sottoposti così al diritto di guerra.
È certamente più facile applaudire all’iniziativa di alcuni premier europei di andare a Kiev che ad andarci personalmente, come fece Gianfranco Fini quando si recò a Bagdad da Saddam Hussein per chiedere la liberazione degli ostaggi o da Milosevic durante la guerra nella ex Jugoslavia. Ci vuole coraggio! Anche a sostenere, come dice Tommaso Romano, “nessuno tocchi Caino” nel senso che nessuno può arrogarsi il diritto di uccidere anche un assassino. E Cristo in croce disse “perdona loro perché non sanno quello che fanno” e sono in tanti a non sapere nemmeno quello che dicono e a correre verso il disastro.
Stiamo vivendo, come scriveva George Orwell in 1984, ben settantatre anni fa, uno stato di guerra mondiale perenne, da cui nessuno poteva scappare, che costringeva a vivere in una condizione disumana i superstiti di un fantomatico conflitto atomico, che continuava con armi convenzionali in cui i popoli dell’Oceania costituita da Americhe, Gran Bretagna, l’Irlanda, l’Australia, la Nuova Zelanda, e la parte centro meridionale dell’Africa governata dal Socing il “Socialismo inglese”, non ricordavano più con chi erano in lotta, se con l’Eurasia costituita da Russia, l’Europa continentale e l’Asia settentrionale, a partire dal Portogallo fino a raggiungere lo stretto di Bering sotto il controllo del neobolscevismo, nato dalle ceneri del Partito Comunista dell’Unione Sovietica o con l’Estasia fatta da Cina e le regioni a sud della stessa, il Giappone con le sue isole, ed una zona comprendente parte di Manciuria, Mongolia e Tibet che però non è ancora ben definita a causa delle guerre in corso con un regime di stampo totalitario e spersonalizzante, che porta all’omologazione e condanna l’individuo a uniformarsi ai dettami del governo.
Nessuno ricordava come fosse cominciato il conflitto, perché attraverso la riscrittura quotidiana della storia, la cancellazione del lessico “sempre meno parole, e lo spazio della coscienza sempre più ristretto” e l’imposizione della Novalingua si annullava la l’individualità critica e si alterava la percezione della realtà. Dice l’aguzzino O’Brien al povero Winston Smith “tu pensi che la realtà sia qualcosa di oggettivo, di esterno, qualcosa che abbia un’esistenza autonoma. Credi anche che la natura della realtà sia di per se stessa evidente. Quando inganni te stesso e pensi di vedere qualcosa, tu presumi che tutti gli altri vedano quello che vedi tu. Ma io ti dico, Winston, che la realtà non è qualcosa di esterno, la realtà esiste solo nella mente, in nessun altro luogo.”…“Il bene altrui non ci interessa, è solo il potere che ci sta a cuore. Non desideriamo la ricchezza, il lusso, la felicità, una lunga vita. Vogliamo il potere, il potere allo stato puro.”
E tutto questo perché “il potere non è un mezzo, è un fine. Non si stabilisce una dittatura nell’intento di salvaguardare una rivoluzione; ma si fa una rivoluzione nell’intento di stabilire una dittatura. Il fine della persecuzione è la persecuzione. Il fine della tortura è la tortura. Il fine del potere è il potere.”
Il rischio che corriamo è quello di non ricordare più come è cominciato tutto, il mondo come era prima, quali erano i nostri affetti e a cosa realmente tenevamo e magari, come Winston a Londra, passeggiando senza meta in un’oscura via appena bombardata, non si sa da chi, di finire a dare con estrema indifferenza un calcio ad una mano umana dilaniata dall’ordigno detonante, con razionamenti vari presentati come successi del gruppo dominante, succubi della manomissione del passato, sotto osservazione di una psicopolizia, a lavorare presso il ministero della verità, ad urlare durante i due minuti di odio quotidiano contro un nemico visibile ma non reale (cosa che già in parte è avvenuta) e sorvegliati dal Grande Fratello.
Un futuro terrificante, la stessa definizione che l’editore Fredric John Warburg diede al volume di Orwell, aggiungendo “un gran libro ma spero di essere risparmiato di leggerne uno simile in futuro”.
E non avendo nemmeno visto all’orizzonte la pace tra Ucraina e Russia, i media frattanto ci annunciano minacciosi il prossimo arrivo di una nuova variante covid omicron2 tannto per non farci perdere l’abitudine allo stato di emergenza, contestualmente ad un possibile razionamento dei beni di prima necessità perché comunque c’è la guerra.
Fortunatamente anche se la storia può essere manomessa, l’avvenire ancora no, ed una nota di positività me l’ha regalata un grande studioso, il prof. Raimondo Cubeddu, che nell’ultima nostra conversazione telefonica a queste mie riflessioni rispondeva “l’uomo è quello che vediamo, dobbiamo prepararci sì, ma al contempo conserviamo la speranza”.
In ogni caso continuo a sostenere, con l’aiuto di David Hume, che nonostante tutto questo mondo per una mente calma ed equilibrata sia la valle della gioia in cui i piccoli piaceri, che ci rendono la vita bella, sono molti di più delle pene e dei dolori o almeno ci spero.

Antonino Sala

Intervento dell’ammiraglio dott. Antonio Sebastiano Ponzio sulle Considerazioni sulla guerra di Antonino Sala

Analisi lucida quella del prof. Sala, partendo dell’etimologia del vocabolo “guerra” di derivazione germanica e comune a tutte le lingue neolatine (tranne il rumeno) a dimostrazione che la guerra ha sempre il volto dell’aggressore e come sappiamo l’Impero Romano d’occidente cadde sotto l’urto devastante dei popoli germanici. Parallelamente in rumeno si dice, con termine di derivazione proto-slavo, război perchè nell’ex Dacia romana gli aggressori furono prevalentemente slavi.
Realisticamente bisogna concordare con Nino Sala che le guerre, i conflitti armati, non possono, purtroppo, essere eliminati dalla prospettiva umana: è l’eterna lotta tra logos e polemos nel divenire di Eraclito, tra dialogo e lotta.
Dopo la fine della guerra fredda ci eravamo illusi che le contrapposizioni dei blocchi frutto di due diverse visioni del mondo fosse ormai superata. L’implosione troppo repentina dell’URSS senza un graduale e guidato passaggio da un economia pianificata ad una economia di mercato (come tutto sommato è avvenuto e avviene tuttora nella Cina capital-comunista) destabilizzò una grande potenza nucleare con tutte le conseguenze che oggi vengono a scadenza.
L’Occidente ha sottovalutato colpevolmente il pericolo di legarsi al colosso russo. Sicuramente era necessario allentare la dipendenza energetica dai paesi arabi ricorrendo alla disponibilità delle enormi risorse russe che, forse, stimava meno compromettenti politicamente. Contempraneamente però Europa e Nord America hanno ritenuto opportuno allargare l’Alleanza Atlantica inglobando (dal 1999 ad oggi) non solo tutti gli stati dell’ex Patto di Varsavia ma anche le ex Repubbliche socialiste sovietiche del Baltico (in violazione dei taciti accordi intercorsi all’indomani della caduta del Muro) circondando da ovest e da sud la Federazione Russa. Ma ancor di più, la NATO – che solo due fa il presidente francese Macron definì in stato “di morte cerebrale” – ha lasciato intendere che anche la ex Repubblica socialista sovietica dell’Ucraina e della Georgia possono aspirare all’ingresso nella NATO. Ora sono Stati sovrani, è vero, ma che hanno ancora oggi forti interdipendenze con la Madre Russia e soprattutto hanno ancora contenziosi aperti con la Russia come l’Ucraina per la questione della Crimea e del Donbass o come la Georgia per i territori dell’Abcasia e dell’Ossezia. Avrebbe senso includere in una allenza meramente difensiva come la NATO, nazioni già impegnate in conflitti più o meno aperti con la Russia?
Se paragoniamo la NATO ad una polizza assicurativa è evidente che non è possibile stipularla per coprire i rischi di un sinistro già verificatosi.
Ovviamente nulla e nessuno può e/o deve giustificare l’aggressione dell’Ucraina, un modus operandi tipico russo da Stalin in poi, che oggi come ieri ripugna a tutte le coscienze.
Rileggo alcuni passi del libro „Peregrinazioni di una coscienza inquieta per il ritorno della guerra in Europa” donatami dal suo autore l’Ambasciatore Daniele Mancini. Considerazioni straordinariamente attuali, solo che la guerra alla quale si faceva riferimento nel libro era quella del Kossovo quando le forze NATO bombardavano impunemente Belgrado e la Serbia. Allora come ora la guerra era ritornata in Europa.
Un ultima notazione è doverosa farlo alla assoluta assenza dell’ONU nella vicenda in atto. Un vecchio arnese creato dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale ormai privo di qualsiasi rilevanza per la gestione delle crisi internazionali. Un residuato bellico, uno dei tanti, costosi enti inutili….

Ammiraglio dott. Antonio Sebastiano Ponzio

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PERCHE SONO UN NONVIOLENTO DIALOGANTE. Presupposti per vivere in pace.

PERCHE SONO UN NONVIOLENTO DIALOGANTE. Presupposti per vivere in pace.

“Con la non violenza riconosciamo il diritto di tutti all’esistenza, con la non menzogna il diritto di tutti alla verità.” Aldo Capitini

In tempi di guerra credo necessario che ognuno di noi personalmente faccia dentro di sé chiarezza sulla questione, perchè credo ci aspettino tempi durissimi, mi auguro solo economici e non militari. E per questo mi sono posto il tema “sono disponibile a pensare al conflitto armato come sistema per risolvere le controversie politiche?” La mia risposta è stata “NO”.
Giudico la guerra “un’inutile strage” come aveva affermato il primo agosto 1917 Papa Benedetto XV in occasione della I Guerra Mondiale ed “un’avventura senza ritorno” come sostenne Papa Giovanni Paolo II in occasione di quella combattuta in Iraq e proprio per avere fatti miei questi convincimenti allora mi sorge spontaneo un altro quesito “cosa si può fare per difendersi da un’aggressione tanto feroce?”, un atto terribile, che vede un esercito regolare e ben armato, quello russo, attaccare le libere città ucraine, certamente impossibilitate a difendersi militarmente, tant’è che il presidente Volodymyr Zelensky chiede un giorno sì e pure l’altro l’intervento della Nato per la NO Fly Zone per impedire la distruzione totale del suo popolo, ma che è impossibile, almeno in tesi, perché inevitabilmente significherebbe l’ingresso nel conflitto dell’occidente, con tutto quello che né conseguirebbe, ritengo allora che l’unica via sia quella dell’Azione Non Violenta, di cui gli stessi ucraini sono ben a conoscenza, visto che è stata utilizzata da loro per determinare un cambio di posizionamento governativo.
L’azione non violenta dialogante non è sinonimo di azione debole, al contrario è l’estrema e più radicale forma di resistenza al male, fino alla vittoria finale. Essa è un metodo di lotta politica che consiste nel rifiuto di ogni atto di violenza (in primo luogo proprio contro i rappresentanti e i sostenitori del potere cui ci si oppone), che prevede la disobbedienza per esempio a determinati ordini militari come l’obiezione di coscienza, il boicottaggio, o la non-collaborazione.
Il massimo della non violenta dialogante è rappresentato dagli insegnamenti di Gesù Cristo quando nel vangelo afferma “io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due”. Oltretutto il suo metodo è quello del dialogo continuo con tutti senza mai sottrarsi a domande, dubbi e trabocchetti retorici che spesso gli si ponevano davanti. Solo dal reciproco confronto si possono sterilizzare offese e risentimenti che possono sfociare in atti violenti.
Basterebbe questo, almeno per noi cristiani di tutte le confessioni, per evitare le guerre e gli spargimenti di sangue ma capisco che la nostra natura è purtroppo ben diversa, la favola della rana e dello scorpione meglio illustra questa mia ultima osservazione e l’immutabilità degli istinti degli individui. Uno scorpione chiede ad una rana di lasciarlo salire sulla sua schiena e di trasportarlo sull’altra sponda di un fiume. In un primo momento la rana rifiuta, temendo di essere punta durante il tragitto. L’aracnide argomenta però in modo convincente sull’infondatezza di tale timore: se la pungesse, infatti, anche lui cadrebbe nel fiume e, non sapendo nuotare, morirebbe insieme a lei. La rana, allora, accetta e permette allo scorpione di salirle sulla schiena, ma, a metà strada, lui la punge condannando entrambi alla morte. Quando la rana chiede allo scorpione il perché del suo gesto folle, questi risponde: “È la mia natura!”.
Anche Sigmund Freud, oltre al già citato Fedro, ci viene in aiuto per capire quanta è la propensione al bene dell’essere umano e quanto invece sia orientato al male, egli infatti rispondendo nel 1932 ad Albert Einstein che gli chiedeva di individuare una maniera di “rendere impossibili tutti i conflitti armati” rispose “i conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell’astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un’altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi. Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l’avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All’intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza…….Quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio…non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.”
Nonostante questa pessimistica visione conclude la sua lettera con una nota di speranza “quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.”
Detto questo un’altra strada al conflitto armato rimane comunque in campo che è quella dell’azione non violenta, che certamente non elimina la “volontà di potenza” tra le parti ma la traspone su un piano non omicidiario, e che può ottenere gli stessi risultati sul piano concreto.
Colui il quale, per esempio, che né ha fatto il mezzo per il raggiungimento dell’indipendenza della propria patria fu Mahatma Gandhi, il Bapu (il padre) dell’India moderna che da colonia dell’impero di sua maestà britannica, divenne uno stato indipendente. Gandhi si ispirò come lui stesso afferma ai principi del russo Lev Tolstoj della “non resistenza al male con il male”, basata proprio sul Discorso della Montagna di Gesù.
Afferma Gandhi “quarant’anni fa, mentre attraversavo una grave crisi di scetticismo e dubbio, incappai nel libro di Tolstoj Il regno di Dio è dentro di noi, e ne fui profondamente colpito. A quel tempo credevo nella violenza. La lettura del libro mi guarì dallo scetticismo e fece di me un fermo credente nell’ahimsā (la non violenza). Quello che più mi ha attratto nella vita di Tolstoj è il fatto che egli ha praticato quello che predicava e non ha considerato nessun prezzo troppo alto per la ricerca della verità. Fu l’uomo più veritiero della sua epoca. La sua vita fu una lotta costante, una serie ininterrotta di sforzi per cercare la verità e metterla in pratica quando l’aveva trovata. […] Fu il più grande apostolo della non-violenza che l’epoca attuale abbia dato. Nessuno in Occidente, prima o dopo di lui, ha parlato e scritto della non-violenza così ampiamente e insistentemente, e con tanta penetrazione e intuito. […] La vera ahimsa dovrebbe significare libertà assoluta dalla cattiva volontà, dall’ira, dall’odio, e un sovrabbondante amore per tutto. La vita di Tolstoj, con il suo amore grande come l’oceano, dovrebbe servire da faro e da inesauribile fonte di ispirazione, per inculcare in noi questo vero e più alto tipo di ahimsa.”
Altra e forse più controversa opera filosofica e pratica della non violenza è quella di Gene Sharp con i suoi testi “Politica dell’Azione Nonviolenta”, “Verso un’Europa inconquistabile” (nel quale sosteneva la possibilità di una resistenza popolare basata su gruppi di azione nonviolenta e di disobbedienza civile) e “La via della non-violenza”.
I suoi insegnamenti sono stati adottati con successo da vari gruppi rivoluzionari in diverse parti del mondo, anche in Ucraina e nelle Rivoluzioni colorate.
Sharp sosteneva “l’azione non violenta è una tecnica per condurre conflitti, al pari della guerra, del governo parlamentare, della guerriglia. Questa tecnica usa metodi psicologici, sociali, economici e politici. Essa è stata usata per obiettivi vari, sia “buoni” che “cattivi”; sia per provocare il cambiamento dei governi sia per supportare i governi in carica contro attacchi esterni. Il suo utilizzo è unicamente responsabilità e prerogativa delle persone che decidono di utilizzarlo” ed ancora “la lotta non violenta non significa assenza di pericolo. Significa ridurre il numero di vittime potenziali rispetto a quelle che morirebbero se ci si ribellasse con l’uso della forza. Cercare di raggiungere l’indipendenza con violenza quando il tuo avversario è così forte non ha senso. Se si usano soltanto metodi non violenti, il potere non saprà come comportarsi”.
Quindi venendo all’odierna questione sul che fare, ritengo che l’unica vera arma che può salvare le vite degli ucraini ed anche dei russi, siano essi militari o civili, sia quella della non violenza, ma per arrivare a questa prima c’è la necessità di fermare lo sterminio, di far cessare le armi con la diplomazia e non è certamente quella di fornire armamenti letali ad una delle parti, alla quale peraltro la Nato ha detto di non voler intervenire direttamente.
“Primum vivere deinde philosophari”. Difronte ad una potenza distruttrice come quella della Russia, c’è la necessità di sedersi al tavolo delle trattative sapendo di stare discutendo non con uno stato sovrano e basta, ma con un impero multiculturale, multiraziale, globale di pari potenza agli altri due, gli USA e la Repubblica Popolare Cinese: sono loro i veri interlocutori di Putin.
Del resto la sproporzione delle forze è talmente tanta che il risultato rischia di essere l’annientamento fisico del martoriato popolo ucraino, al quale esprimo la mia solidarietà e vicinanza, e proprio per questo perso all’azione nonviolenta.
Ci sono poi diversi esponenti negli Stati Uniti, che pensano che si debba avviare un diverso percorso in questi casi, non armato, come gli studiosi del Cato Institute Robert A. Levy e Peter Goettler che scrivono “sostenere la moderazione militare, ovviamente, non indebolisce il nostro sostegno alla libertà né la nostra opposizione alla tirannia ovunque” e Doug Bandow dello stesso think tank “gli Stati Uniti e gli alleati dovrebbero riflettere attentamente prima di sottoscrivere una guerra irregolare in Ucraina contro la Russia. Gli ucraini hanno il diritto assoluto di resistere e il sostegno esterno sarebbe giustificato. Tuttavia, la sottoscrizione di una guerra contro Mosca potrebbe comportare costi elevati….Fornire attivamente armi e addestramento che provocano la morte di soldati russi potrebbe portare a scontri violenti tra le forze russe e NATO, con la costante minaccia di un’escalation.”
Io pertanto sostengo la necessità di una azione non violenta e dialogante perché sono cristiano per fede e l’insegnamento di Gesù Cristo è in questa direzione, perché sono romano per cultura nel senso del diritto come tradizione che diventa nel tempo anche legislazione e perché italiano per appartenenza e storia.
Cosa sarebbe infatti successo a Milano e ai suoi cittadini, compreso Alessandro Manzoni se al termine delle cinque giornate e dell’insurrezione indipendentista il Re di Sardegna Carlo Alberto non avesse firmato la capitolazione?
Cosa sarebbe stato di Napoli e di Gaeta se il Re delle Due Sicilie Francesco II di Borbone non si fosse arreso difronte all’impossibilità di difendere il suolo patrio?
Cosa sarebbe rimasto in piedi di Roma se Re Vittorio Emanuele III non avesse dato il suo consenso all’armistizio con le forze alleate fermando così il bombardamento a tappeto già predisposto?
Cosa sarebbe rimasto dell’Italia già martoriata se Re Umberto II non avesse accettato l’esilio all’indomani del referendum del giugno 1946 ed avesse invece ascoltato quei generali che gli promettevano una facile soluzione armata?
Oggi questi luoghi sarebbero stati come Kiev, forse anche peggio, con immense atrocità che nessuno avrebbe mai più dimenticato.
Il rischio che corre Kiev è quello di essere una novella Masada, i cui abitanti si diedero reciprocamente la morte per non consegnarsi all’esercito romano, eroica resistenza e romantica fine. A qualcuno potrebbe piacere pure, ma non a me. Si ricordi il presidente ucraino che Mosca si autodefiniva ai tempi degli zar la terza Roma, alludendo a quella degli Imperatori e se Putin viene chiamato nello stesso modo un motivo ci sarà.
L’unica scelta possibile, per evitare ulteriori lutti è quella dell’azione nonviolenta dialogante così come sosteneva il filosofo Aldo Capitini in Religione aperta “la nonviolenza non è cosa negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo esser lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà, sviluppo. La nonviolenza non può accettare la realtà come si realizza ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e perciò non è per la conservazione, ma per la trasformazione; ed è attivissima, interviene in mille modi, facendo come le bestie piccole che si moltiplicano in tanti e tanti figli. Nella società la nonviolenza suscita solidarietà viva e dal basso. Anche verso gli esseri non umani la nonviolenza ha un grande valore, appunto come ampliamento di amore e di collaborazione.“ Ed ancora in Il problema religioso “il nonviolento che si fa cortigiano è disgustoso: migliore è allora il tirannicida, Armodio, Aristogitone, Bruto. Due grandi nonviolenti come Gesù Cristo e San Francesco si collocarono dalla parte degli umiliati e degli offesi. La nonviolenza è il punto della tensione più profonda del sovvertimento di una società inadeguata.“
Io sono non violento dialogante infine: perché credo nelle libertà individuali; perché non desidero sopraffare nessuno; perché non voglio appropriarmi illegittimamente della proprietà degli altri; perché so che il conflitto non si può eliminare ma solo direzionare in una relazione non cruenta anche se dura; perché credo nell’utilità per tutti del libero scambio sia esso culturale che economico e su questo vorrei aggiungere “quanto l’umanità perderà in termini di avanzamento dalla chiusura dei rapporti organici tra oriente ed occidente?; perché vorrei che le mie idee avessero cittadinanza per la loro intrinseca forza razionale piuttosto che per altro; e perché fondamentalmente l’unico su cui vorrei avere sempre il dominio è solo me stesso…e non sempre, purtroppo, ci riesco e di questo me né rammarico.

Antonino Sala

Ci ha lasciati Antonio Martino: il cavaliere delle Libertà.

Antonio MartinoCon grandissimo cordoglio ho appreso la notizia della scomparsa dell’onorevole, già ministro, prof. Antonio Martino, uno dei più illustri “liberali” italiani. Amico ed allievo di Milton Friedman e di Friedrich von Hayek, seppe trasfondere durante il suo impegno politico l’impegno per la Libertà per rendere l’Italia un paese più affrancato da certe logiche.
Lo incontrai a metà ottobre 2021 a Roma presso la sua residenza quando gli portai il mio volume “Il Solco delle Libertà”, che gradì molto. In quella occasione si mostrò gentile ed affabile come era suo solito, parlammo del momento che stavamo attraversando, quello della pandemia, e di quanto aveva fatto durante il suo periodo politico. Ricordo che si emozionò quando mi raccontò dell’attentato ai nostri soldati di Nassiria, e della sua Messina e della Sicilia che gli mancava tanto. Un momento non mancò di dedicarlo alla sua cara moglie che lo assisteva e con la quale viveva, alle sue adorate figlie ed anche al padre Gaetano da cui aveva ereditato la passione politica. Fu felice della mia visita tanto che ci eravamo ripromessi di rivederci, magari in Sicilia.
Poco tempo fa lo avevo chiamato al telefono dopo la sua brillante intervista da Nicola Porro per complimentarmi con lui e per manifestargli ancora una volta la mia sincera stima e lo avevo trovato allegro come sempre.
Insieme a Tommaso Romano il 16 aprile 2021 ho avuto l’onore di intervistarlo in diretta per “Reagire per le Libertà”, la nostra pagina Facebook, proprio su Ronald Reagan e Milton Friedman due personaggi che aveva a cuore. La stessa conversazione è stata inserita nel libro che raccoglie quest’esperienza insieme alle altre e che a breve potrete leggere.
Di lui porterò sempre con me il ricordo di un autentico cavaliere della Libertà, di un uomo per bene affabile e cordiale e di un politico di grande qualità.
Alla sua famiglia e a quanti gli hanno voluto bene vanno le mie più sincere condoglianze.
Antonino Sala

Considerazioni sulla guerra per una “competizione parallela”

Considerazioni sulla guerra per una “competizione parallela”.

L’etimo della parola “guerra” molti studiosi della materia lo fanno risalire a quello di provenienza germanico/longobardo “werra” che ha un’accezione ben diversa da quella latino di “bellum”. Infatti per i popoli barbarici significava più uno scontro disordinato, una baruffa o una mischia, a differenza del significato che i romani davano a “bellum” cioè di combattimento ordinato.
Noi occidentali avevamo relegato ai libri di storia la possibilità di una guerra in Europa, sia a est che a ovest, avevamo rimosso dalla nostra prospettiva esistenziale la possibilità di dovere combattere per la nostra libertà, preparandoci ad uccidere il nemico alle porte, proprio perchè essendo i discendenti di quella classicità romana pensavamo che la “guerra” fosse più un “Bellum”, in cui si affrontano ordinatamente eserciti regolari, anche in maniera cruenta, senza il coinvolgimento diretto dei civili, che di un tratto divengono sia obiettivi che milizie da impiegare negli scontri come scudi o come soldati.
Inconsciamente speravamo che fossero tramontati i tempi degli assedi sanguinari alle città, dei carri armati che non si fermano difronte a persone inermi e dei missili terra aria lanciati contro ospedali o edifici residenziali.
Credevamo impossibile che si passasse da un escalation verbale di tipo diplomatico a quello feroce delle armi in pochi giorni, fino alla minaccia di utilizzo di armi nucleari.
Eravamo degli illusi!
Il conflitto in generale non è possibile eliminarlo dalla prospettiva umano, perché la nostra condizione esistenziale è quella della scarsità di mezzi e di tempo e nessun regime politico, per quanto possa fare, potrà mai eliminarlo, lo dimostrano i fallimenti di tutti i regimi ad economia pianificata come quello nazista e quello comunista. L’unica maniera per affrontare la scarsità di risorse è quella dello scambio volontario, la libera cooperazione tra gli uomini e le nazioni, ogni altro sistema contempla in sé la coercizione e la restrizione delle libertà individuali. A tutto questo si somma la paura e l’incertezza del futuro, la negazione dell’evidenza fino al rifiuto delle questioni.
Ed infatti anche di fronte agli allarmi lanciati dai servizi di sicurezza statunitensi, che ci avvisavano dell’imminente attacco della Russia all’Ucraina non ci abbiamo voluto credere bollandole in qualche caso come esagerazioni o propaganda americana (purtroppo l’antiatlantismo di alcune frange non smette mai di operare), avendo da tempo pensato di potere rinunciare (unilateralmente però) all’utilizzo della guerra come metodo di risoluzione dei problemi politici (certamente un nobile intento) tra le nazioni civili.
Purtroppo abbiamo difronte un interlocutore orientale e euroasiatico che sembra non condividere per niente i nostri presupposti fatti di libertà, pacifica convivenza e prosperità.
In questi giorni si confrontano due diverse visioni del mondo, quella delle democrazie liberali e quella dei sistemi assolutistici e/o totalitari. La prima fondata sul diritto e sul governo limitato nata nell’antica Atene, cresciuta a Roma, sviluppata nell’Europa del medioevo cristiano con le libertà concrete, codificata nel Regno di Gran Bretagna del seicento, concretizzata negli Stati Uniti con la costituzione del 1787[1] ed arrivata fino a noi attraverso le varie costituzioni di stampo liberali come lo Statuto del Regno d’Italia.
La seconda di matrice autoritaria e assolutista, poggiante sul principio che il potere del governo, di uno Zar o di un presidente di repubbliche “popolari” sia senza alcun limite. Il presupposto di quest’ultima è che la democrazia è o la dittatura della maggioranza o di chi in quel momento sta al timone dello stato, e che si possa decidere della vita di milioni di persone perché si incarna il “punto di vista privilegiato sul mondo”[2], lo Spirito a cavallo di Hegel, che autorizza l’autorità costituita a commettere qualsiasi atto senza tenere in considerazione i diritti di nessuno in nome di un presunto bene comune superiore. In questo sistema poi per corollario si scambia il diritto con la legislazione. Purtroppo una parte considerevole del mondo non ha conosciuto altro come sistema di governo, è il caso della Russia e della Cina.
Il caso del popolo russo è emblematico: infatti è passato dall’autocrazia[3] degli zar nata ai tempi del matrimonio di Sofia Paleologa ultima erede dell’Impero d’Oriente e Ivan III “l’unificatore di tutte le russie”, alla ben più spietata dittatura del proletariato dell’Unione sovietica di Lenin e Stalin, alle repressioni a colpi di cannone volute dal presidente russo Boris El’cin contro il parlamento legittimamente eletto durante la crisi costituzionale del 1993, fino ai vari interventi militari in diverse occasioni del suo successore Vladimir Putin. Sostanzialmente i russi non hanno mai conosciuto un governo di stampo liberale sul modello occidentale e quindi in tanti ritengono che l’unica maniera di gestire la “cosa pubblica” sia la loro anche con l’uso dei carri armati. Quel che poi questo sistema sottende è che la modifica dell’assetto di potere debba essere affidato agli stessi metodi “popolari”, sovietici, socialisti, comunisti, leninisti, stalinisti etc.. attuati nei lunghi secoli di storia che li caratterizza, non stupisce oggi pertanto l’assoluta indifferenza per il valore della vita umana e per quello che noi chiamiamo diritto.
Un altro elemento tipico di questi regimi, è l’uso a fini politici che gli zar, come anche alcuni loro coevi sovrani occidentali, ed oggi gli attuali autocrati al potere in Russia hanno fatto della religione, ritenendola funzionale al mantenimento del potere dell’élite al governo. Infatti troppo flebile, mi pare, il messaggio del Patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill, che non condanna l’aggressione della Russia all’Ucraina ma invita “tutte le parti in conflitto a fare tutto il possibile per evitare vittime civili”, per un successore degli apostoli di Cristo.
Sicuramente in nostro sistema ha molte criticità, ma almeno in tesi rifiuta apertamente l’uso della forza come metodo per risolvere i problemi di natura politica, per far questo abbiamo preferito utilizzare l’economia[4], ed infatti la prima e spero unica misura che le potenze dell’alleanza atlantica hanno messo in campo sono state le sanzioni finanziarie, che forse hanno fatto sorridere, per ora, Putin e Lavrov, ma sono il segno della nostra diversità. Ricordo che a Yalta Stalin di fronte a chi gli faceva presente le posizioni di Pio XII sul futuro europeo rispondeva “ma quante divisioni ha il papa?” volendo sottolineare quanto contassero nella trattativa per lui solo gli eserciti per determinare i fatti storici.
D’altronde nei regimi autoritari la libertà è compressa e non esiste nemmeno il libero mercato, così come in quelli totalitari di stampo socialista la proprietà privata, che permette la circolazione non solo delle merci ma anche delle idee, necessarie allo sviluppo organico e pacifico dell’uomo.
E così il principio di sovranità[5] viene trasmutato in quello di tirannia del popolo, dei partiti, dei tecnici o di varie oligarchie che si auto legittimano e cercano di rimanere in sella con ogni mezzo, anche il più disumano e ad ogni costo.
In ogni caso il problema del confronto con questa parte del mondo permane, e forse rimarrà così per molto tempo a venire. Intanto il sostegno politico ed economico a tutti i popoli che vogliono avvicinarsi a quello che Winston Churchill il 5 marzo 1946 a Fulton negli USA definì il “mondo libero”, debba essere garantito come diritto all’autodeterminazione, la stessa che è stata presa a pretesto dalla Russia per l’invasione dell’Ucraina per la nota questione del Donbass. Putin ed i suoi consiglieri dovrebbero chiedersi il perché, anche se c’è un legame di tipo storico culturale, ci sono nazioni russofone che chiedono l’ingresso nel circolo degli occidentali piuttosto che rimanere in quello dell’ex patto di Varsavia.
In ogni caso è il momento di accettare l’idea di uno scontro tra le parti in campo come di una “competizione parallela”, in cui i principali attori, Nato, Russia e Cina, concorrono per la supremazia in diverse aree geografiche del pianeta, magari anche sostenendo avverse fazioni, come fa Putin con la Siria di Bashar Al Assad, con gli Hezbollah libanesi o con l’Iran in funzione anti occidentale, senza però entrare direttamente in contatto e senza mai pensare, come sembra fare qualcuno in questo momento, di ricorrere alle armi nucleari per prevalere, che se usate sarebbero la fine della civiltà così come la conosciamo.
D’altronde questa prassi fu utilizzata in diversi scenari bellici come ad esempio nel Vietnam diviso in due sfere di influenza: il Vietnam del Nord ai comunisti di Ho Chi Minh; il Vietnam del Sud al leader cattolico anticomunista Ngô Đình Diệm, con la Cina e l’Unione Sovietica che si schierarono con il Nord, mentre gli Stati Uniti appoggiarono il Sud. Il risultato furono quindici anni di terribile guerra nella regione, dal 1960 al 1975 ma che evitarono comunque che si arrivasse alla terza guerra mondiale trasformando un conflitto locale in uno ben più distruttivo globale.
Altro esempio è la Corea che fu divisa in una zona di occupazione sovietica (a nord del 38º parallelo) e una zona di occupazione statunitense (a sud del 38º parallelo), dando vita infine nel 1948 a due nazioni separate, con sistemi politici, economici e sociali diametralmente opposti: uno totalitario, statalista e comunista nel nord e l’altro capitalista e libero nel sud. Anche lì si confrontarono a distanza i russi e gli americani senza mettere in discussione la pace mondiale.
Torniamo quindi al romano “bellum” ordinato e abbandoniamo l’idea barbarica della “werra” come zuffa di strada in cui tutto è permesso per atterrire l’avversario, non elimineremo certo il conflitto ma lo renderemo solo più umano. Ma per fare questo, come sosteneva Karl von Clausewitz, serve la politica infatti “la guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi”. È compito della politica dettarne le regole, stabilirne gli scopi e le modalità, continua il generale prussiano “lo scopo politico, motivo primo della guerra, darà dunque la misura tanto dell’obiettivo che l’azione bellica deve raggiungere, quanto degli sforzi che a ciò sono necessari”. Essa comunque sfugge a idealtipi precostituiti perché è collegata alla competitività naturale dei popoli dettata dalla scarsità di mezzi e di tempo, non dimentichiamolo mai! Non vivremo meglio solo più consapevoli.

Antonino Sala

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[1] Per una più accurata analisi sull’argomento Alexis de Tocqueville in “La Democrazia in America”.
[2] Sull’argomento ha scritto Lorenzo Infantino in “Potere”, Rubbettino.
[3] Ivan IV detto “il terribile” scriveva al suo generale, amico e poi oppositore Andrej Kurbskij “tutti i sovrani russi sono autocrati e nessuno ha il diritto di criticarli, il monarca può esercitare la sua volontà sugli schiavi che Dio gli ha dato. Se non obbedite al sovrano quando egli commette un’ingiustizia, non solo vi rendete colpevoli di fellonia, ma dannate la vostra anima, perché Dio stesso vi ordina di obbedire ciecamente al vostro principe.»
[4] Su questo argomento vedi Raimondo Cubeddu in “La natura della politica” Cantagalli ed. e “La cultura liberale in Italia” Rubbettino.
[5] Sull’argomento vedi Tommaso Romano in “La tradizione regale. Singolarità fra autorità e libertà”, Fondazione Thule Cultura.

La Sacralità della Proprietà: i gioielli di Casa Savoia ritornino ai loro legittimi proprietari.

La Sacralità della Proprietà: i gioielli di Casa Savoia ritornino ai loro legittimi proprietari.

330px-MargheritaqueenIn questi giorni abbiamo letto della richiesta da parte degli esponenti di Casa Savoia, i figli dell’ultimo Re d’Italia Umberto II, allo stato italiano di riavere i gioielli di famiglia custoditi in Banca d’Italia. La ritengo una istanza sacrosanta, nel senso proprio della “sacralità” che assegno alla proprietà privata di ogni uomo o donna che su questa terra posi il piede. Va fatta ovviamente una distinzione tra gioielli della Corona, che sono dell’erario pubblico e quelli strettamente personali che appartengono, come giustamente aveva scritto S. M. Umberto II quando li affidò all’allora presidente della Banca d’Italia Luigi Einaudi, di coloro i quali ne hanno diritto. E chi se non i figli?
La proprietà privata è un diritto proprio della persona che lo stato deve riconoscere e come scrisse Frederic Bastiat nel 1848 “ [essa] è una conseguenza necessaria della costituzione dell’uomo…..L’uomo nasce proprietario perché egli nasce con bisogni la cui soddisfazione è indispensabile alla vita…Ci sono pubblicisti che si preoccupano molto di sapere come Dio avrebbe dovuto fare l’uomo: da una parte nostra noi studiamo l’uomo quale Dio l’ha fatto e constatiamo che egli non può vivere senza provvedere ai propri bisogni, che non può provvedere ai propri bisogni senza lavoro e che non può lavorare se non è sicuro di destinare alle proprie necessità il frutto del proprio lavoro. Ecco perché pensiamo che la proprietà sia di istituzione Divina e che la sua certezza e la sua sicurezza siano l’oggetto della legge umana”.
Giustappunto ho scritto di sacralità della proprietà privata che come anche afferma la nostra costituzione repubblicana all’articolo 42 è “riconosciuta e garantita dalla legge” ed essa è un presidio di libertà che va difeso in ogni caso. Pensiamo se al posto dei principi di Savoia, ci fossero degli anonimi cittadini? Semplicemente non né parlerebbe nessuno.
Detto questo qualcuno potrebbe obbiettare che gli attuali esponenti di Casa Savoia sono “benestanti” e che un ulteriore ricchezza non comporterebbe per loro nessun vantaggio diretto. A questo mi sento di obiettare che:
1)il fatto di essere o meno benestanti non inficia per niente un diritto. Ricco o povero, meridionale o settentrionale, bianco o nero, donna o uomo, credente o ateo, la legge dovrebbe essere uguale per tutti.
2) il valore di un qualsiasi bene materiale, esula da quello strettamente monetario (che peraltro sarebbe legato solo al momento della valutazione e quindi oscillante nel tempo), ed è una cosa molto diversa dal suo prezzo. Il valore è una qualità difficilmente quantificabile, che dipende dalla persona e dalla sua volontà di acquisirlo o cederlo e non certo dal tempo che ci vuole per produrlo. Faccio un esempio concreto: un ritratto potrebbe non avere grande pregio artistico e quindi essere rifiutato da case d’asta o da antiquari ma di contro potrebbe accadere che un discendente del soggetto dipinto, per sue finalità, risulti molto interessato ad entrarne in possesso ed allora farebbe i salti mortali per averlo nel proprio salotto pagando molto al di là di quanto si potrebbe realisticamente fare (è quello che un mio amico ha fatto con il ritratto di un suo avo).
3) I Re e le Regine che ancora siedono sui loro rispettivi troni, così come quelli senza corona, anche se possidenti sono molto più “poveri” di un magnate della finanza, dell’ecommerce o dell’auto elettrica, arrivato ieri rispetto a casate che vantano, anche se alle volte un pò favolistiche ascendenze ancestrali di migliaia di anni. Ci sarà sempre qualcuno più ricco o più povero e questo non rende un diritto una concessione. E soprattutto non autorizza in alcun modo la cosiddetta “redistribuzione della ricchezza” in nome di un effimera e quanto mai utopistica equità, che per chissà quali interessi spesso viene tirata in ballo nelle questioni che riguardano la tassazione. Jeff Bezos ed Elon Musk sono diventati miliardari grazie alla forza delle loro innovazioni e alle loro capacità di imprenditori e non per la “redistribuzione”. I Savoia sono arrivati al trono e all’Unità d’Italia, piaccia o non piaccia, grazie al loro coraggio e alla loro imprenditorialità in campo politico e militare e con tutte le criticità che ben conosciamo.
Detto questo ritengo che lo stato italiano debba restituire ai figli di Re Umberto II quanto gli è dovuto secondo legge, dimostrando che la certezza e la tutela di un diritto è al centro del nostro sistema e non è frutto di ondivaghe sensibilità del momento. Una norma che è generale ed astratta, va applicata sia che ci si chiami Savoia o Sala.

Maurizio Zamparini, il presidente del Palermo Calcio, ci ha lasciato. Il mio ricordo.

20 Con Zamparini Nino e ZampariniEsprimo il mio più sentito cordoglio per la scomparsa oggi dell’ex presidente del Palermo Calcio, Maurizio Zamparini. L’ho conosciuto nel gennaio del 2011 quando mi chiamò dopo avere letto il mio libro “L’Alleanza Etica”, e poi di persona insieme a Tommaso Romano, Luigi Sanfilippo, Franco Giannilivigni, Maurizio Stellino, Salvo Patti e Damiano Li Vecchi personalmente a Mondello. A quel primo incontro ne seguirono altri in cui ci confrontavamo spesso sulla situazione politica, sia regionale che nazionale, in maniera aperta e in qualche caso anche dura sempre nel rispetto reciproco, ed ogni tanto parlavamo anche di calcio e del nostro amato Palermo. Ho partecipato alla fondazione del suo “Movimento per la Gente” a Fiano Romano, insieme a tanti altri amici, a cui Maurizio aveva lavorato con entusiasmo ed impegno come era suo solito, così come faceva da imprenditore e da presidente di squadra di calcio. Un ricordo in particolare mi torna oggi alla mente: a casa sua mi confidò che se negli affari riusciva a rimanere freddo e razionale, quando affrontava le questioni del Palermo perdeva ogni freno e ad una mia domanda del perché lasciava lo stadio prima dell’inizio del secondo tempo della partita mi rispose che non riusciva a controllarsi e così preferiva girare in macchina per la città o ritornare a casa che rischiare un infarto in tribuna. Certamente nessuno è perfetto, ma a lui i palermitani devono la serie A e alcune belle soddisfazioni sportive inimmaginabili prima del suo arrivo e per questo mi piace ricordarlo semplicemente come il Presidente del Palermo. Porgo infine alla sua famiglia, e a tutti i suoi amici ed estimatori le mie più sentite condoglianze.

Antonino Sala

 

Recensione dell’ammiraglio Sebastiano Antonio Ponzio a “REDENTA ED UNA CADUTI. REDUCI E DECORATI DI BURGIO”

Cpertina definitiva

REDENTA ED UNA
di Antonino SALA

Si è appena commemorato il secolo dalla solenne tumulazione del Milite Ignoto presso l’Altare della Patria, al Vittoriano, evento promosso dal Parlamento del Regno d’Italia dopo la conclusione della Grande Guerra, nel corso della quale persero la vita circa 650mila militari italiani e oltre un milione rimasero feriti ed invalidi. Con l’approvazione della legge 11 agosto 1921, n.1075, il Parlamento del Regno d’Italia dispose infatti “per la sepoltura in Roma, sull’Altare della Patria, della salma di un soldato ignoto caduto in guerra”, al fine di onorare i sacrifici e gli eroismi di tutta la collettività nazionale simboleggiati nella salma di un semplice soldato, assolutamente sconosciuto, e non di un condottiero vittorioso, di un soldato che nella fornace della guerra aveva perso non solo la vita ma anche la sua identità di uomo.
All’Ignoto combattente tumulato all’Altare della Patria fu conferita contestualmente la medaglia d’oro al Valor Militare con la seguente motivazione: “degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria”
Nel quadro di queste celebrazioni, 3185 Comuni d’Italia hanno deciso di conferire la cittadinanza onoraria al Milite Ignoto. Più di duecento amministrazioni comunali hanno scelto inoltre di intitolare al Milite ignoto, Medaglia d’Oro al valor Militare, una via, una piazza o un altro spazio cittadino. Lo hanno fatto nell’ambito del “Progetto Milite Ignoto, Cittadino d’Italia”, promosso dal Gruppo delle Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia in collaborazione con l’ANCI e il Consiglio Nazionale Permanente delle Associazioni d’Arma (ASSOARMA). Tra le adesioni spiccano quelle di ben 18 capoluoghi di Regione e di una novantina di capoluoghi di provincia, oltre a numerosi piccoli centri di ogni angolo del Paese.
Fra i comuni che hanno aderito all’iniziativa vi è il Comune di Burgio in Provincia di Agrigento che nel corso della storia unitaria ha pagato la sua quota di vite umane sacrificate per la Patria e che oltre a concedere la cittadinanza onoraria al milite ignoto ha inteso altresì patrocinare una pubblicazione per censire ed onorare i caduti e i dispersi della città tramandandone la memoria alle nuove generazioni. Interprete di tale lodevole iniziativa è il Prof. Ing. Antonino Sala di antica famiglia burgitana, docente negli Istituti Superiori, appassionato cultore di storia e tradizioni della sua terra nonché saggista ed autore di numerose pubblicazioni di carattere politico, filosofico e letterario. Dal 2019 ricopre l’incarico di responsabile del Baliato dei Familiari dell’Ordine Teutonico di Sicilia.
Il titolo scelto per la pubblicazione dal Prof. Sala, “Redenta ed Una” con sottotitolo “Caduti. Reduci e Decorati di Burgio”, richiama l’armistizio di Villa Giusti del 3 Novembre 1918 che pose fine alla Grande Guerra; le parole “Italia redenta ed una per valore dei suoi soldati – 3 novembre 1918” campeggiano su un fazzoletto commemorativo che venne distribuito a tutti i combattenti e da costoro conservato gelosamente a ricordo della loro partecipazione.
Nel volume l’Autore non ha limitato la sua ricerca ai soli reduci, caduti e decorati della Grande Guerra ma ha voluto, giustamente, includere tutti i combattenti originari del paese che hanno preso parte alle varie guerre che hanno impegnato l’Italia, dalla guerra di Libia (1911) alla guerra partigiana (1943-5), del resto il Milite Ignoto simboleggia tutti i caduti, ignoti o non, di qualsiasi Forza armata sacrificatisi in tutte le guerre ed operazioni militari alle quali l’Italia ha partecipato dalla sua nascita nel 1861.
Il Prof. Sala non si limita a rievocare le vicende dei caduti e dei reduci della Grande Guerra ma con una acuta e pregevole attività di ricerca condotta presso l’Ufficio Storico dello SME ne inquadra anche dal profilo storico ed operativo l’Unità di appartenenza (Brigata, Reggimento, Divisione etc.) dando così una panoramica delle circostanze e dei luoghi nei quali il militare operò. Contestualizzare il reparto e il teatro operativo è senz’altro una apprezzabile ed originale iniziativa che impreziosisce il volume e ne stimola la lettura. Troviamo ad esempio un caduto del 141° reggimento della Brigata Catanzaro, unità prima falcidiata sull’Hermada dagli austriaci e quindi, ingiustamente accusata dal Cadorna di ammutinamento, sottoposta a decimazione. Troviamo un altro caduto appartenente al 78° Rgt. Fanteria della Brigata Toscana, Reggimento che meritò il nome di “Lupi di Toscana” per l’impeto e il valore dimostrato.
L’Autore ha inteso accomunare tutti i combattenti di Burgio prescindendo dai condizionamenti ideologici: troviamo infatti una medaglia d’argento della Guerra in Africa Orientale concessa al S.Ten. Guarisco comandante di plotone di un reggimento indigeno, vi è un militare martire infoibato a Trieste dai partigiani titini e un combattente delle formazioni partigiane, sopravvissuto alla guerra.
L’opera si conclude con una accurata, interessante e sicuramente imparziale analisi critica della controversa figura di Vittorio Emanuele III, il Re soldato; l’Italia sotto questo sovrano, che ha regnato per quasi dieci lustri, ha attraversato lunghi periodi di guerra: dalla impresa di Libia alla Grande Guerra, dalla guerra di Spagna alla guerra d’Etiopia, alla Seconda guerra mondiale. Personaggio controverso al quale la storia forse non ha reso completa giustizia e il cui nome resta purtroppo legato alle infami leggi razziali e alla “fuga” a Brindisi al momento dell’Armistizio dell’8 settembre 1943. La serena, documentata ricostruzione critica del Prof. Sala ne mette appunto in risalto le luci e le ombre di questo sovrano sgombrando il campo dai giudizi sommari e strumentali.
La fatica editoriale di Antonino Sala, unitamente alla sensibilità dell’Amministrazione Comunale di Burgio, è sicuramente una preziosa testimonianza del suo attaccamento alla storia, alle tradizioni e ai valori condivisi del suo paese natale, un riferimento per le nuove generazioni che nelle pagine del libro possono ritrovare notizie biografiche dei propri ascendenti dei quali magari si era persa la memoria, un esempio che andrebbe imitato in altre città della nostra Sicilia che contribuì alla Grande Guerra con oltre 50.000 vittime e cioè con il 10% dei mobilitati tra il 1915 e il 1918, oltre ai tanti che continuarono a morire anche dopo l’Armistizio in seguito alla ferite riportate al fronte e ai moltissimi, troppi, che sopravvissero invalidi.

(Amm. Sebastiano Antonio Ponzio)